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martedì, 30 settembre 2008

vaccino anti AIDS

Vaccino Anti-Hiv. Finanziamenti poco chiari e effetti collaterali. Perchè continuare? Interrogazione ai ministri competenti

Nel 2003 l'Istituto Superiore di Sanità (ISS) decideva di sperimentare sull'uomo un vaccino anti-AIDS basato sulla proteina ricombinante HIV-1 TAT.

 

Nel 2005 l'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) incaricata dell'ispezione sugli studi clinici svolti, dichiarava di aver riscontrato 7 deviazioni critiche e 3 deviazioni maggiori, tutte di competenza del promotore della sperimentazione, ossia l'ISS.

Il verbale dell'AIFA informava che la sperimentazione non aveva raggiunto gli obiettivi preposti e sui rischi nel continuarla.

 

La dott.sa Ensoli,   andando contro quanto dichiarato dall'AIFA, sostenne invece che gli obiettivi della sperimentazione erano stati raggiunti e che sarebbe stato giusto andare avanti nella sperimentazione. Per questo l'ISS autorizzo' a passare alla fase II della sperimentazione in Sud Africa.

 

Il 22 novembre 2007 un articolo del settimanale l'Espresso riporta la notizia che secondo lo stesso scopritore del virus dell'AIDS, Robert Gallo, la Tat attiva usata dall'ISS sarebbe potenzialmente tossica. Inoltre, nell'articolo si denuncia che i risultati della sperimentazione non sono mai stati pubblicati su una rivista di rilievo scientifico internazionale e che si sarebbero verificati effetti collaterali gravissimi quali un caso di paresi facciale e un altro problema muscolare importante.

 

Finanziamenti: secondo varie fonti, tra cui la prestigiosa rivista scientifica Science (vol. 317 del 10 agosto 2007): in tutto sarebbero stati stanziati dal Governo italiano 52 milioni di euro, di cui 21 dal Ministero della Sanita' per la sperimentazione in Italia e 31 per un programma generale contro l'AIDS in Sud Africa. Nessuno dei due fondi e' stato sottoposto al sistema di "peer-review" che prevede la valutazione dei progetti da parte di referees/revisori anonimi, competenti nella materia scientifica dei progetto e indipendenti dal proponente del progetto stesso. La replica e' arrivata il 18 novembre scorso: Enrico Garaci, presidente dell'ISS, dalla pagine del quotidiano IlSole24Ore, ha ricordato come i soldi stanziati finora per portare avanti la sperimentazione vaccinale di fase II in Italia e in Sudafrica sono 37 milioni di euro e non 52.

 

 Quali sono i motivi per cui si sta portando avanti tale sperimentazione nonostante da piu' parti se ne stia denunciato la pericolosita'.

 

 Per maggiori dettagli visitare                                                                                                      http://www.lucacoscioni.it/vaccino

 


 

postato da: dissidio alle ore 18:18 | link | commenti (2)
categorie: aids, vaccini, farmaci assassini
martedì, 15 aprile 2008

di Monica Russo
 pubblicato sul trimestrale di medicina naturale “Salute è“
 abbinato al mensile AAM TERRANUOVA n. 10 dicembre 03.
 
Numerosi oramai i ricercatori che mettono in discussione l’origine virale dell’HIV. La nuova ipotesi vede l’Aids come una malattia metabolica causata da più fattori e non da un virus che talaltro non è mai stato isolato.
 
La Scienza Ufficiale dichiara che l´Aids è una malattia causata da un virus chiamato HIV, il quale si replicherebbe all’interno delle nostre cellule T4 che costituiscono una parte importante del nostro sistema immunitario. Il virus si moltiplicherebbe fino a ridurre considerevolmente il numero totale di queste cellule, sottoponendo il "malato d´Aids" ad un’immunodepressione e a tutta una serie di infezioni secondarie innocue per la maggior parte delle persone ritenute "sane".
Questa definizione ufficiale sull’Aids è stata più volte contestata da molti scienziati, tra cui tre premi nobel e varie centinaia di studiosi. Tre noti ricercatori, il dr. Heinrich Kremer, il dr. Stefan Lanka ed il dr. Alfred Hassig non la condividono affatto, anzi vedono il ripetersi di uno stesso errore, che la scienza ha fatto nei confronti dello scorbuto e della pellagra, ritenute per decenni malattie infettive, e che hanno causato una psicosi di massa e l´isolamento di migliaia di persone. Caso analogo è avvenuto in Giappone con lo smom, un´epidemia degli anni ´60. All’epoca vennero spesi ben 15 anni per cercare il virus responsabile; la ricerca terminò nel momento in cui ci si rese conto che lo smom era provocato dalla tossicità di un nuovo farmaco.
L´esperienza di Kremer
Nato in Germania nel ´37, negli anni ´60 consegue un dottorato prima in medicina, poi in psichiatria e neurologia. Diventa quindi responsabile di un progetto di terapia sociale per tossicomani e carcerati, in seguito diventa medico di una clinica per tossicodipendenti con un comprensorio di ben cinque regioni tedesche e si occupa di riabilitazione psicosomatica e di ricerca clinica sulle profilassi di infezioni.
Nell’84 effettua la prima prova clinica del test di anticorpi HIV e lo ritiene non specifico. Si rivolge alle autorità sanitarie tedesche dichiarandone l´inefficacia, ma gli viene imposto l´obbligo di utilizzo. Accetta, chiedendo in cambio l´anonimità del test. Per ufficializzare la non specificità aggiunge alle provette dei pazienti, campioni del suo sangue e di quello dei suoi colleghi: mentre non tutti i pazienti risultano positivi, lui e i suoi colleghi risultano esserlo.
Trovata la conferma ai suoi dubbi sulla validità del test, da le dimissioni nell’88 in quanto contrario alla politica governativa sulle droghe e sull’uso di AZT nell’Aids. Nello stesso periodo prevede che nelle carceri tedesche, unico posto dove le persone vengono testate all’entrata e all’uscita per l’HIV, non ci sia mai stato alcun contagio nonostante la presenza di 20.000 tossicomani su 60.000 detenuti. E così è stato. A distanza di 10 anni, incredibilmente, i dati ufficiali confermano la sua previsione; solo malattie veneree ed epatiti risultano essere state veramente trasmesse.
Le certezze di Lanka
Biologo molecolare di 37 anni, ha lavorato presso l´Università di Costanza in Germania, dove risiede, ed ha conseguito un dottorato in virologia. I suoi importanti studi lo hanno condotto ad occuparsi del problema Aids portando un notevole contributo.
Essendo virologo ha verificato la procedura per l´isolamento dell’HIV e ha scoperto che questa non è mai avvenuta, il virus non è mai stato fotografato isolato.
I risultati di Hassig
Immunologo, è stato consigliere dell’Oms e direttore del programma di raccolta e distribuzione del sangue per la Croce Rossa svizzera a livello mondiale.
Hassig avverte che a livello biologico nell’Aids avvengono le stesse reazioni che vediamo nella sepsi da shock traumatico in tempi molto rapidi e nella malnutrizione in maniera più lenta, e che portano al catabolismo, alla morte delle cellule e alla mancata riproduzione delle stesse. Quindi l´Aids, conclude Hassig, è una malattia metabolica e non virale.
Le cause sono cumulative: psichiche, tossiche, infettive, traumatiche e nutrizionali. Nel malato di Aids è molto dannoso lo stress psichico, dovuto alla "sentenza di morte" che riceve una volta testata la sieropositività. A questa vanno aggiunte le cause tossiche per il consumo di droghe e l´utilizzo di terapie velenose quali AZT, Bactrim e antibiotici, le infezioni dovute a epatiti ricorrenti, gli eventuali danni da vaccini, ecc.
Dalla collaborazione di Kremer e Hassig, e alla luce del lavoro dei nobel Robert Furchgott e Louis Ignarro sulla funzione dell’ossido di azoto (NO) nella modulazione dell’immunità cellulare, diventa chiaro quanto non sia più necessario responsabilizzare un ipotetico virus, per spiegare il "quadro AIDS", ma si possa invece dimostrare l´origine metabolica e non virale della stessa.
Il dr. Kremer ha tenuto l´anno scorso un seminario, in Italia, per 12 medici e terapeuti. In quei quattro giorni ha trasmesso loro il risultato dei suoi studi, sostenendo che solo una reale comprensione della malattia può determinare una possibile cura, ed essendo una malattia provocata da molti fattori, bisogna osservare la storia particolare di ogni paziente e vedere quali sono i fattori predominanti per quella determinata persona, quindi agire equilibrando, sviluppando e stimolando il corretto funzionamento dell’organismo.
Ovviamente è fondamentale capire che non si è stati contagiati da nessun virus mortale. Con questa comprensione il dr. Kremer invita ogni medico e terapeuta ad applicare il metodo di cui ha esperienza per poter ripristinare la capacità di autoregolazione del corpo.
Essendo un medico ufficialista, opta per una terapia ortomolecolare per rinforzare l´equilibrio red-ox generale, analizzando minuziosamente i processi di formazione dell´energia cellulare, individua i blocchi che si generano nella sua alterazione e che creano circoli viziosi. Utilizza come cura aminoacidi (n-acetil cisteina, arginina, glutammina), acidi grassi ( omega 3 e 6 ) ma anche antiossidanti naturali della medicina tibetana, anche se il riequilibrio può essere ottenuto da terapie diverse purché siano dirette al miglioramento del metabolismo.
Il riequilibrio intestinale
Tutti i ricercatori indipendenti che stanno investigando sull’Aids, partendo da punti molto diversi, stanno convergendo nel fatto che questa malattia si può riassumere come una grave disbiosi intestinale, ossia la rottura dell´equilibrio tra la flora intestinale ed i funghi normalmente presenti.
La Dr.ssa Clark osserva che la stessa situazione la troviamo in tutti i casi di cancro e anche la medicina ufficiale inglese riconosce pubblicamente, in un articolo apparso sul quotidiano spagnolo "El Pais" agli inizi di luglio, la relazione tra vaccinazioni e autismo nei bambini. L’organismo dei bambini più deboli invece di produrre solo anticorpi, si ammala di un´infezione intestinale che provoca una cascata a catena di eventi: disbiosi intestinale con aumento dei funghi, i cui metaboliti bloccano i ricettori neuronali di zone del cervello in una fase di crescita ancora molto delicata, che non reagiscono più agli stimoli normali.
Si può quindi comprendere quanto sia importante la salute intestinale in tutte le malattie. Nei malati di Aids è molto comune la proliferazione squilibrata di candida che produce una grande quantità di sostanze tossiche per i mitocondri delle cellule, determinando nell’organismo uno stato di deficit energetico e quindi un circolo vizioso.
Un aspetto importante della funzione intestinale è la pulsazione dinamica che possiamo osservare nei bambini appena nati. Questo movimento è rapidamente perso in quasi tutti noi durante il processo "educativo", quando oramai è ben noto che la formazione e la distribuzione dell’energia nel corpo avviene attraverso la pulsazione spontanea dell’addome. Qualora ciò non accada, a causa di forti traumi o di rigidità addominale eccessiva, si può verificare un´alterazione delle placche di Peyers, il cervello dell’intestino (veri e propri neuroni collegano direttamente l´aspetto fisico a quello emotivo), e si crea un terreno scompensato che predispone a malattie soprattutto di natura intestinale destinate a comparire dopo anni o decenni.
Ritrovare la propria vitalità
Un´interessante intervista è andata in onda su Reporter (RAI 3): Pierluigi Ighina ex collaboratore di Guglielmo Marconi, ormai novantenne, ma in ottima forma, spiegava come studi recenti analizzano le onde radio a forma di spirale.
Osservando il guscio della lumaca alcuni studiosi dimostrano che è formato dall’incrocio di due spirali, la cui forma è simile a quella di certe onde radio. Proseguendo gli studi, hanno scoperto che dalla Terra parte una spirale che incontra e converge verso un’altra spirale proveniente dal sole. In quell’occasione Ighina disse: "L´incontro delle due (spirali) crea "l´atomo magnetico pulsante", manifestazione di tutta la materia. L’atomo magnetico mentre prende l´energia dal cielo si apre, quando l´accumula dalla terra si chiude. E così anche noi: tutto pulsa, ciò che non pulsa, non vale niente".
Il processo di guarigione è ripristinare questa pulsazione e rimettere in moto quel processo dinamico fatto di movimento, respirazione, comunicazione, riequilibrio e crescita personale, di fondamentale importanza nella cura. A seconda dei casi è necessaria l´integrazione di sostanze e di discipline diverse per aiutare il corpo a riprendersi quando lo squilibrio dura da molto tempo.
E´ interessante l´esperienza del dr. Jon Kaiser di San Francisco, che pur accettando l´esistenza del virus HIV, ritiene dannosa l’assunzione dei farmaci antiretrovirali, proprio per la loro tossicità. Accetta il loro uso solo in casi di necessità grave e li sospende quanto prima. In alternativa propone una dieta equilibrata e del sano esercizio fisico combinati con tecniche di lavoro “corpo-mente”, come meditazione, yoga o altro e con il sostengo psicologico dei gruppi di aiuto.
Tutto ciò da forza alla richiesta, fatta dal mondo dei dissidenti, che auspicano la riattivazione della ricerca e la risoluzione di questo dramma sociale, che continua a mietere vittime in nome di un virus mai isolato, di un’epidemia inventata e di una Scienza che non è più garante della sua integrità.
 
 
 
 
 
Decalogo delle incongruenze secondo gli studi di Lanka, Kremer e Hassig 
 
La teoria che l´Aids sia una malattia virale non è mai stata comprovata scientificamente.
Il dr. Gallo annuncia nell’aprile ´84 che l´HIV è la probabile causa dell’AIDS; questa sua teoria non è mai stata discussa in un aperto dibattito scientifico. Il giorno dopo la stampa tramuta la ipotesi in certezza, eliminando la parola probabile.
Purtroppo, dalla metà degli anni ´70, da quando le scoperte scientifiche sono brevettabili, si è affermata una procedura molto poco etica: si può affermare l´esistenza di un virus, senza doverlo isolare, ma deducendone la presenza da parametri indiretti stabiliti dagli stessi ricercatori. Anche l´esistenza del Virus Epatite C è stata dedotta in questo modo.
 
L´HIV non esiste.
Tutti i parametri utilizzati per dimostrarne l´esistenza (presenza di trascrittasi inversa, proteina a densità di 1,16, proteina p24, p128, ecc.) sono presenti in cellule normali, in tutte le persone, in diversa concentrazione.
 
I test sono inattendibili.
La soglia di concentrazione necessaria per ritenere positivo il test è stata definita arbitrariamente. Prima di eseguire i test, il sangue viene diluito (500 volte nell’Elisa* e 50 nel Western Blod*). Senza diluizione tutti risultiamo sieropositivi.
La dr.ssa australiana Eleni Papadopulus ha scoperto che tutte le proteine attribuite alla membrana del virus, sono prodotte normalmente da tutti ed elenca ben 78 cause diverse, che per l´alta concentrazione di dette proteine, danno positivo al cosiddetto test Hiv. Le più note sono: epatiti, vaccinazioni, influenze, malattie virali, l´aver partorito più di un figlio, cancro, malaria, artrite reumatoide, dislipidemia (sangue con elevati livelli di grasso o liquido) ecc.
 
L´Aids non è una nuova malattia.
Secondo il Centro per il controllo delle malattie (Center for Desease Control - CDC) è un insieme di 29 affezioni, tra cui micosi, herpes, polmoniti, diarree, alcuni tipi di cancro (linfoma non hodgkin, linfoma tipo Burkit, linfoma primitivo cerebrale, carcinoma delle cervice uterina), ecc.; queste affezioni diventano Aids quando il soggetto risulta positivo al test dell’HIV.
 
Le statistiche epidemiologiche sono state gonfiate.
Le proiezioni logaritmiche sono risultate false, perché è stato usato un sistema cumulativo che somma ogni anno il numero dei casi per il numero totale degli anni. I criteri di valutazione appaiono quindi diversi da paese a paese: in Canada il 25% degli americani dichiarati "Aids" non lo è,  in Africa bastano tre sintomi classici (diarrea, tosse o perdita di peso) accompagnati da un disturbo ritenuto secondario (prurito o ingrossamento delle ghiandole) per essere dichiarati Aids.
 
L´AZT non è un nuovo farmaco.
E´ un chemioterapico degli anni ´60 riconosciuto da subito troppo tossico dopo una sperimentazione effettuata sui topi nel ´64, che ne evidenziava l´altissimo potere di avvelenamento.
E´ noto che i chemioterapici producono effetti devastanti sul sistema immunitario e sull’intestino.
Dell´AZT si sosteneva che aumentasse il numero dei linfociti, ritardando l´insorgere della malattia, ma studi successivi, compreso il famoso "Concorde", stabilirono un modesto incremento dei linfociti T4, solo per un breve periodo, e nessun ritardo nell’insorgere delle infezioni opportuniste, ma la sua assoluta inefficacia a migliorare la salute. Difatti l´aumento dei linfociti iniziale è dovuto ad una reazione di difesa dell’organismo nei confronti di questo farmaco, che distrugge il midollo osseo e lo rende incapace a produrre quei linfociti che dovrebbero poi maturare nell’intestino ma che sono destinati a non accrescersi in un ambiente intossicato e inospitale.
Secondo i dati del Ministero della Salute Italiano, la prima diminuzione dei casi di morte per Aids si ha nel momento in cui la somministrazione dell’AZT passa da 1500mg/die a 500mg/die.
 
Gli inibitori.
Gli inibitori della proteasi, secondo la Medicina Ufficiale, attenuano la proliferazione del virus HIV e la riproduzione dei funghi, svolgono un´azione antinfiammatoria, diminuendo  la carica virale. Il paziente viene informato  che la malattia  diventerà cronica e ciò contribuisce a creare una diminuzione del terrore sottile che accompagna la diagnosi mortale, generando un importante feed-back positivo.
Ma le ricerche evidenziano che tali terapie interrompono numerose funzioni del sistema immunitario, essenziali per la sopravvivenza della cellula umana e bloccano la digestione del cibo e dei grassi con la conseguente produzione di calcoli nei vari organi, oltre a depositi in varie zone del corpo.
 
L´esame della viremia è male interpretato
Lo stesso ideatore del test Kary Mullis - premio nobel del ´93 - dichiara che è impossibile con il suo metodo misurare la carica virale, poiché la PCR (è questo il nome dell’esame) è talmente efficiente che amplificherebbe qualsiasi RNA (acidoribonucleico), senza distinguere se appartiene al virus o a qualche altro contaminante.
Nel risultato della viremia dell’Ospedale Civile di Brescia, nel 2000, si avvisa che il test è valido solo se la persona è sieropositiva. E se è sieronegativa di chi è questo RNA?
E´ importante comprendere che la carica virale è studiata facendo completo affidamento sulla PCR.
 
L´Aids non è una malattia virale, quindi non è contagiosa.
L´Aids è una grave alterazione metabolica e differenti studi di ricercatori dissidenti stanno convergendo nel ritenerla una grave forma di disbiosi intestinale. Quindi metodi e parametri per la cura prevedono la detossicazione dell’organismo ed il riequilibrio della flora batterica, analizzando caso per caso carenze e disfunzioni, in modo da attuare per ciascuno una cura mirata.
 
Note:
* I due test utilizzati per accertare la sieropositività.
 
 
 
postato da: dissidio alle ore 09:43 | link | commenti
categorie: rassegna stampa, aids, dissidenti, sulla stampa
lunedì, 17 marzo 2008

Articolo della Dott.ssa Rebecca V Culshaw

PERCHE’ ABBANDONO L’HIV
Dott.ssa Rebecca V. Culshaw
 
La Dott.ssa Rebecca V. Culshaw, Ph.D., è una matematica biologa che ha lavorato con modelli matematici dell’”infezione da HIV” durante gli ultimi dieci anni. Nel 2002 ottenne il suo dottorato in matematica con specializzazione in matematica biologica alla Dalhousie University del Canada. Attualmente è Professoressa Assistente di Matematica nell’Università del Texas.
 
Sto scrivendo questo articolo alla fine dell’inverno del 2006, quando sono più di vent’anni che siamo nell’era dell’AIDS. Come per molte altre persone, una grande parte della mia vita è stata irreversibilmente segnata dall’AIDS. Tutta la mia adolescenza e la mia vita da adulta, così come le vite di molti dei miei simili, sono state oscurate dalla credenza in una patologia mortale sessualmente trasmissibile, dal peso che l’accompagna di paura vissuta nella intimità, e dalla perdita di fiducia che genera quella credenza.
 
Inoltre, la mia carriera si è sviluppata intorno ai modelli matematici dell’AIDS basati sull’HIV. Feci il dottorato nel 2002 grazie al mio lavoro di costruzione di modelli matematici dell’infezione da HIV, un area di studio che iniziai nel 1996. Dieci anni più tardi, potrebbe sembrare presto per me guardare indietro e riconsiderare seriamente l’area che scelsi, ma adesso lo sto facendo.
 
Il mio lavoro come matematica biologa è stato costruito in grande parte sul paradigma che l’HIV causi l’AIDS, e ciò mi ha portato a rendermi conto che esiste una buona evidenza che tutta la base di quella teoria sia sbagliata. L’AIDS, a quanto pare, non è tanto una malattia quanto una costruzione socio-politica che pochi capiscono e che quasi nessuno mette in dubbio. In particolare, il tema di quale sia la causa dell’AIDS è rimasto talmente fuori da qualsiasi dubbio che persino il fatto di metterlo in dubbio o sollevarlo è considerato irresponsabile.
 
Perché questa società ha accettato tanto velocemente una teoria per la quale esiste pochissima evidenza consolidata? Perché crediamo ad occhi chiusi nelle proclamazioni di istituzioni governative come gli NIH (Istituti Nazionali della Sanità) e dei CDC (Centri di Controllo delle Malattie) espresse nei telegiornali dei mezzi di comunicazione e dagli invitati a interviste o incontri? Il cittadino medio non ha nemmeno idea della fragilità della connessione fra l’HIV e l’AIDS, e questo è il motivo per il quale frasi senza alcuna base scientifica come “il virus dell’AIDS” o “i test dell’AIDS” sono giunti a far parte del linguaggio comune malgrado non ci sia alcuna evidenza della loro precisione.
 
Quando nel 1984 si annunciò che la causa dell’AIDS era un retrovirus che finì nell’ essere conosciuto come HIV, c’era un panico evidente nella popolazione. La mia famiglia stessa sentì subito questo panico perché mia madre aveva ricevuto tre trasfusioni di sangue all’inizio degli anni ottanta come conseguenza di tre aborti. All’inizio avevamo paura delle punture degli insetti, dei baci e dei cessi dei bagni pubblici. Ancora oggi riesco a rivivere la paura che sentii nel leggere nei bagni pubblici iscrizioni come “Hai già l’AIDS? Se non ce l’hai, siediti su questo cesso”.
 
A quei tempi, avevo solamente dieci anni, e col passare del tempo i venti si tranquillizzarono man mano che diventava più chiaro che non era così facile “acchiappare” l’AIDS come credevamo all’inizio. La paura di andare in gabinetto o dal dentista si trasformò in una diffidenza più realista dell’avere sesso con nessuno che non avessi conosciuto molto ma molto alla perfezione. Essendo un’adolescente che non era promiscua in assoluto, non avevo molto di che preoccuparmi.
 
Ma tutto cambiò, o almeno così pensai, quando avevo 21 anni. Dovuto a delle circostanze della mia vita personale ed a un pizzico di paranoia (che, per come si svilupparono le cose, alla fine vidi falsa e senza nessuna fondatezza), giunsi a credere che in qualche maniera avevo preso l’AIDS, e mi sottomisi ai test dell’HIV. Passai due settimane aspettando i risultati convinta che potevo morire presto e che ciò sarebbe stato “tutto colpa mia”. Tale era il sentimento, malgrado il fatto che ero in perfetto stato di salute, non consumavo delle droghe e non c’era alcun fattore di rischio da promiscuità. Alla fine, l’esame risultò negativo e, con il sentimento di essere stata perdonata, decisi di non correre più rischi e di evitare di preoccuparmi troppo.
 
Durante gli ultimi dieci anni, il mio atteggiamento nei confronti dell’HIV e dell’AIDS ha avuto un cambiamento spettacolare. Il catalizzatore del cambiamento è stato il lavoro che portai avanti per la mia laurea, analizzando modelli matematici dell’HIV e del sistema immunitario. Essendo una matematica, praticamente tutti i modelli che studiai mi sembrarono irreali. Le supposizioni biologiche sulle quali si basavano i modelli differivano da un autore all’altro, e quello per me non aveva nessun senso. A quel tempo cominciai anche a rimanere perplessa nell’ascoltare le storie dei sopravvissuti a lungo termine. Dal mio ammesso inesperto punto di vista, la cosa più importante che tutti loro avevano in comune, oltre all’HIV, era il fatto che tutti avevano stili di vita estremamente salutari. Qualcosa dentro di me cominciò a sospettare che il fatto di essere sieropositivo non significava necessariamente che si avrebbe contratto l’AIDS.
 
Dovuto a un abbastanza curioso tiro del destino, mentre andavo a tenere una conferenza per presentare gli ultimi risultati di un modello di HIV che io avevo proposto insieme al mio assessore, mi sono imbattuta in un articolo del Dott.re David Rasnick sull’AIDS e la corruzione della scienza moderna. Dal momento in cui mi sedetti sull’aereo a leggere questo testo, nel quale veniva affermato “più esamino l’AIDS, meno senso ha il fatto che questo virus in grande parte inattivo e difficilmente scopribile sia in grado di causare una tale devastazione”, tutto ciò che è stato scritto dal Dott.re Rasnick cominciò ad avere un senso per me in una maniera in cui non era mai riuscito il modello comunemente accettato. Malgrado non avesse accesso a tutta l’informazione, il mio istinto mi diceva che ciò che era stato scritto da lui tornava.
 
Tuttavia, durante gli ultimi dieci anni continuai la mia ricerca sui modelli matematici dell’infezione dell’HIV, mantenendo durante tutto quel tempo la mia attenzione aperta verso le voci dissidenti. Finora, ho letto centinaia di articoli sull’HIV e l’AIDS, sufficienti dal punto di vista dissidente ma di più, molti di più, dal punto di vista ufficiale, il quale inequivocabilmente promuove l’idea che l’HIV causi l’AIDS e che, quindi, il caso sia chiuso. A quei tempi, pubblicai persino quattro articoli sull’HIV (da una prospettiva dei modelli). Giustificavo il mio contributo ad una teoria della quale non ero convinta, dicendo a me stessa che erano degli articoli puramente teorici, costruzioni matematiche che non avrebbero avuto applicazione nel mondo reale. Suppongo che, in qualche maniera, volevo mantenere aperta la mia mente.
 
Allora, perché ho aspettato fino a questo momento per decidere che non ne posso più, e che non posso continuare in nessun modo ad appoggiare il paradigma sul quale si è sviluppata tutta la mia carriera?
 
Dalla mia prospettiva matematica, una delle prime cose che imparai è stata l’importanza delle definizioni chiare. Se prendiamo in considerazione la definizione, l’AIDS è lungi dal essere chiaro, e difatti nemmeno ha consistenza come entità. La classificazione AIDS è stata introdotta all’inizio degli anni ottanta non come una malattia ma come uno strumento di vigilanza per aiutare i medici e i funzionari della sanità pubblica, a capire e controllare una strana e “nuova” sindrome che colpiva nella maggior parte uomini giovani omosessuali. Nelle sue due lunghe decadi di esistenza, è evoluto verso un qualcosa abbastanza differente. Oggi l’AIDS ha poco o nessuna somiglianza con la sindrome che gli dette il nome. In primo luogo, la definizione è stata cambiata diverse volte dai Centri di Controllo delle Malattie, ampliandola in continuazione per includere ogni volta più malattie (tutte quelle esistenti decadi prima dell’AIDS), e qualche volta incorpora condizioni che non sono in assoluto delle malattie. Così, più della metà delle diagnosi di AIDS eseguite durante gli ultimi anni negli Stati Uniti, furono fatte in base al conteggio delle cellule T e ad una prova di anticorpi positiva “confermata”; in altre parole, è stata diagnosticata molte volte una malattia mortale su una base che non è in assoluto quella di una malattia clinica. E la causa principale di morte tra i positivi all’HIV durante gli ultimi anni è stata la disfunzione epatica, che non è in nessun modo una malattia inclusa nella definizione di AIDS, ma invece un conosciuto effetto collaterale degli inibitori della proteasi, che persone senza sintomi prendono in dosi giornaliere massicce per anni.
 
Anche l’epidemiologia dell’HIV e dell’AIDS è tanto sconcertante quanto confusa. Malgrado il fatto che i casi di AIDS aumentarono rapidamente dalla osservazione iniziale all’inizio degli anni ottanta, e giunsero ad un massimo nel 1993 prima di crollare velocemente, il numero di sieropositivi negli Stati Uniti è rimasto costante in un milione dall’apparizione1 della prova generalizzata di anticorpi verso l’HIV. Ciò non può essere dovuto alla terapia contro l’HIV, visto che il tasso di mortalità annuo degli americani sieropositivi trattati con medicamenti antiretrovirali è tra il 6,7 % ed il 8,8 % maggiore di quanto sarebbe il tasso di mortalità globale dei positivi all’HIV, cioè, il 12 %, se tutti i casi di AIDS fossero fatali in un dato anno.
 
Ancora più strano è il fatto che l’HIV è stato presente con un tasso praticamente costante in tutto il territorio americano in tutta la popolazione sottomessa all’esame, compresi i donatori di sangue abituali ed i militari reclutati, da quando iniziarono i test nel 1985. E’ profondamente strano il fatto che un virus che si pensa sia stato portato agli epicentri di Nuova York, San Francisco e Los Angeles all’inizio degli anni 70, fosse riuscito a diffondersi così velocemente nei primi tempi per poi fermare completamente la sua espansione proprio quando i test cominciarono a venir applicati.
 
1 Citazione: Nel 1985
 
Ritornando un attimo ai modelli matematici, un aspetto che mi ha sempre sconcertato è stata la mancanza d’accordo su come rappresentare con precisione il meccanismo biologico reale di generazione dell’immunodeficienza. Viene detto che l’AIDS è causato da una spettacolare riduzione del numero delle cellule T del sistema immunitario, riduzione che si suppone sia causata dall’HIV. Allora, perché nessuno si mette d’accordo su come rappresentare in un modello matematico la dinamica fondamentale del processo della malattia, che sarebbe come fanno le cellule T ad essere realmente uccise dall’HIV? Nei primi modelli si supponeva che l’HIV uccidesse direttamente le cellule per via di ciò che si conosce come lisi. Una cellula infettata si lisa o muore o si distrugge quando la carica virale interna è talmente elevata che non può più essere contenuta, alla pari della rottura di un sacchetto del supermercato se lo si riempie troppo. Difatti, questo è il meccanismo di patogenesi accettato per tutti gli altri virus. Ma si giunse alla conclusione che l’HIV non uccide le cellule T in quella maniera, e quindi quel concetto fu abbandonato e fu sostituito da altri svariati concetti, ciascuno dei quali finiva in modelli diversi e quindi, in predizioni differenti. Non è mai rimasto chiaro quale sia il modello matematico ‘giusto”.
 
Col passare del tempo è diventato chiaro che la ragione per la quale non c’è stato un consenso matematico su come l’HIV uccida le cellule T, era il fatto che neanche c’era alcun accordo biologico sull’HIV. E ancora non ce n’è. L’HIV è probabilmente il microbo più studiato della storia, e senza alcun dubbio è il miglior finanziato, malgrado non ci sia alcun accordo riguardo il meccanismo della sua patogenesi. Peggio ancora, non c’è alcun elemento che appoggi l’ipotesi che l’HIV uccida le cellule T, qualsiasi fosse il modo di farlo. Non lo fa nelle provette. Non fa altro che rimanere lì, tale come lo fa nelle persone, semmai ci si riesce a trovarlo. Nell’articolo originario di Robert Gallo del 1984 nel quale proclama che “dimostra” che l’HIV causa l’AIDS, difatti l’HIV è stato riscontrato solamente in 26 dei 72 pazienti con l’AIDS. Oggi, infatti l’HIV resta un obiettivo sfuggente in quelli che hanno l’AIDS o che sono semplicemente positivi all’HIV.
 
Questo fatto resta fortemente illustrato dall’uso continuato delle prove di anticorpi per diagnosticare infezione da HIV. I test di anticorpi vengono ampliamente usati per dimostrare la presenza di qualche microbo, ma per tutti i casi a eccezione dell’HIV, la ragione principale per la quale vengono usati al posto dei test diretti (cioè, quelli che cercano direttamente i batteri o i virus reali) è il fatto che i test di anticorpi sono più semplici ed economici che i test diretti. E la cosa più importante è che questi test di anticorpi sono stati rigorosamente accertati col gold standard (o tallone aureo) dell’isolamento effettivo dei microbi corrispondenti2.
 
Ciò è in contrasto evidente col caso dell’HIV, per il quale si usano test di anticorpi perché non esiste alcun test per scoprire il medesimo virus. Per quanto riguarda la cosiddetta “carica virale”, la maggioranza delle persone non sa che gli esami di carica virale non sono mai stati approvati né consigliati dall’ FDA (Food and Drugs Administration) per diagnosticare infezione da HIV. Quello è il motivo per cui un “test dell’AIDS” è sempre un test di anticorpi. La carica virale, tuttavia, viene
adoperata per valutare lo stato di salute dei positivi all’HIV. Ma ci sono molte buone ragioni per considerare che non serve in assoluto per questo. Per misurare la carica virale si adopera sia la PCR, sia una tecnica chiamata Amplificazione della ramificazione incatenata del DNA (bDNA).
 
2 Citazione: Il ‘gold standard’ per un test di anticorpi riguardo un microbo determinato esige che in un numero importante di persone che risultino positive al test fosse stato isolato il suddetto microbo al loro interno, e che in un numero ugualmente importante di persone che risulti negativo al test non si sia riusciti ad isolare il suddetto microbo al loro interno, malgrado fossero state applicate esattamente le stesse tecniche. Solo allora il test è accertato e affidabile nella sua applicazione: se il test dà un risultato positivo, la persona è effettivamente infettata dal microbo per il quale il test viene utilizzato; se il test risulta negativo, la persona in effetti non è infettata dal suddetto microbo. I “test dell’HIV” non sono stati mai comprovati, e quindi la loro applicazione non è affidabile.
 
 
La PCR è la stessa tecnica che viene adoperata per trovare “impronte del DNA” nei luoghi del delitto dove si possono trovare soltanto tracce di materiali organici. La PCR produce sostanzialmente DNA o RNA in blocco con l’obiettivo di riuscire a vederlo. Se qualcosa deve essere prodotto in massa per riuscire a vederlo, ed il risultato dell’amplificazione viene utilizzato per valutare quale quantità di agente patogeno è presente, ciò può portare qualsiasi persona a chiedersi quanto rilevante era l’agente patogeno prima di amplificarlo. Specificamente, come fa un qualcosa talmente difficile da trovare, persino con la tecnologia più sensibile e sofisticata, a decimare completamente il sistema immunitario?
 
Anche se il bDNA non moltiplica niente direttamente, ciò che cerca sono soltanto dei frammenti di DNA considerati come se fossero componenti del genoma dell’HIV, ma questo non è stato dimostrato. Inoltre, non esiste alcuna evidenza per dire che quei frammenti non siano in altre sequenze genetiche non relazionate con l’ HIV, o in altri virus. E’ importante sottolineare a questo punto che la carica virale, alla pari dei test di anticorpi, non è stata mai verificata riguardo il gold standard dell’isolamento dell’HIV. Il bDNA adopera la PCR come gold standard; la PCR adopera i test di anticorpi come gold standard, ed i test di anticorpi si adoperano gli uni gli altri. Nessuno di loro adopera il medesimo HIV.
 
Ci sono buone ragioni per credere che i test di anticorpi sono anche difettosi. I due tipi di test adoperati di routine sono l’ELISA ed il Western Blot (WB). Il protocollo di test normalmente adoperato è “verificare” un positivo all’ELISA con un “più specifico” WB (quando questo è stato escluso dall’uso diagnostico nel Regno Unito3 per essere ritenuto molto poco affidabile). Ma pochissime persone sanno che i criteri per risultare positivo al WB variano da un paese all’altro e persino da un laboratorio all’altro. Detto con chiarezza, la situazione di sieropositività all’HIV di una persona può differire totalmente in funzione del tipo di test adoperato. Ed è anche possibile che un test dia un risultato “indeterminato al WB”, il quale può essere tradotto come “non infettato”, come “possibilmente infettato” o anche, ancora in maniera più assurda, come “parzialmente infettato” a seconda delle attuali possibilità di interpretazione. Questo enigma si complica ancora di più per il fatto che le proteine che compongono le diverse bande reattive dell’esame WB vengono tutte proclamate “specifiche dell’HIV”, facendo sì che ci chiediamo come fa un individuo realmente non infettato ad avere anticorpi anche se si tratta soltanto di una “proteina specifica dell’HIV”.
 
Sono giunta alla conclusione che questi “test dell’HIV” fanno più danno che beneficio, dovuto alla incredibile mancanza di specificità e di standardizzazione. Posso accettare l’idea che sia utile una ricerca anonima del campione di sangue per rilevare evidenziatori non specifici di cattiva salute (ciò che alle volte sembra indicare un risultato positivo ai “test di anticorpi all’HIV”, dovuto alla reattività incrociata con altri patogeni conosciuti). Ma non posso accettare l’idea che qualsiasi persona abbia bisogno di una diagnosi con i “test dell’HIV”. Un test negativo può non essere preciso (qualsiasi sia il significato che quello possa avere), ma un risultato positivo può provocare la susseguente distruzione della vita della persona diagnosticata, tutto dovuto ad un virus che molto probabilmente non fa assolutamente nulla. Non credo che sia esagerato dire che dovrebbe essere vietata l’applicazione di questi test ai fini diagnostici.
 
 
3 Citazione: Dal 1991 in Inghilterra e nel Paese di Galles.
 
 
Le vere vittime di questo imbroglio sono quelli per i quali la vita è stata sconvolta dalla vergogna di una diagnosi di “infezione da HIV”. Queste persone, la maggioranza delle quali sono in perfetta salute, vengono spinte a non avere intimità con nessuno, e vengono squalificate,
accusate di essere state mortalmente irresponsabili e negligenti. E ciò che è ancora peggio, vengono incoraggiate a prendere dosi giornaliere massicce di alcuni dei medicinali più tossici che sono stati prodotti. Durante molti anni, l’HIV ha svolto un ruolo di terrorista microscopico. Degli adulti hanno perso il loro lavoro, è stato negato loro l’ingresso nelle forze armate, è stata rifiutata loro la residenza e persino l’ingresso in qualche paese, finirono per essere accusati di aggressione o di assassinio per praticare il sesso consensuale; dei bambini sono stati allontanati dalle loro madri e sono stati somministrati loro dei medicinali tossici con la forza nelle loro gole. Non c’è alcun precedente di questo tipo di atteggiamento, tutto ciò a nome di una ipotesi fondamentalmente sbagliata e non dimostrata in assoluto, e sulla base dei test indiretti altamente sospetti per una presunta infezione da un virus presumibilmente mortale, un virus al quale non si è visto mai fare nulla.
 
Alla domanda di cosa causa l’AIDS se non è l’HIV, ci sono molte spiegazioni plausibili date da persone riconosciute come esperte. Prima della scoperta dell’HIV, si supponeva che l’AIDS era una sindrome causata da uno stile di vita caratterizzato dall’uso indiscriminato di droghe ricreative. L’immunosoppressione ha molteplici cause, dall’eccesso di microbi fino alla denutrizione. Probabilmente tutte queste sono vere cause dell’AIDS. L’immunodeficienza ha molte manifestazioni, e una sindrome con molte manifestazioni ha probabilmente un’origine multicausale. E’ sufficiente dire che l’ipotesi HIV dell’AIDS non ha apportato nulla eccetto predizioni mai compiute sulla sua espansione, sulla disponibilità di un vaccino, su una futura sperimentazione con animali e su altri aspetti, e che non ha salvato nemmeno una vita.
 
Dopo dieci anni di coinvolgimento nell’ambito accademico della ricerca dell’HIV, così come nel mondo accademico in generale, credo sinceramente che la colpa della accettazione universale, incondizionata e basata sulla fede cieca di una teoria così sbagliata, ricade direttamente sulle teste di coloro tra di noi che in maniera attiva abbiamo appoggiato un’ipotesi totalmente priva di prove con l’unico interesse di progredire nelle nostre carriere. Certamente, nella scienza le ipotesi meritano di essere studiate, ma infatti nessuna ipotesi dovrebbe essere accettata prima di venir dimostrata, particolarmente una la cui cieca accettazione ha delle conseguenze talmente disastrose.
 
Durante più di vent’anni, il pubblico è stato profondamente ingannato e male informato. Essendo una persona a cui i propri genitori insegnarono da piccola a non credere a qualcosa semplicemente perché “tutti gli altri accettano che è vera”, non posso continuare ad essere seduta senza fare nulla, contribuendo con ciò a questa pazzia. E la pazzia è giunta troppo lontano. Come esseri umani, accademici e scienziati onesti, l’unica cosa che possiamo fare è consentire che la verità venga alla luce.
 
3 marzo 2006
Fonte: http://www.lewrockwell.com/orig7/culshaw1.html
 
 
 
 
 
 
 
 
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venerdì, 15 febbraio 2008

IL VERO SIGNIFICATO DEL TEST HIV

Christine Johnson INTERVISTA Eleni Papadopulos-Eleopulos,
 Quanto è attendibile un HIV-test positivo?
Nota dell’editore (Andromeda)
L’argomento del presente lavoro è lo studio effettuato dai dott. Eleni Papadopulos-Eleopulos, Valendar F. Turner e John M.Papadimitriou intitolato “Is a positive Western Blot proof of HIV infection?” - apparso su Biotechnology nel giugno 1993 - che pubblichiamo integralmente in lingua originale in Appendice.
Sono sorte delle controversie sulle possibili interpretazioni di questo studio. Noi pubblichiamo quella di Christine Johnson (ricercatrice e membro del Mensa) la quale ha passato molte ore comunicando via posta elettronica col Dr.Turner (uno degli autori del lavoro), proprio per assicurarsi della correttezza della propria interpretazione
La versione originale di questo lavoro di Christine Johnson è stata pubblicata sul n. 1 del maggio 1994 del “Journal of International Health Research”, col titolo “Understanding the HIV antibody test”. La suddetta rivista è pubblicata dal “People International Health Project”, 8033 Sunset Boulevard # 2640, Los Angeles, California - USA.
 
Riprodotto per gentile concessione dell’editore americano .
 
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“E’ stata l’esperienza più terrificante della mia vita. Andai completamente fuori di testa.”
“Quando lo seppe, salì sul tetto dell’ospedale e si buttò giù.”
“Su di me, l’impatto emozionale fu immenso. Non riuscivo a controllare la paura.”
Queste persone stanno forse parlando di una diagnosi di AIDS? No, queste sono le reazioni di persone sane senza sintomi il cui HIV-test è risultato positivo. Gli effetti di un test positivo sono così devastanti che nessuno dovrebbe sopportare questo imponente “fardello” se non si è assolutamente sicuri che il test sia una misurazione reale e significativa della presenza dell’HIV nell’organismo. Questa affermazione introduce ed indica lo scopo di una pubblicazione che possiamo definire rivoluzionaria: “Is a positive Western Blot proof of HIV infection?” (Un Western Blot positivo è una prova dell’infezione da HIV?), pubblicato sulla rivista BIOTECHNOLOGY JOURNAL nel giugno 1993.
Gli autori, gli australiani Dott. Eleni Papadopulos-Eleopulos, Turner e Papadimitriou, dimostrano che benché ci sia stato detto che possiamo fidarci dell’accuratezza di questi “test dell’AIDS”, in realtà è meglio non fidarsi. Essi discutono i test e come questi vennero accettati come prova virtualmente incontestata che una persona sia stata infettata dall’HIV. Essi inoltre criticano questi test su diverse basi: i test non sono specifici, non c’è un modo standard di interpretarli, ed i risultati non sono riproducibili. Perché un test anticorpale sia scientificamente valido, esso deve soddisfare questi tre criteri.
Tanto per cominciare, cosa significa “specificità”? La specificità è il numero di risultati negativi che il test ottiene in persone che sicuramente non hanno la malattia in questione. Un test che abbia una specificità del 100% risulta sempre negativo quando la malattia è assente. Non ci sono “falsi positivi”. Come si determina se la malattia (in questo caso l’infezione da HIV) è presente o no?
I test per gli anticorpi anti-HIV sono basati sull’idea che se sono presenti gli anticorpi relativi ad un virus, una proteina del virus, e quindi il virus stesso, sono per forza presenti. Così per vedere se il test sta facendo esattamente il suo lavoro, è necessario avere un metodo indipendente per poter verificare la presenza di un virus in una persona sieropositiva (cioè che presenta gli anticorpi per quel virus) e l’assenza del virus in una persona sieronegativa (che non presenta cioè gli anticorpi). Questo metodo indipendente è chiamato “gold standard” o “standard aureo”.
L’unico standard aureo adeguato sarebbe l’isolamento del virus stesso. Poiché i virus hanno bisogno delle cellule viventi dell’ospite per potersi riprodurre, essi vengono coltivati in colture di cellule. L’isolamento dell’HIV presuppone che il virus sia estratto da una coltura e sia separato da qualsiasi altra cosa presente nella coltura stessa, in modo che rimanga solo il virus puro.
Diciamo che 100 persone siano risultate prive del virus mediante l’isolamento virale. Tutte queste persone vengono sottoposte ad un test per l’HIV e di questi 90 risultano negativi e 10 positivi (falsi positivi). Questo dà al test una specificità del 90% (che non è un granché). Se il test fosse specifico al 100%, esso non risulterebbe mai positivo in una persona (sia che abbia sintomi o meno) che non è stata infettata dall’HIV, come determinato dall’isolamento del virus.
Benché vengano fatte molte affermazioni che il test per gli anticorpi anti-HIV sia assai specifico, Eleopulos e colleghi sostengono che non sia così. Un test che non sia specifico, risulterà positivo anche in presenza di anticorpi diversi da quelli che dovrebbe rivelare. Chiaramente, se un test per l’HIV non è specifico, un risultato positivo è per lo meno ambiguo.
Ricordiamo per un momento la definizione di anticorpo e quella di antigene, poiché ne parleremo lungo tutto questo lavoro. Gli anticorpi sono i “fanti” del nostro corpo nella guerra contro invasori esterni quali batteri e virus. Il sistema immunitario produrrà un tipo di anticorpi che avrà una attrazione biochimica unica e specifica per le proteine di quel particolare virus “invasore”. Quando gli anticorpi “vedono passare” una particella virale, essi la attaccano rendendola inoffensiva. Se c’è bisogno, il sistema immunitario produrrà molte migliaia di anticorpi differenti, ognuno dei quali attaccherà uno specifico antigene.
Gli antigeni sono sostanze estranee all’organismo che potrebbero farci ammalare o perfino ucciderci se il nostro sistema immunitario non le neutralizzasse con gli anticorpi. Gli antigeni includono virus, batteri, tossine, o tessuti di altre persone (come lo sperma che potrebbe entrare in circolo durante un rapporto anale). Gli anticorpi si combinano coi loro antigeni come una chiave nella serratura e questa azione risulta in una neutralizzazione dell’antigene cosicché questo non possa più nuocerci.
Questi principi vengono usati nei test per la ricerca degli anticorpi anti-HIV, che funzionano più o meno in questo modo: nel test ELISA, una mistura di proteine, che si ritiene provenga solo dall’HIV, viene messa a contatto con un campione di sangue in modo che ogni anticorpo eventualmente presente nel sangue che sia in grado di legarsi con queste proteine, abbia la possibilità di farlo. Se tutte le proteine della mistura provengono realmente dall’HIV, e se tutti gli anticorpi riconoscono soltanto le proteine dell’HIV, un risultato positivo in questo test significherà che, in un qualche momento nel passato, la persona è stata esposta al virus. Ma, come la Eleopulos ed i suoi colleghi dimostrano nel loro articolo rigorosamente argomentato ed ampiamente referenziato, queste due condizioni essenziali non vengono soddisfatte in nessuno dei due test anticorpali (ELISA o Western Blot) attualmente in uso!
Quindi abbiamo già due grossi problemi: 1) non tutte le proteine della mistura derivano sicuramente dall’HIV; 2) non tutti gli “anticorpi-HIV” riconoscono sicuramente solo l’HIV. In realtà Eleopulos e colleghi sottolineano che in realtà non c’è alcuna prova che addirittura nessuna delle supposte proteine dell’HIV provenga proprio dall’HIV!
La ragione è che l’isolamento del virus ha presentato numerose difficoltà insormontabili (che discuteremo più avanti). La posizione degli autori è che l’HIV non è mai stato isolato e quindi nessuno può essere sicuro che le proteine in questione derivino effettivamente dall’HIV. Ne deriva che se non possiamo essere sicuri che le proteine del test derivino dall’HIV, non possiamo neppure essere sicuri che gli anticorpi che reagiscono con queste proteine siano anticorpi anti-HIV. Ci sono molti casi documentati di reattività-crociata degli anticorpi, nei quali anticorpi di altre malattie o condizioni causano un risultato falso-positivo. L’unico modo per saperlo con certezza è applicare uno standard aureo.
Nel test Western Blot (WB), le presunte proteine dell’HIV vengono presentate separatamente anziché in una mistura e, dopo essere state messe a reagire con un campione di sangue, ogni proteina è in grado di dare un segnale visibile del fatto che ha legato un anticorpo. (v. Fig. 1 per una illustrazione di come appare un risultato di WB) 
FIGURA 1
Rappresentazione schematica di risultati del WB:
(A)   Risultato positivo (reazione a tutti gli antigeni)            
(B)   Risultato negativo. 
Così, mentre l’ELISA può solo determinare che un campione di sangue contiene alcuni anticorpi che sembrano essere stati provocati dall’HIV, un Western Blot, almeno in teoria, può determinare a quali particolari proteine del virus si sono legati gli anticorpi.
Poiché il test ELISA è noto per essere tutt’altro che perfettamente specifico, il Western Blot, che è ritenuto altamente specifico, viene generalmente usato per “confermare” la diagnosi
Infatti è dato un così grande valore al Western Blot che un suo risultato positivo è quasi sempre preso come equivalente di una infezione attiva da HIV. Ma in realtà, quanto è effettivamente accurato questo test “definitivo”?
La Figura 2 inizia con una tabella che mostra quali proteine devono essere presenti perché un Western Blot sia giudicato positivo, secondo cinque differenti autorità. Voi potreste mescolarle e pescare a caso. Prendetene almeno uno da ogni categoria richiesta ed il vostro test sarà interpretato come positivo.
La figura 2 mostra anche come viene letto il test Western Blot. Ogni proteina dell’HIV che ha “trovato” un anticorpo si rende visibile sulla striscia nella sua specifica area, chiamata banda. Ci sono parecchie bande che si suppone rappresentino specifiche proteine virali. Le più importanti di queste sono gp120/160, p41, p31-32, e p24. In realtà, queste proteine potrebbero non rappresentare affatto le proteine dell’HIV!
Diamo un’occhiata ad ognuna di queste proteine principali, e vediamo se la loro presenza in una striscia di Western Blot sia effettivamente indicativa della presenza dell’HIV:  
 
p41: Già all’inizio, il Dr.Montagnier, lo scopritore dell’HIV, trovò che il sangue dei pazienti affetti da AIDS reagiva con una proteina p41 che era stata trovata sia nelle cellule infettate dall’HIV che in quelle non infettate. Si concluse che la banda p41 era il risultato della contaminazione del virus da parte di una proteina chiamata actina, che è una normale componente di tutte le cellule, come pure di altri microbi oltre all’HIV. In altre parole, molte altre cose, oltre all’HIV, possono provocare una reazione positiva della banda p41.
 
gp120 e gp160: il gp120 viene riscontrato sulle “spine” presenti sulla superficie delle particelle immature dell’HIV, ed il gp160 si ritrova solo nelle cellule infette, ma nessuno dei due è presente nelle particelle virali libere e mature. Comunque il sangue dei pazienti affetti da AIDS reagisce con “l’HIV purificato” del test dell’AIDS, ed appaiono le bande gp120 e gp160. Questa è una contraddizione. Poiché nel virus maturo non si trovano né gp120 e né gp160, non ce ne dovrebbero essere neppure nell’antigene preparato per il test. Quindi, da dove vengono queste due bande?
 
Se il gp160 viene a sua volta separato, otterremo gp120 e p41. Si pensa, allora, che le bande gp120 e gp160 in realtà non rappresentino le proteine gp120 e gp160, ma piuttosto rappresentano ciò che i chimici definiscono oligomeri del p41. Un oligomero è un numero intero di subunità di qualcos’altro. Se mettete insieme quattro unità di p41, ottenete un gp160; tre di queste subunità danno un gp120 (4x40=160; 3x40=120). Quindi il gp120 e il gp160 non sono affatto proteine diverse; esse sono semplicemente delle differenti “confezioni” di p41, tenute insieme da ponti chimici. E se, come abbiamo discusso più sopra, il p41 è semplicemente un contaminante di materiale cellulare, questo annulla a sua volta anche l’importanza del gp120 e del gp160.
 
p31-32: Le proteine sono composte da aminoacidi. Nel 1987 L.E.Henderson (1) effettuò uno studio in cui confrontava le sequenze aminoacidiche dell’ HIV “purificato” con quelle di una normale proteina trovata nel sistema immunitario umano e chiamata “Class II histocompatibility DR protein” e scoprì che le proteine DR sono identiche alle proteine p31-32 dell’HIV. Bye-bye p31-32!
p24: Il riscontro della p24 è considerato sinonimo della effettiva presenza dell’HIV. Comunque il Dr.Robert Gallo (co-scopritore dell’HIV), ha ripetutamente affermato che la p24 non è esclusiva dell’HIV, ma che un altro retrovirus (HTLV-1, che non causa malattie) contiene p24, e questo crea una reazione crociata al test per gli anticorpi. Il test può dire che avete anticorpi contro l’HIV, mentre in realtà potrebbe essere l’HTLV-1.
 
In realtà, la p24 è stata trovata nell’HTLV-1, HTLV-2, HIV-2, ed in tutti i retrovirus endogeni. Il gene specifico che contiene l’informazione per produrre p24 (chiamato gene gag) si trova in tutti i retrovirus. Non sorprende quindi che la p24 sia riscontrata spesso in assenza di HIV
 
Se una banda p24 appare da sola in un WB Test, il test verrà definito “indeterminato”. Questo significa che il test non mostra abbastanza bande per essere sicuri di qualcosa, ma generalmente un test indeterminato non è motivo di allarme. La p24 è la banda predominante nel causare un WB Test indeterminato. Il risultato indeterminato è molto comune e non è correlato con la presenza dell’HIV. Viene fatto riferimento ad un gruppo di pazienti che ricevettero sangue testato col Western Blot e risultato negativo; entro sei mesi, il 42% di questi pazienti sviluppò un test indeterminato.
La Eleopulos ed i suoi colleghi forniscono una lista di condizioni in cui i pazienti hanno anticorpi p24 senza HIV: Sclerosi multipla, verruche generalizzate, linfoma cutaneo a cellule T, e persino una persona sana su 150. Negli studi citati, l’antigene p24 fu trovato solo nel 25-50% dei pazienti HIV+ o affetti da AIDS. Se ne concluse che il test dell’antigene p24 è “impreciso” e “dovrebbe essere interpretato con cautela”. Sembra quindi che non ci possiamo più fidare neppure del p24.
A dispetto di tutte le prove contrarie, le bande gp120, gp160 e p41 vengono considerate come rappresentative di distinte proteine virali
 
In conclusione la Eleopulos sostiene che “alla luce di quanto esposto, è difficile sostenere la tesi che le bande p41 (e quindi gp120 e gp160), p32 o p24 rappresentino specifiche proteine dell’HIV.” Inoltre, ella pensa che anche se queste proteine si dimostrassero specifiche dell’HIV, noi non potremmo comunque dedurne che gli anticorpi che reagiscono con esse siano diagnostici di una infezione da HIV (discuteremo più oltre le reazioni crociate).
Come potete vedere dalla tabella nella Figura 2, le differenti agenzie considerano positivo un WB Test quando almeno due o tre bande sono presenti, e voi potete sceglierle fra le proteine dell’HIV appena presentate. Comunque, poiché la banda p31-32 rappresenta una proteina cellulare, e le gp120 e gp160 sono solo differenti forme della p41, tutto ciò che vi resta fra cui scegliere sono la p24 e la p41, che però potrebbero anche non rappresentare affatto una proteine dell’HIV.
 
Riassumendo, il Western Blot è basato sull’individuazione di cinque principali bande di proteine: p24, p32, p41, gp120 e gp160. Sono stati forniti dati che consentono di dubitare dell’autenticità di ognuna di queste proteine come sempre rappresentativa delle proteine dell’HIV.
E come se questo non fosse già abbastanza, l’articolo australiano esprime la preoccupazione che non ci sia un modo standard di interpretare il Western Blot. Ci sono varie configurazioni di bande. Cosa significano? Poiché un test anticorpale significhi qualcosa, esso deve essere standardizzato. Come afferma la Eleopulos: “il risultato del test deve avere lo stesso significato in tutti i pazienti, in tutti i laboratori ed in tutti i paesi.” In realtà, il campione di sangue di un paziente affetto da AIDS:
* può non reagire con tutte le proteine dell’HIV
* può reagire con proteine non appartenenti all’HIV
 
* può dare risultati differenti su differenti campioni di sangue ottenuti dallo stesso paziente in momenti diversi
Per questo le varie agenzie hanno stabilito i criteri indicati sulla Figura 2. A seconda di quali di questi criteri voi usate, lo stesso gruppo di pazienti affetti da AIDS otterrà un tasso di positività che varia dal 50% al 79%. La Eleopulos sostiene che “nella letteratura scientifica non sono mai state pubblicate strisce di uno standard di positività del Western Blot.” Inoltre, la serie di bande ottenute potrà variare con la temperatura e con la concentrazione dei reagenti chimici usati nel test.
 
Come Zolla-Pazner et al. riconoscono, c’è “confusione sull’identificazione di queste bande” che è “risultata in conclusioni non corrette...”(2). Voi potete sempre sperare che non sia il vostro test che ha dato una di queste “conclusioni non corrette”!
Infine, un test deve essere riproducibile per poter essere valido. Usando un singolo campione di sangue, le bande dovrebbero essere le stesse (o assai simili) su test ripetuti diverse volte, o su test effettuati da laboratori differenti. Il CRSS fece uno studio nel quale due campioni positivi e due campioni negativi vennero inviati a 19 laboratori perché effettuassero un WB Test. Lo stesso siero fu testato diverse volte in ogni laboratorio, e le bande che ne risultarono mostrarono variazioni quasi estreme sia da un laboratorio all’altro, che da un test all’altro nello stesso laboratorio
 
Va notato che i laboratori considerati erano “Reference Labs” (Laboratori di Riferimento), cioè quelli che vengono definiti laboratori di prima qualità.
La Eleopulos fa notare che questi laboratori “top” costituiscono solo una piccola parte dell’insieme dei laboratori che effettuano questo test, e poiché la maggior parte degli altri laboratori non è altrettanto qualificata, presumibilmente ci saranno un maggior numero di errori, e quindi di falsi positivi.
Il fenomeno dei falsi positivi è il più grosso problema di questi test basati sugli anticorpi. Un gran numero di test effettuati in Russia col metodo Elisa diede 280 falsi positivi per ogni vero positivo (un rapporto quindi di 280 a 1!). Nonostante le molte prove del contrario, c’è un “consenso generale che la specificità dei test anticorpali per l’HIV sia stata definitivamente provata” (3).
La credenza che i test anticorpali siano specifici al 98%-100% è basata sui lavori di Gallo, Burke e dei loro colleghi. Come standard aureo, Gallo usò la sindrome clinica. Ma tutte le malattie indicatrici di AIDS esistono da secoli, quindi la loro presenza non è una prova che l’HIV sia presente nell’organismo. Inoltre, Gallo andava dicendo che finché un paziente aveva dei sintomi che somigliavano all’AIDS, un test positivo doveva essere corretto. Il fatto che una persona abbia la sindrome chiamata AIDS non ha nessuna influenza sull’accuratezza del test per gli anticorpi anti-HIV.
Burke testò un gruppo a basso rischio di reclute e trovò 15 positivi su un totale di 135.187 persone. Ricontrollando ognuno di questi positivi con altri quattro differenti test anticorpali, trovò che 14 erano ancora positivi, mentre 1 era negativo su tutti e quattro i test. Egli calcolò allora che i falsi positivi fossero 1 su 135.187, cioè lo 0,0007%.
Il gruppo della Eleopulos critica la metodologia di Burke per determinare il tasso di falsi positivi. Per definizione, un vero positivo è un test risultato positivo in una persona che è infettata dall’HIV, come verificato da un test indipendente (lo standard aureo); un falso positivo è un test risultato positivo in una persona in cui l’applicazione dello standard aureo ha escluso la presenza dell’HIV. I quattro test anticorpali che Burke utilizzò per confermare i risultati del suo WB non forniscono una prova indipendente della presenza o dell’assenza dell’infezione da HIV. Questi quattro test, come l’originale WB, cercano tutti gli stessi anticorpi, cioè sono essenzialmente lo stesso test. Un test non può fungere da standard aureo per sé stesso.
Quindi, poiché Burke non utilizzò uno standard aureo, era impossibile per lui misurare il tasso di falsi positivi per il suo WB Test.
Gli autori non stimano la reale incidenza dei falsi positivi, ma altri l’hanno considerata attorno al 90%, e potrebbe essere ancora più alta (11).
Un altro problema sembra essere il fatto che se voi ripetete varie volte il test a persone risultate inizialmente positive, un buon numero di queste finirà per risultare negativo. Se effettuate due Elisa e poi due WB in successione, molte di queste persone risulteranno negative ad ogni test successivo, cosicché quando arriverete al quarto test, solo pochi saranno ancora positivi. Se a questo gruppo di persone fossero stati effettuati solo uno o due test, essi sarebbero considerati infettati dall’HIV, mentre in realtà la maggior parte di loro non lo è.
Questo è un grosso difetto dei test anticorpali. Il test ufficiale di screening è l’Elisa, che ha un tasso di falsi positivi astronomico, e la definizione corrente di AIDS del CDC accetta un singolo Elisa positivo senza conferma. In altre parole, un singolo Elisa positivo (più una malattia indicatrice di AIDS) vi fa meritare una diagnosi ufficiale di AIDS.
In pratica un Elisa positivo può o meno essere confermato da un Western Blot e in ogni caso, come abbiamo appena visto, un singolo test, o anche parecchi test in successione, possono essere tutti falsi positivi, e una persona può avere un risultato negativo al terzo, quarto, quinto test, e così via. Quindi un semplice test di screening o anche un test di screening più un test di conferma (Elisa + WB), spesso possono dare un quadro non esatto della reale situazione.
Né Burke et al. (4) né Gallo et al. (5) testarono persone che avevano “altre malattie dove gli anticorpi, alcuni dei quali possono interagire con gli antigeni dell’HIV, possono essere prodotti per altre ragioni.”
La Eleopulos discute il fenomeno dei “falsi positivi biologici” (BFPs), falsi positivi, cioè, che risultano in pazienti affetti da varie patologie non collegate alla condizione per cui vengono testati. Questo è un fenomeno piuttosto comune, ad esempio, nei test per la sifilide.
Io stessa ho avuto un falso positivo in un test per la sifilide dovuto ad una precedente malattia da graffio di gatto. Falsi positivi alla sifilide possono verificarsi in pazienti con lupus, anemia emolitica autoimmune, porpora trombocitopenica idiopatica, lebbra o nei tossicodipendenti.
Alcuni gruppi di persone producono una grande quantità di anticorpi perché sono esposti ad un numero maggiore di malattie e condizioni malsane rispetto alla norma. Questi gruppi includono Africani poveri e tossicodipendenti. Secondo Biggar et al. “la reattività dell’ELISA che del WB può non essere specifica negli Africani...”(6). E, naturalmente, tutte le nostre idee sulla presunta gigantesca epidemia di AIDS in Africa sono basate sui programmi di test Elisa.
La letteratura scientifica è piena di riferimenti a dati che mostrano la “presenza diffusa di interazioni non specifiche fra agenti retrovirali ed anticorpi non correlati”. La Eleopulos cita un lungo elenco di reazioni crociate. Un soggetto ricevette ripetutamente sangue HIV negativo ed il suo WB test, che era inizialmente negativo, ad ogni iniezione divenne sempre più intensamente positivo. Topi a cui furono iniettati linfociti T non infetti provenienti da un altro ceppo di topi svilupparono anticorpi anti-HIV! Il test dà inoltre una reazione crociata nei pazienti affetti da malaria: il 25-40% dei pazienti Venezuelani affetti da malaria erano WB positivi, ma non avevano l’AIDS.
La Eleopulos e colleghi credono che tutte queste difficoltà con la specificità del WB potrebbero essere evitate con l’uso dell’isolamento dell’HIV come standard aureo, che è l’unico metodo accettabile; comunque “questo non è stato ancora fatto, e potrebbe non essere neppure fattibile”.
Isolare l’HIV significa separare la pura particella virale da tutto l’altro materiale presente nella coltura cellulare. Per usare l’isolamento del virus come standard aureo, dobbiamo essere assolutamente certi che il materiale che abbiamo isolato sia realmente il virus che stiamo cercando e nient’altro - non un altro virus, non frammenti di cellule, non particelle “simil-virali”, e così via. Il metodo usato per isolare il virus comprende il separare la parte liquida della coltura cellulare (il surnatante) e metterlo in una centrifuga. Questo separa le particelle a seconda della loro differente densità. E’ un po’ come dire la differenza fra due palle apparentemente identiche, una fatta d’acciaio e l’altra di plastica, gettandole in una piscina - la palla d’acciaio affonda, mentre quella di plastica galleggia. La figura 3 illustra questo principio.
FIGURA 3
(a) distribuito omogeneamente in tutto il tubo prima della centrifugazione;
(b) durante la centrifugazione si stabilisce un gradiente, e le particelle campione vengono distribuite in strati diversi a seconda della loro densità.
Si ritiene che il materiale che si deposita ad una densità di 1,16 gm/ml sia composto soltanto da particelle virali. Il problema qui è che alcune parti delle cellule hanno la stessa densità dei virus. Alcuni eminenti virologi hanno sottolineato che non si può evitare la contaminazione della preparazione virale con vari tipi di materiale cellulare e frammenti di cellule, poiché la cellula si rompe durante il procedimento. Poiché una parte del materiale cellulare ha la stessa densità del virus, se avete una banda a 1,16 gm/ml, non potete essere ancora sicuri di cosa sia. A causa di questo problema, i ricercatori che negli anni ‘70 cercavano di isolare dei retrovirus puri, confermavano visivamente i loro ritrovamenti per mezzo del microscopio elettronico.
Usando le tecniche suddette, i migliori risultati potrebbero essere ottenuti con un surnatante fluido che contenga molti virus e molto pochi contaminanti cellulari. Queste condizioni possono essere soddisfatte al meglio da virus che non uccidono le cellule che infettano ed in condizioni di coltura in cui la maggior parte delle cellule resta viva (ed intatta) durante l’infezione. I retrovirus soddisfano queste condizioni. Queste proprietà dei retrovirus rendono molto più facile il separarli da qualsiasi altra cosa, inclusi i contaminanti cellulari. Questo vale per la maggior parte delle colture retrovirali. Comunque, con l’HIV, capita l’opposto.
Le colture di tessuti affetti da AIDS presentano assai pochi virus, così pochi che è difficile addirittura trovarli. E’ difficile tenere vive le cellule in queste colture. Gallo, Montagnier e gli altri ricercatori hanno sempre trovato una concentrazione molto bassa di queste particelle simil-virali nelle loro colture di tessuti. Così qui avete molte cellule e poche particelle simil-virali che essi hanno chiamato particelle virali (notate che il fatto che queste particelle assomiglino ad un virus non costituisce una prova che esse siano realmente dei virus). Questa situazione vi darà i peggiori risultati nel tentativo di separare le particelle virali pure da qualsiasi altra cosa che si depositi a 1,16 gm/ml.
Inoltre, l’opinione ufficiale sull’HIV è che esso, a differenza degli altri retrovirus, uccida le cellule. Ci sono molte teorie su come lo faccia, inclusa la “apoptosi”, una sorta di suicidio cellulare.
Se l’HIV, in un modo o nell’altro, è responsabile della morte della cellula, il risultato sarà che le cellule morte si saranno rotte, ed il surnatante fluido sarà pieno di frammenti cellulari e di materiale cellulare derivante da queste cellule rotte.
Poiché una parte di questo materiale cellulare ha la stessa densità dei retrovirus, è assai difficile sapere cosa in realtà sia contenuto nella banda che si suppone rappresenti il “puro HIV”.
 
La Eleopulos e colleghi sostengono che nessuno sappia quali particelle, ammesso che ce ne siano, si depositano a 1,16 gm/ml e nessuno conosce la densità di quello che viene chiamato HIV. Essi sostengono che “la maggior parte, se non tutti, i pretesi ‘isolamenti dell’HIV’ sono derivati da lisati cellulari”. (3) (Un lisato è il materiale formato dalla frammentazione delle cellule). Infatti, “le prove disponibili... indicano che solo circa il 20% delle proteine che si depositano a 1,16 gm/ml sono proteine dell’HIV, le rimanenti sono proteine cellulari ”(3).
Questa situazione molto probabilmente deriva dal fatto che le colture “infettate dall’HIV” muoiono e che le colture in generale vengono molto spesso deliberatamente lisate.
Per uscire da questa confusione, sarebbe utile dare un’occhiata a questo materiale col microscopio elettronico ma, come la Eleopulos e colleghi ci fanno notare, la letteratura sull’AIDS non contiene neppure una fotografia al microscopio elettronico del materiale che si deposita a 1,16 gm/ml, e non c’è nessun modo che ci consenta di sapere se questo materiale “contenga qualcuna di queste particelle (HIV puro)”. Essi sottolineano che in letteratura sono usati termini quali “HIV”, “isolamento dell’HIV”, “particelle pure”, “particelle virali”, e così via, e questi termini hanno una varietà di significati, ma quasi sempre “senza alcuna prova della presenza di una particella virale.”
Ci sono molte “prove” accettate dell’isolamento dell’HIV che in realtà non sono affatto prove. Per esempio, c’è una sostanza chiamata “template primer AndT15” che viene copiata se è incubata col surnatante o col materiale che si deposita a 1,16 gm/ml. Questo fatto viene considerata prova della attività trascriptasi inversa e quindi dell’isolamento dell’HIV. Comunque, la stessa sostanza viene copiata se incubata con parecchi altri tipi di cellule che non sono infettate dall’HIV, inclusi gli spermatozoi normali e non infetti. Essa viene sì copiata dalla trascriptasi inversa (che si trova nei retrovirus), ma viene anche copiata dalla DNA-polimerasi cellulare (che non si trova nei retrovirus).
Certe particelle sono riscontrate nelle colture dell’AIDS e sono considerate, da molti ricercatori, l’HIV stesso. Comunque, ci sono un sacco di situazioni dove le particelle HIV vengono trovate insieme a particelle non-HIV, o insieme a particelle “similvirali”, che sono comunque “un po’ differenti” da quelle che comunemente vengono considerate particelle di HIV, e così via. L’HIV è un retrovirus di tipo C e particelle di tipo C appaiono in cellule di linfoma non infette che sono metabolicamente in difficoltà. “Particelle retrovirali” che hanno proprietà antigeniche simili all’HIV sono state riscontrate in pazienti con sindrome di Sjogren. Particelle virali indistinguibili dall’HIV sono riscontrate in un gran numero di linfoadenopatie non associate all’HIV.
Da qui la conclusione che “la presenza di tali particelle (da sola, non) indica infezione da HIV (7). Sembra essere quasi impossibile isolare l’HIV e sapere per certo che avete esattamente in mano l’HIV e non un’altra delle entità succitate. Ed anche se i ricercatori hanno accettato un’ampia varietà di fenomeni come rappresentativi dell’isolamento dell’HIV, ed hanno compiuto sforzi immani per isolarlo, “non è ancora possibile isolare l’HIV da tutti i pazienti sieropositivi.”(3).
D’altra parte, l’HIV può essere “isolato” da pazienti che non hanno l’AIDS e che sono sieronegativi! Usando la ricerca del p24 come metodo di isolamento dell’HIV, sono stati ottenuti risultati positivi nella grande maggioranza di un gruppo persone “presumibilmente non infette” con test anticorpali indeterminati, ed in tutti i soggetti di un gruppo di donatori di sangue sieronegativi.
Non c’è assolutamente nessuna correlazione fra “l’isolamento dell’HIV” ed un test anticorpale positivo, ed il CDC lo ammette. Il CDC definisce “infezione documentata” un test anticorpale positivo, però dice anche che “il virus non può essere ritrovato in ogni persona con una infezione documentata” (8).
Quindi usare l’isolamento dell’HIV come standard aureo per autenticare la validità dei test anticorpali è per lo meno problematico
 
Un altra possibilità di rintracciare il virus ci è data dalle ricerche genomiche. Lo scopo è quello di riuscire a provare che il paziente affetto da AIDS è stato infettato da un unico retrovirus esogeno. (Esogeno significa che ha origine al di fuori dal corpo, al contrario di endogeno che significa originato dall’interno del corpo). Un genoma è semplicemente l’insieme delle informazioni ereditarie che si trovano nei geni, che sono fatti di DNA e di RNA. Sembra che una volta determinato che un certo retrovirus ha una particolare sequenza genetica, se riuscite a ritrovare questa sequenza genetica possiate affermare di aver trovato il virus. Bene, in realtà non è così semplice.
L’informazione sul genoma è contenuta nel DNA o nell’RNA. Un retrovirus non possiede DNA, ma solo RNA. Il retrovirus infetta una cellula per mezzo della trascriptasi inversa che trasforma il suo RNA in DNA, questo DNA viene poi immesso nella cellula, dove diventa parte integrante del DNA cellulare. Questa “traduzione in DNA” delle informazioni genetiche del retrovirus, può poi essere utilizzata come modello, o schema, per produrre altre copie del virus stesso, che poi vengono espulse dalla cellula. Il genoma retrovirale, quando è integrato nel DNA della cellula, viene chiamato provirus.
Ci sono vari fenomeni che rendono assai difficoltosa ogni analisi genomica dei retrovirus, ma i principali sono i seguenti:
Non ci sono due genomi HIV uguali.
“Non sono mai stati isolati due HIV identici, neppure nella stessa persona” (1,3) in differenti momenti o nello stesso momento. Nello stesso paziente, gli HIV provenienti da diversi tipi di cellule sono differenti. Differenti tipi di cellule utilizzate nelle colture cellulari, producono HIV differenti.
La sequenza dell’HIV non può essere riscontrata in tutti i pazienti affetti da AIDS.
Per quanto si applichino, i ricercatori non trovano mai molti virus nei pazienti affetti da AIDS, ed in molti casi non ne trovano addirittura nessuno! Il test PCR (polymerase chain reaction) fu introdotto per agevolare il ritrovamento dei virus. Si dice che consenta l’equivalente di trovare un ago in un pagliaio, poiché essa può trovare un gene, o un frammento di gene, ed amplificarlo fino al punto in cui sia possibile individuarlo. Questo è il test che vedete in tutti gli annunci pubblicitari e che promette risultati accurati già entro le prime quattro settimane dall’infezione.
 
Anche con questo test, “c’è rarità o apparente assenza di DNA virale in una percentuale di pazienti”(10). La PCR non è in grado di trovare l’HIV nella maggioranza dei campioni di sperma di pazienti affetti da AIDS. Cosa significa questo per la teoria che l’AIDS è una malattia sessualmente trasmessa? Se la PCR non può trovarlo, significa semplicemente che non c’è nulla da trovare.
Comunque, la Eleopulos e colleghi commentano che anche con la PCR, c’è una qualche confusione sul significato dei risultati del test, specialmente quando si tenta di usarla come standard aureo per confermare la reale presenza del virus nell’organismo dei soggetti sieropositivi.
Furono testati dei campioni di sangue usando la PCR ed il test standard Elisa, ed i risultati vennero confrontati. Da un laboratorio all’altro, la corrispondenza fra i due variava dal 40 al 100%, il ché significa che fra lo 0 ed il 60% dei casi, uno o l’altro di questi test ha dato risultati sbagliati. Sono stati osservati falsi positivi e falsi negativi anche con la PCR.
Un risultato di ibridizzazione positivo può non essere specifico per l’HIV.       
 
L’ibridizzazione è una tecnica di laboratorio utile nell’identificare cellule in cui si replica l’HIV. Nei primi studi di Gallo sull’ibridizzazione, egli trovò che le bande erano “deboli” o di “segnale basso”. Egli pensò che questo significasse che non c’erano molti virus ma concesse che il test potesse reagire ad un virus omologo (cioè differente ma molto simile come struttura ed origine). Questa pubblicazione sostiene che sia vera la seconda ipotesi. Sequenze collegate all’HIV sono state riscontrate anche in cellule normali, cosicché molti fenomeni attribuiti all’HIV potrebbero essere di origine cellulare.
La Eleopulos ed i suoi colleghi concludono dicendo, in maniera molto diplomatica, che l’uso dei test anticorpali per diagnosticare l’infezione da HIV, o per effettuare indagini epidemiologiche, “deve essere attentamente riconsiderato”.
Io sarò meno diplomatica e vi dirò che questi test non sono affatto accurati; che sono un pericoloso inganno e che è assai rischioso prendere decisioni di vita o di morte basandosi su di un test risultato positivo. Il farlo può portare solo alla tragedia.
Riferimenti bibliografici 
1).        Henderson, L.E., Sowder, R., Copeland, T.D., et.al. 1987. Direct identification of Class II hysto–compatiblity DR proteins in preparations of Human T–cell lymphotrophic virus type III. J.Virol. 61:629-632.
2).        Zolla–Pazner, S., Gorny, M.K., Honnen, W.J., 1989. Reinterpretation of human immunodefinciency virus Wetsern Blot patterns. New England Journal of Medicine. 320:1280-1281.
 
3).        Papadopulos–Eleopulos, E., Turner, V.F., Papadimitriou, J.M. 1993. Is a positive Western Blot proof of HIV infection? Bio/Tecnology. 11:696-707.
4).        Burke, D.S., Brundage, J.F., Redfield, R.R., et.al. 1988. Measurement of the false positive rate in a screening programa for human immunodeficiency virus infections. New England Journal of Medicine.319:961-964.
5).        S. Weiss, S.H., Goedert, J.J., Sarngadharan, M.G. et.al. 1985. Screening test for HTLV–III (AIDS agent) antibodies. JAMA. 253:221-225.
6).        Biggar, R.J., Gigase, P.L., Melbye, M. et.al. 1985. ELISA HTLV retrovirus antibody reactivity associated with malaria and immune complexes in healthy Africans. Lancet. II:520-523.
7)         O’Hara, C.J., Groopman, J.E., Federman, M. 1988. The ultra structural and immunohistochemical demonstration of viral particles in lymph nodes of human immunodeficiency virus related lymphadenopathy syndromes. Hum.Path. 19:545.
 
8).        Hart, C., Spira, T., Moore, J. et.al. 1988 Direct detection of HIV RNA expression in seropositive subjects. Lancet. II:596-599.
9).        Genetics of RNA tumour viruses. 1973. p656-699. In: The molecular biology of tumour viruses. J. Tooze (Ed.) Cold Spring Harbor Laboratory. Cold Spring Harbor, New York
 
10).      Simmonds, P., Balfe P., Peutherer, J.F. et.al. 1990. Human immunodeficiency virus infected individuals contain provirus in small numbers of peripheral mononuclear cells and at low copy numbers. J.Virol. 64:864-872.
11).      Tu, XM, Litwak, E., Pagano, M. Issues in human immunodeficiency virus (HIV) screening programs. American Journal of Epidemiology, 1992. 136(2):244-55.  
 

Kremer sui farmaci e altro

Questi appunti sono stati presi da una partecipante all'incontro, e non sono stati visionati e corretti dal Dr. Kremer, per cui potrebbero contenere qualche imprecisione.

APPUNTI DELL’ESPOSIZIONE DEL DR. KREMER A BARCELLONA AL 1° INCONTRO AVS (ASSOCIAZIONE DEI VINCITORI DELL’AIDS) E PLURAL-21 DEL 31/8/2001

Il Dott.re Kremer inizia col commento dei medicinali prescritti a un paziente.

BACTRIM (Cotrimoxazol)

I suoi due componenti (trimetoprim e sulfametoxazol, TMP/SMX) bloccano in due maniere diverse l'acido folico, per cui non si può formare DNA nuovo. Tuttavia tutte le cellule nuove necessitano DNA.

Inoltre, l'acido folico può venire immagazzinato solamente durante 45 giorni; invece, la terapia col BACTRIM dura dei mesi. Quindi l'acido folico verrà esaurito.

E non si può compensare somministrando un po' di acido folico (ad esempio, 15 mg al di' di Lederfolin), addirittura in una quantità molto minore di quella del Bactrim.

Il TMP/SMX elimina anche molto glutatione.

DACORTIN

Corticoesteroide: inibisce le cellule T, la replicazione del DNA, gli enzimi.

PARACETAMOL

Molto tossico per il fegato. Viene metabolizzato nel fegato e i suoi metaboliti sono eliminati dai reni A PATTO CHE ci sia glutatione in quantità sufficiente.

Il glutatione è la molecola di disintossicazione più importante. E' formato da tre mattoni dei quali il fondamentale è la cisteina. Da 40 anni viene somministrata la cisteina per disintossicare dal paracetamol. Il glutatione è formato da tre componenti: cisteina, glutammato e glicina. La cisteina è un amminoacido semplice. Dei 20 amminoacidi, solamente due contengono lo zolfo: la metionina (che si ottiene dagli alimenti) e la cisteina (che viene formata dal fegato a partire della metionina).

Dal 1989 si sa che le persone che risultano positive ai "test dell'Aids" hanno una diminuzione della cisteina nel plasma sanguineo. Quindi avranno anche una diminuzione del glutatione. Ed il glutatione è necessario per la produzione del 90% delle proteine della catena respiratoria dei mitocondri.

La combinazione di Bactrim, Dacortin, e Paracetamol può portare a un punto critico a partire dal quale si produca degenerazione organica.

Nonostante, questa combinazione esplosiva può avere un' apparienza terapeutica, ad esempio, riguardo la polmonite da Pneumocystis Carinii ( PCP). Cosa succede? L’effetto distruttivo verso i mitocondri e verso il DNA , danneggia anche il fungo Pneumocystis Carinii, per cui la PCP si attenua. Ma questo beneficio è soltanto a breve termine. In effetti, la stessa terapia somministrata prepara il terreno perché ritorni la PCP. ( Per questo motivo nel quarto cambiamento della definizione dell'Aids effettuato nel 1993 venne introdotta la "polmonite ricorrente" come una delle 29 malattie che definiscono l'Aids).

Come la terapia ospedaliera della PCP prepara l’irruzione di una nuova PC? L'attacco del Bactrim ai mitocondri e, assieme al Dacortin, alla formazione di nuovo DNA, riduce particolarmente la formazione di cellule T, che il Dacortin inibisce. Il compito principale delle cellule T è il riciclaggio del milliardo di cellule che muoiono dentro di noi tutti i giorni. Se questo riciclaggio non può effettuarsi convenientemente, si accumula materia organica morta, in particolar modo nelle mucose pulmonari. E la materia organica morta è il miglior terreno per la proliferazione dei funghi. Il Pneumocystis Carinii è un fungo che è nel aria, tuttavia non è un protozoo parassita come continuano a considerarlo la maggioranza degli ufficialisti. La PC è una famiglia di funghi che risultano danneggiati in maniera diversa dal Bactrim, per cui è probabile che nella successiva polmonite si sviluppi una resistenza e la situazione si aggravi.

E' probabile che il Bactrim sia ancora più pericoloso dell'AZT.

Ciò consente di rispondere a chi fa delle obiezioni: Se dal 1987 gli ammalati muoiono per colpa dell'AZT, di cosa morivano prima del 1987, anno in cui venne aprovvato l'AZT?

Nel 1981 apparve ciò che finì per essere denominato Aids precisamente in omosessuali con PCP. E subito dopo è stato aggiunto il Sarcoma di Kaposi (SK) (il 15% dei "casi di Aids" iniziali negli USA ebbero SK). Le tre cause di morte furono inizialmente: PCP, candida (che è anche un fungo) nell’ esofago e apparato digerente, e SK.

E' stato detto: Omosessuali di 30 anni che muoiono di PCP e SK? “Ciò è enigmatico e nuovo". FALSO. Era la continuazione di una situazione già conosciuta.

* NEGLI ANNI TRENTA:

Nel 1939 venne pubblicato: PCP nei neonati prematuri che prima sarebbero morti di infezioni batteriche. Vengono scoperte le sulfonamide nel 1935 (ce n'è una nel Bactrim) e si comincia a somministrare a neonati con immunodeficienza. Risultati: già non morivano a causa di sepsi batterica, ma sviluppavano PCP.

*NEGLI ANNI QUARANTA:

Dopo la II Guerra Mondiale: PCP massiva nei bambini negli orfanatrofi. C'era un percentuale di PCP maggiore di quello attuale nell’ Aids. In Svizzera, che non partecipò nella II Guerra Mondiale e non c'era la fame: 800 casi di PCP all'anno. Oggi in Germania (dodici volte la popolazione svizzera): 800 casi di Aids all'anno.

*NEGLI ANNI CINQUANTA:

Esperimenti con topi: Gli venivano somministrati antibiotici e corticoesteroidi, cibo senza proteine e si mantenevano in isolamento (senza contatto con l'aria esterna).

Sviluppavano Neumocistis atipica (non causata dai batteri). Furono sacrificati e vennero fatte le autopsie. Non fu rilevato il PC come agente patogeno, ma il polmone aveva le stesse caratteristiche. La cosa importante era la dieta senza proteine. Ma fino agli anni settanta non si conobbe che la cosa decisiva era la mancanza di cisteina. Adesso si commette lo stesso errore di 50 anni fa.

*NEGLI ANNI SESSANTA:

Appariva PCP nei casi di cancro trattati con corticoesteroidi, in bambini con leucemia, e in malati autoimmuni trattati con chemioterapia.

-Severe Combine ID: esaurimento di cellule T e B nel midollo osseo nei malati di leucemia trattati con metrotrexato, l'altro componente del Bactrim.

-Giappone: nuova malattia che attaccava nervi, muscoli, cuore,... Si attribuì a un virus! Un medico scoprì che era dovuta a un antiparassitario contro la disinteria amebica: Enterobioform (Ciba Geigy, adesso Novartis), che agisce contro i mitocondri nello stesso modo dell'AZT, Trimetroprim(TMP), Aziotioprim.

*NEGLI ANNI SETTANTA:

-Nei trapianti di organi venivano somministrate delle sostanze immunosoppressorie (inibitori della maturazione dei linfociti T) con lo scopo di evitare i rigetti. Cioè, veniva provocato Aids con i medicinali. E' stato documentato che il 6% dei trappiantati sviluppavano SK, PCP, ed altre infezioni da funghi, così come linfomi. Avevano una media di 30 anni. (Il 50% dei pazienti che sviluppavano SK avevano un'altra caratteristica: la maggioranza apparteneva al gruppo sanguineo A,B, o AB). La PCP si manifestava quando veniva somministrato Bactrim contro le infezioni renali. E quando ad altre persone venivano somministrati anche dei corticoesteroidi, oltre la PCP sviluppavano SK. I prodotti più utilizzati furono l'azathiopina, aziotioprim (alla fine degli anni 60). E'stato calcolato che dopo tre anni e mezzo della sua applicazione si manifestavano PCP, SK, linfomi.

-Dagli anni 70 si sa che il Bactrim è massivamente immunotossico.

Esperimento: Innesto di pelle a tre gruppi. Al gruppo A veniva somministrato aziotioprim; al B, TMP; al C niente (gruppo di controllo). Risultato: Il gruppo C respinge l'innesto; gli altri due no.

*NEGLI ANNI OTTANTA:

-Negli esperimenti con mitocondri nei laboratori, vengono utilizzati in maniera abitudinaria dei prodotti con gruppo N3 per bloccare la loro catena respiratoria.

(Attualmente, la parola "Antibiotici" ha un significato positivo. Ciò deriva dal fatto che nel 1946 si scoprì in un fungo la penicilina, sostanza che uccideva batteri. Venne sintetizzata in laboratorio. Nel 1948 venne applicata la prima chemioterapia al cancro: metrotexato, simile al trimetroprim contenuto nel Bactrim -assieme a un sulfonamide-. Esiste un logico timore alla chemioterapia. Per richiamare l'attenzione sulle sostanze di sintesi chimica pericolose e diminuire ciò che di positivo hanno gli antibiotici, adopero la parola Chemio-antibiotici).

Struttura simile:

*gruppo AZA e gruppo N3.

*Azathiopina, aziotioprim, TMP, AZT (dalla stessa fonte: Burroughs Welcome, Glaxo Welcome, GlaxoSmithKlein).

*1983: Prima Conferenza Internazionale dell'Aids in New York. Viene detto che "servono pazienti per fare degli esperimenti nei quali venga inibita l'immunità per vedere se sviluppano cancri". Bisogna ricordare che furono "ricercatori del cancro" quegli che diventarono "ricercatori dell HIV".

*Le cellule sono ospiti di colonie di batteri: i mitocondri, che producono il 90% dell'ATP. Il processo di endosimbiosi ebbe luogo due miliardi di anni fa. Animali, funghi e piante possiedono mitocondri. E senza mitocondri intatti non c'è respirazione aerobica nelle cellule. Mitocondri: export-import. Ogni mitocondrio: 37 geni. Siccome c'è una media di 1300 mitocondri in ogni cellula, ogni...
postato da: dissidio alle ore 08:44 | link | commenti
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martedì, 11 dicembre 2007

Le bugie sull'Aids per i finanziamenti

Il seguente articolo apparso su Metro di Roma il 17/7/2000 deve in qualche
modo essere sfuggito alla censura imperante in materia di Aids.
 
Le bugie sull'Aids per i finanziamenti
 
Il fenomeno Aids è uno dei più grandi scandali della medicina. Gli
scienziati si negano a un aperto dibattito per paura di perdere
finanziamenti. Nessuno ha dimostrato che il virus provoca l'Aids.
 
Di Aids si muore, per l'Aids si chiedono finanziamenti. Ma cosa sia e cosa
provochi è tutt'altro che chiaro. Anche per colpa di medici e scienziati che
per interesse si adattano alla teoria più comoda. E le organizzazioni
mondiali sparano cifre solo presunte allo scopo di sfruttare il fenomeno per
ottenere soldi per i Paesi poveri.
Con i tradizionali discorsi augurali si è conclusa a Durban (Sud Africa), la
XIII Conferenza mondiale sull'Aids, senza risposte definitive ai più
assillanti interrogativi posti sin dal 1982, cioè dalla scoperta dei primi
casi di questa complessa sindrome che si può manifestare con 25 differenti
patologie.
Soltanto conoscendo l'origine di una malattia è possibile comprenderla,
combatterla, curarla, prevenirla e alleviarla. Ma ad oggi restano insoluti
numerosi quesiti: che cosa causa il collasso del sistema immunitario? Può
essere ricostituito il sistema immunitario dopo l'infezione? Quali sono i
meccanismi patogeni del virus Hiv e come si può controllare la sua
replicazione? Come si trasmette l'Hiv, dal punto di vista sessuale, materno,
intravenoso? I vaccini potranno prevenire l'infezione? E infine
l'interrogativo più importante: l'Aids è veramente causato dall'Hiv e solo
da questo stranissimo virus?
 
Finora, in verità, tutti i ricercatori e gli scienziati che si sono occupati
della materia hanno messo a punto soltanto ipotesi di lavoro, cioè hanno
accettato in modo dogmatico un'origine ipotetica, poichè era l'unica
disponibile, senza indagare a fondo sugli inizi dell'Aids. E l'opinione
pubblica mondiale è rimasta prigioniera di frettolose decisioni scientifiche
stabilite, senza possibilità di discussione o revoca.
Così l'inaugurazione è avvenuta fra polemiche che si ripetono da 17 anni. Da
una parte è stato presentato un documento, chiamato Durban Declaration,
firmato da circa 5.000 ricercatori che ribadiscono il legame di
causa-effetto fra Hiv e Aids; dall'altra il presidente sudafricano Thabo
Mbeki, sostenitore della tesi opposta, difesa da poche decine di scienziati
(fra cui alcuni premi Nobel della medicina e della chimica) guidati dall'
"eretico" Peter Duesberg (un virologo californiano di alto livello) che si
oppone al pensiero dominante.
Nel suo volume "Inventing the Aids virus" sostiene che essendo l'Aids una
sindrome e non un'affezione, deve avere necessariamente più cause e l'Hiv
non può essere l'origine comune di tutte le manifestazioni cliniche; le
attuali teorie sull'eziologia non sono fondate su prove scientifiche
dirette, ma sono basate su prove indiziarie, cioè quelle epidemiologiche, a
loro volta poggiate su stime e non su rilevazioni dirette.
 
Il fenomeno Aids, secondo Duesberg, è uno dei più grandi scandali della
medicina e gli scienziati coinvolti in questi studi si negano a un aperto
dibattito nel timore di perdere finanziamenti e di sconvolgere l'attuale
ipotesi consolidata, determinando gravi conseguenze commerciali e sociali.
Duesberg ritiene che il virus dell'Hiv, sfuggente e mutevolissimo, è in
realtà innocuo e l'azione attribuitagli contrasta con le sperimentazioni
finora condotte, con i principi fondamentali della virologia e con il fatto
di non essere presente nel cento per cento delle persone infette. Nessun
documento scientifico ha dimostrato che il virus provoca l'Aids.
Controversie scientifiche a parte, siamo di fronte alla terribile tragedia
di milioni di persone che per malnutrizione, gravi carenze delle difese
immunitarie e tremende condizioni ambientali continuano a morire. Ed è
comprensibile che, per raccogliere risorse finanziarie a loro favore, le
organizzazioni mondiali (Oms, Unicef, Fao, Unesco) debbano sostenere che
responsabile di tutto sia l'Aids.
 
Ugo Apollonio
Presidente onorario Ass. stampa medica italiana
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categorie: rassegna stampa, aids

hiv sotto processo; coimputato Robert Gallo

Febbraio 2007, l'HIV è sotto processo in Australia: il Tribunale valuta le prove nei confronti delle affermazioni di essere stato isolato, trasmesso e riscontrato con dei test
 
Una mozione di appello in una udienza penale ad Adelaida, Australia, è diventata il centro dell'attenzione internazionale, mentre le affermazioni fondamentali dei ricercatori dell'AIDS ortodossi - ivi compreso il dottore Robert Gallo, colpevole di un delitto gravissimo - vengono sottoposte ad un energico interrogatorio in contraddittorio da un avvocato che chiede le prove scientifiche dell'esistenza del virus. I portavoce dell'industria dell'AIDS più importanti si sono presentati o sono apparsi attraverso una trasmissione satellitare ad Adelaida, per difendere l'ipotesi dell'HIV nei confronti delle accuse formulate da un gruppo locale di esperti scientifici e medici conosciuto come 'Il gruppo di Perth' che afferma che la ricerca sull'AIDS durata due decenni, non è riuscita a presentare un isolato purificato dell'HIV, non ha inoltre nemmeno presentato la convalida dell'accuratezza dei cosiddetti test dell'HIV, né alcuna prova che l'HIV venga trasmesso attraverso i fluidi corporei.
 
Sotto ci sono due nuovi articoli riguardo l'azione giudiziaria. Ulteriori informazioni riguardo la causa e le trascrizioni testuali delle deposizioni sono disponibili sul sito http://aras.ab.ca/index.php
 
Per visualizzare la deposizione di questa settimana del dottore Robert Gallo, presunto scopritore dell'HIV, visita il sito Gallo-Transcript.pdf
 
Michael Geiger, che osserva da vicino gli eventi di Adelaida, riferisce di essersi sentito 'sbalordito e stupito' dalle dichiarazioni di Gallo al tribunale. Geiger dice: "E' difficile sapere se Gallo difendeva l'HIV o se la sua deposizione fosse una pubblica ammissione di colpa".
 
Geiger prega i lettori delle trascrizioni di notare:
 
    * Nella pagina 1294 dove Gallo è d'accordo sul fatto che nel suo studio originale ha trovato le prove dell'esistenza dell'HIV solo nel 40% dei pazienti con l'AIDS, e che il 40% non è sufficiente per dimostrare che l'HIV sia la causa dell'AIDS:
 
     L'avvocato a Gallo: "Lei aveva.trovato l’hiv in..48 persone su 119, cioè il 40%?"
 
     Gallo: "Sono d'accordo"
 
     L'avvocato: "E' d'accordo sul fatto che l'isolamento dell'HIV soltanto dal 40% dei pazienti non costituisce la prova che l'HIV causa l'AIDS?"
 
     Gallo: "Direi di sì, da solo, indipendentemente, un isolamento del 40% di un nuovo virus, direi che non è la causa".
 
    * Nella pagina 1300 osserviamo che Gallo ammette il fatto di riscontrare basse percentuali di positività nei soggetti con i sintomi dell'AIDS:
 
     Avvocato: "Per...gli adulti con KS (Sarcoma di Kaposi), del 30%; per gli adulti...con infezioni opportunistiche da AIDS del 47%. Lei accetta le Sue cifre?"
 
     Gallo: "Accetto le cifre".
 
    * Nella pagina 1317 Gallo riconosce che non ha riscontrato l'HIV nelle lesioni da KS (Sarcoma di Kaposi) e nemmeno nelle cellule T; nella pagina 1318 Gallo ammette che i test di 'carica virale' non possono essere adoperati per dimostrare l'avvenuta infezione dovuta ad un virus.
 
Il linguaggio degli articoli dei giornali che si occupano della causa di Adelaida è un segnale clamoroso e chiaro di pregiudizio dei media versol'AIDS. Nel primo articolo che segue, gli esperti medici e scientifici che sfidano la nozione che l'HIV sia stato isolato, d'accordo con gli standard scientifici veri e propri, sono stati bollati come "un gruppo organizzato di negazionisti dell'HIV" che non ha titoli ufficiali, come ad esempio quello di medico, mentre quelli che vengono chiamati dal tribunale per presentare le prove vengono chiamati "esperti", riferendosi ripetutamente ai loro titoli professionali.
 
La ovvia tendenza della copertura giornalistica australiana è appena un gradino al di sopra della reazione dei media americani: Nei giornali americani non è apparso alcun articolo riguardo alla confusione che c’è dietro.
    
  
 
 
postato da: dissidio alle ore 08:28 | link | commenti
categorie: rassegna stampa, aids, hiv
lunedì, 19 novembre 2007

MONTAGNIER; di come piano piano tutto viene a galla

Articolo di Luc Montagnier apparso sulla stampa l'estate scorsa 
Nota; per chi non lo sa, Montagnier (Francia), insieme a Robert Gallo (USA) è lo scopritore del famigerato retrovirus hiv, che provocherebbe l'AIDS.
Sulla scoperta di questo retrovirus, sono scoppiate grosse polemiche.
Gruppi di scienziati, premi nobel e studiosi di fama mondiale, hanno contestato la scoperta del hiv, dicendo che il sistema di ricerca non ha rispettato il metodo di isolamento dei virus, metodo consolidato.
I suddetti scienziati, definiti DISSIDENTI, DAL SISTEMA SANITARIO MONDIALE E DALLE MULTINAZIONALI FARMACEUTICHE affermano che hiv non provoca AIDS, e che questa sindrome (non malattia) è causata da una serie di squilibri organici, dovuti all'inquinamento, alla cattiva alimentazione, all'uso di droghe, all'abuso di farmaci, ecc, insomma da una cattiva qualità della vita.
quindi, bisogna lavorare sul rafforzamento delle difese immunitarie, invece che sulla uccisione del virus.
ecco cosa dice Montagnier
 
 "Quelle microinfezioni che accorciano la vita
Potremmo campare cent’anni in buona salute se microinfezioni nel
sangue, croniche e senza sintomi, non aprissero la strada alle più
gravi malattie della vecchiaia. Per il momento è solo una teoria, ma ne
è convinto Luc Montagnier che di sistema immunitario ne sa qualcosa
avendo scoperto per primo il virus dell’Aids. Il ricercatore francese
ha esposta la sua teoria nel corso del convegno sull’invecchiamento
«The Future of Medical Sciences»: secondo Montagnier, l’attuale
aspettativa di vita nel mondo industrializzato, pari a circa 80 anni,
potrebbe essere incrementata di almeno 20 anni se si riuscisse a
neutralizzare l’azione dei radicali liberi. «Il 35% delle persone con
età superiore ai 65 anni - ha detto - ha patologie neurologiche o
psichiatriche, causate in prima battuta dallo stress ossidativo con il
rilascio di radicali liberi che danneggiano l’organismo».
«La scienza medica - ha aggiunto il ricercatore - ha individuato già
molti enzimi anti-ossidativi, ma in alcuni individui non funzionano
bene. Inoltre lo stesso sistema immunitario, se si indebolisce, apre la
porta ad altre infezioni che contribuiscono ad aumentare lo stress
ossidativo».


Montagnier: «20 anni in più azzerando l’azione dei radicali liberi»
Non sempre però queste infezioni sono facilmente rilevabili: durante
le sue ricerche sull’Aids, nel tentativo di estrarre il virus dell’Hiv
dal sangue dei malati per alcuni esperimenti di laboratorio, Montagnier
si è reso conto di non riuscire a purificarlo del tutto perché un
micoplasma (sorta di parassita delle cellule che si trova anche nel
sangue di molti donatori) continuava a persistere anche nel sangue
filtrato, compromettendo i risultati degli esperimenti.
Per capire come fosse possibile, è ricorso a uno strumento che riesce
a captarne i segnali elettromagnetici, trovando particolari risonanze
legate appunto al micoplasma. Ripetendo l’esperimento, questa volta
sulla presenza di altri microrganismi, ha scoperto segnali specifici
per molti microbi e anche per i virus, e non solo nel sangue di
soggetti infettati ma anche in pazienti affetti da malattie
neurodegenerative come il Parkinson, la Sclerosi multipla e anche nei
bambini autistici.
L’aspetto cruciale della flora intestinale
In particolare, ha trovato segnali in 16 malati di Alzheimer su 17.
Questo ha portato Montagnier a pensare che in quelle patologie, dovute
certamente a molte altre cause, un ruolo importante possa essere
giocato da quelle che ha chiamato «microinfezioni latenti» provocate da
microrganismi piccolissimi non rilevabili con una comune analisi del
sangue, le quali provocano comunque uno stress ossidativo tale da
indurre una mutazione genetica. Ad esempio, «per l’Alzheimer - ha detto
il ricercatore francese - si ipotizza un’infezione batterica non
proveniente dall’esterno, ma endogena, proveniente dalla flora
intestinale: sono forme molto piccole di microrganismi, nanostrutture
che attraverso la mucosa dell’intestino indebolita dall’età entrano nel
ciclo sanguigno e sono in grado anche di raggiungere il cervello,
inducendo così anche alterazioni a livello dei neuroni».
«La morte - ha concluso Montagnier - è scritta nel programma dei
cromosomi, ma anche nell’indebolimento del sistema immunitario, poiché
favorisce l’ossidazione del Dna, cosa che induce mutazioni genetiche e
rotture a livello dei cromosomi»."
 
postato da: dissidio alle ore 09:34 | link | commenti
categorie: rassegna stampa, aids, hiv
mercoledì, 10 ottobre 2007

farmaci assassini- VIRAMUNE

qualcosa su gli antiretrovirali che dovrebbero curare l'AIDS
NEVIRAPINA
(anti-virale)
La Nevirapina ( Viramune ) è un NNRTI ( non-nucleoside reverse transcriptase inhibitor, inibitore della trnscriptasi inversa.) , che trova impiego nel ridurre il carico virale nell'infezione da HIV. I principali effetti indesiderati prodotti dalla Nevirapina sono : epatotossicità , sintomi gastrointestinali e reazioni dermatologiche.
Ricercatori dell'Hammersmith Hospital e del Paterson Centre for Mental Health di Londra hanno riferito di 3 casi di pazienti con infezione da HIV, senza storia di malattia mentale, che dopo aver assunto Nevirapina hanno manifestato complicanze neuropsichiatriche.
Un uomo di 35 anni, dopo una terapia di 2 settimane con Nevirapina, ha manifestato uno stato depressivo ed ha interrotto l'attività lavorativa a causa di disturbi cognitivi e perdita di coscienza. Ricoverato in ospedale per un'overdose di Nevirapina , il trattamento con l'antivirale è stato sospeso. Cinque giorni più tardi l'uomo ha tentato il suicidio. Poiché ciò, in un primo tempo, non è stato correlato all'impiego della Nevirapina , il trattamento farmacologico è stato ripristinato. Dopo un periodo di 2 settimane in cui il paziente risultava lucido , sono comparse allucinazioni visive ed altri disturbi neuropsichiatrici. La Nevirapina è stata sospesa e nell'arco di 3 settimane il paziente è diventato asintomatico.
Una donna di 36 anni, dopo aver assunto per 2 settimane la Nevirapina , ha manifestato idee persecutorie e ideazioni suicidarie.
Una donna di 42 anni ha sviluppato anch'essa idee persecutorie e depressione dopo 10 giorni di terapia con Nevirapina. ( Xagena )
Wise MEJ et al , BMJ 2002 ; 324: 879
Aggiornamento sulla Neviparina:
IDS : l’MCC ha messo in discussione l’efficacia della Nevirapina nel ridurre la trasmissione verticale (da madre a figlio) dell’infezione da HIV-1
Il South African Medicines Control Council ( MCC ) ha messo in dubbio le conclusioni dello studio HIVNET 012.
Questo studio clinico (Lancet 1999) aveva confrontato la sicurezza e l’efficacia di un breve ciclo di trattamento con Nevirapina (Viramune) e con Zidovudina (Retrovir) durante il parto e nelle prime settimane di vita del neonato.
La Nevirapina aveva mostrato di ridurre il rischio di trasmissione dell’infezione da HIV-1 di circa il 50%. L’MCC ha invitato la società produttrice del Viramune, Boehringer Ingelheim a fornire entro 90 giorni altri dati di efficacia e sicurezza, pena il ritiro dell’autorizzazione alla vendita del prodotto.
Il provvedimento del South African Medicines Control Council ha preso avvio dal riesame dello studio HIVNET 012, promosso negli Stati Uniti dai National Institutes of Health, dopo che l’FDA aveva respinto la nuova indicazione per la Nevirapina: “trasmissione verticale dell’infezione da HIV-1. ( Xagena 2003 )
Fonte : Lancet , 9 August 2003
VIRAMUNE
(anti-AIDS)
NIH ha nascosto la tossicità del farmaco anti-AIDS
I Responsabili del National Institute of Allergy and Infectious Diseases ( NIAID ) erano a conoscenza della tossicità del Viramune ( Nevirapina ) ma avrebbero nascosto i dati al Governo USA.
Il Viramune è un farmaco impiegato nel trattamento dell'AIDS, commercializzato dalla società tedesca Boehringer Ingelheim.
Negli studi eseguiti in Uganda 14 donne a cui era stato dato il farmaco sarebbero morte, e sarebbero stati osservati in gran numero effetti indesiderati.
Ma questi dati sarebbero stati tenuti nascosti.
Il Responsabile del Senate Finance Committee ha chiesto al Dipartimento della Giustizia americano di indagare sul comportamento dei National Institutes of Health.
http://www.npsitalia.net/modules.php?name=News&file=article&sid=314
http://www.disinformazione.it/farmaci.htm#VIRAMUNE

postato da: dissidio alle ore 10:56 | link | commenti (1)
categorie: aids, farmaci assassini
giovedì, 04 ottobre 2007

ascorbato di potassio

 CHI HA PAURA DELL'ASCORBATO DI POTASSIO?

"Nel 1969, Dean Burk ed il suo gruppo pubblicarono (in Oncology), al National Cancer Institute, un documento che descrive le loro scoperte in merito all’ascorbato che uccideva le cellule cancerose ed era senza danno per le cellule normali. Nella frase di apertura si legge: <<Il presente studio dimostra che l'ascorbato (Vitamina C) è altamente tossico o letale per le cellule dell'Ehrlich ascites carcinoma in vitro>>. (...).- In aggiunta essi fanno notare che l'ascorbato non era mai stato sperimentato per i suoi effetti anticancro dal Cancer Chemiotherapy National Service Center, perché era troppo poco tossico per andar bene per il loro programma di mascheramento. Essi non vogliono sperimentare nulla che non aiuti ad uccidere il paziente canceroso". ( Irwin Stone, Lo scorbuto e il problema del cancro, in "Il fattore K. Il problema del cancro e la medicina " Parte seconda, INEDITI n. 26, Andromeda, Bologna 1989.)
Il Potere Medico e Farmaceutico ha oltrepassato ogni misura e "come sono stati fatti ripetuti tentativi negli Stati Uniti di far vietare come ‘frode’ qualsiasi affermazione che le vitamine naturali sono superiori a quelle sintetiche, così si tenta, ancora oggi, di far vietare per legge qualsiasi terapia del cancro diversa da quella ‘ufficiale’, sebbene questa si sia rivelata catastrofica...". ( G. Valsè Pantellini, Ascorbato di potassio e malattie degenerative, in "Il fattore K. Il problema del cancro e la medicina", cit.)
Rispettabilissimi scienziati ( Irwin Stone, Cameron, Pauling, l’italiano Luigi Di Bella, ecc.) conducono da vari decenni ricerche, non accademiche, sul cancro e i risultati sembrano essere confortanti.
Gianfranco Valsè Pantellini, biochimico ricercatore, che allo studio del cancro ha dedicato tutta la sua vita e, per meriti scientifici, Membro dell'Accademia delle Scienze di New York e della Società Internazionale di Criochirurgia, ha partecipato con comunicazioni personali ai congressi di cancerologia di Firenze, Cremona, Baden Baden, New York, ecc. Seguace del pensiero scientifico atomistico dei maestri Saent Gyoagyi ed Ettore Maiorana, ha rapporti con scienziati di diversi istituti di ricerca.
Pantellini del cancro ha affermato: "Io penso e credo fermamente che l’insorgere dell’emergenza tumorale negli attuali organismi non sia altro che il riemergere di una struttura evolutiva della materia vivente, avvenuta qualche milione di anni fa, e che ciò avvenga oggi, quando i geni autoregolatori del chimismo cellulare vengano inattivati nel loro chimismo enzimatico per uno stress di qualsiasi natura. Questa emergenza non può essere controllata senza una riattivazione del chimismo enzimatico legato a questi geni autoregolatori.
I geni sopra indicati sono stati identificati recentemente da Marks (USA); non è stato identificato il sistema enzimatico legato ad essi... Personalmente ritengo che questo sistema enzimatico sia il fattore o i fattori X che ho precedentemente segnalati. Questi fattori, alcuni milioni di anni fa, dettero inizio ad una differenziazione esattamente codificata dalle confuse masse proteiche in organismi viventi perfettamente strutturati come gli attuali.
Durante la mia ricerca tra i precursori biologici, che ritengo capaci di strutturare un esatto codice genetico, ho ritenuto opportuno prendere in considerazione gli zuccheri seguenti: Ribosio, Acido ascorbico e i suoi sali, Ascorbato di Na, Ascorbato di Ca, Ascorbato di Mg e Ascorbato di K; poiché è estremamente logica l’ipotesi di un’interdipendenza nelle reazioni genetiche di trasformazioni reversibili fra una forma di Ribosio e una di Acido ascorbico o dei suoi sali in soluzione per una perdita od acquisto di una molecola di H2O e di CO2.
Ciò avviene nel metabolismo cellulare per azione enzimatica a seconda delle necessità. Durante queste reazioni metaboliche i radicali liberi di acido ascorbico vanno a consolidare le strutture della sostanza basale in cui la cellula è immersa mediati dal catione Ca++ extracellulare ai protoaminoglicani ed ai Glicosaminoglicani. Queste strutture sono fondamentali per mantenere segnali di codice tra cellula e cellula ed in particolar modo tra i geni autoregolatori della cellula stessa. Tra i cationi salificati con i residui ascorbici io ritengo che il più importante sia il K. Questo catione, trovandosi confinato all’interno della cellula, è certamente essenziale per il mantenimento del meccanismo enzimatico dei geni autoregolatori della cellula stessa". ( Brunetti P. e Papa A. (A cura di), L’ascorbato di potassio nella cura e prevenzione delle malattie degenerative, REPRINT n. 1/3a Ediz., Andromeda, Bologna 1993).
Pantellini ha sperimentato che la somministrazione di ascorbato di potassio, che non provoca effetti collaterali indesiderati, ha in dosaggi diversi, un'azione preventiva e curativa nei riguardi del cancro.
Lo scienziato ha trattato, tra l’altro, con successo malattie autoimmuni da virus dipendenti e, tra queste, la sclerosi multipla. Sul probabile meccanismo d’azione dell’Ascorbato di Potassio Pantellini ha scritto:
"Ritengo... che il Potassio, per la sua affinità verso i gruppi idrogeno degli amminoacidi presenti all’interno delle membrane cellulari, presiede attivamente ai fenomeni degli interscambi ossido-riduttivi dei medesimi, mantenendo costante la quota proteica necessaria ad un’ordinata strutturazione del complesso edificio cellulare " ( G. V. Pantellini, Studi e ricerche sull’Ascorbato di Potassio).
Questi ed altri studi, di indubbia importanza non escludono, tuttavia, la necessità di concepire una visione della persona, nell'insieme delle diverse realtà interagenti che la compongono, integrata e globale, in quanto l'essere umano è unico e non suddiviso in tanti organi-scompartimenti.
L’intervista che segue è stata pubblicata nel mio lavoro "Individuo, malattia e medicina", Editrice Andromeda, Bologna 1995.
 
INTERVISTA A GIANFRANCO VALSE’ PANTELLINI
 
Cosco: Professore che cosa è il cancro ?
Pantellini: Il cancro è una malattia degenerativa che ha anche un'origine genetica. Fino a poco tempo fa io non avevo un'idea lucida di quale fosse l'origine di questa patologia, ma oggi ho la certezza che a provocare questa manifestazione siano i radicali liberi, radicali liberi che vengono messi in libertà nella cellula dai mitocondri. I mitocondri, con questi radicali liberi, colpiscono il nucleo della cellula diecimila volte al giorno, cercando di sovvertirlo. A questa azione dei mitocondri si antepone un enzima connaturato alla stessa cellula che, per natura propria, elimina questi radicali liberi. La produzione di questo enzima viene regolata da un gene. Quest'enzima è la superossido-dismutasi, fortemente riducente e contrastante l'azione dei radicali liberi. Se i radicali liberi, per condizioni particolari fisiologiche e anche per stress endogeni, stress ossidativo interno, riescono ad eliminare dalle cellule o da una cellula quest'enzima è certo che si scatena il tumore. Il cancro è una manifestazione di questo difetto cellulare.
 
C. : Cosa ne pensa della chemioterapia ?
Pantellini: Non dico nulla della chemioterapia, perché si sa già tutto. Essa ha un'azione deleteria e devastante sull'intero organismo. La chemioterapia si regge su un assioma, anzi su un paradosso: "Ciò che fa venire il cancro, lo guarisce", guardi a che assurdità si è arrivati. Nella chemioterapia, la ciclofosfammide non è altro che un iprite chelata che viene introdotta nell'organismo, causa sui tessuti delle reazioni di Feulgen liberando quattro molecole di acido cloridrico. Quindi come si può pensare di curare il cancro con l'acido cloridrico ?
 
C. : Come è arrivato a capire l'importanza dell'ascorbato di potassio per la prevenzione e la cura del cancro ?
Pantellini: Fu un malato che mi mise sulla strada dell'ascorbato di potassio. Scambiò il bicarbonato di sodio con il bicarbonato di potassio... (Il professor Pantellini racconta che nel 1948 una donna, il cui marito versava in gravissime condizioni, in quanto aveva un cancro allo stomaco giudicato inoperabile, si rivolse a lui perché almeno si riuscisse ad alleviare i tremendi dolori del poveretto. Pantellini le consigliò di fargli bere limonate zuccherate con del bicarbonato di sodio. Mesi più tardi vide quest'uomo per strada, quando lo credeva già morto e scoprì che, per errore, al posto del bicarbonato di sodio nelle limonate aveva messo bicarbonato di potassio. N.d.A.) ...e da lì è partita la mia ricerca.
 
C. : Questo sale...
Pantellini: E' il più forte antiossidante che abbiamo a disposizione oggi. Non è dannoso, viene assorbito rapidamente e agisce sul cancro. Difatti i tumori trattati con ascorbato di potassio o regrediscono o si fermano oppure vanno più lentamente avanti. La casistica è molto, molto, molto vasta e positiva.
 
C. : Quali sono i dosaggi ?
Pantellini: Per la prevenzione si possono somministrare due o tre dosi la settimana, la mattina a digiuno, per quattro o cinque mesi consecutivi, poi interrompere un mese e ricominciare. Per la cura, invece, di dosi bisogna assumerne tre al giorno. Cioè occorre prendere la dose preventiva di gr. 0.15 di acido ascorbico e gr. 0.30 di bicarbonato di potassio, tre volte al giorno.
 
C. : Posso scrivere che in caso di tumori definiti iniziali, con l'ascorbato, si ottiene la guarigione completa ?
Pantellini: Certamente, si ha il 100% di regressione del tumore.
 
C. : Ci sono altre malattie che rispondono bene a questo trattamento?
Pantellini: L'assunzione dell'ascorbato di potassio nei malati di AIDS mantiene l'individuo sieropositivo però non lo fa passare nella fase successiva. Stiamo portando avanti un protocollo di terapia sperimentale al riguardo e i risultati sono molto interessanti.
 
C. : Le persone in cura preventiva dal 1970 hanno...
Pantellini: Nessuna di loro, e sono molte centinaia, è stata colpita da cancro o da malattie virali.
 
C. : Professore lei è solo in questo lavoro ?
Pantellini: Sono affiancato da molti altri ricercatori, italiani e stranieri e poi in America diversi scienziati (tra cui Irwin Stone, Cameron e Pauling, N.d.R.) portano avanti protocolli sperimentali simili (fondati sull'ascorbato di sodio).
 
C. : Se l'ascorbato di potassio fosse somministrato su larga scala avremmo risultati incredibili ?
Pantellini: Si, ma non sono cose che posso fare io, io posso dare delle indicazioni. Si deve mobilitare chi è preposto alla salute pubblica, cominciando dal ministro della sanità.
 
C. : Il cancro è anche un affare e gli interessi economici che vi ruotano intorno sono davvero tanti e da tutto ciò che è emerso, le porcherie della "malasanità" di Stato...
Pantellini: Era una cosa logica. Non è una scoperta che ci sia la malasanità. Era meglio se i politici italiani avessero visto più a fondo l'interesse e la salute della gente, ossia pochi farmaci, ma buoni, sperimentati, che moltissimi farmaci anche con prezzi altissimi che non servono a nulla e fanno male.
 
C. : Sperimentano molto sugli animali...
Pantellini: E' difficile riportare l'esperienza fatta su animali all'uomo. L'uomo ha riflessi farmacologici molto diversi. Per esempio un coniglio mangia anche l'atropina senza avere nessun disturbo, l'uomo, invece, muore.
 
C. : Secondo lei la cecità dei cattedratici è frutto di ignoranza o di malafede ?
Pantellini: Io non so cosa nasconda, ma sono morti anche molti di loro di cancro, che io ho tentato di salvare.
 
C. : Visto il bassissimo costo dell'ascorbato di potassio, poche centinaia di lire, le industrie farmaceutiche hanno tentato di metterle i bastoni tra le ruote ?
Pantellini: Hanno provato, tramite anche i loro emissari appartenenti ad un certo tipo di classe medica, ma è difficile fermare la marcia dell'ascorbato di potassio.
 
C. : Ci sono dei medici in Italia che usano l'ascorbato ?
Pantellini: Ci sono dei bravissimi medici in Italia, dei bravissimi chirurghi, anche dei bravissimi oncologi che utilizzano l'ascorbato di potassio.
 
C. : Dove si può trovare l'ascorbato di potassio ?
Pantellini: Molte farmacie lo preparano bene, io non posso dire i nomi, però, ci sono farmacie a Firenze, Treviso, Verona, Milano e Bologna che hanno l'ascorbato di potassio perfettamente dosato e chiuso in bustine ermetiche.
 
C. : Professore un'ultima domanda. L'ansia e lo stress hanno importanza nella genesi di un cancro?
Pantellini: Certamente. La mente e i suoi complessi legami col corpo, rivestono una grande importanza. Io sono certo che l'insorgenza tumorale sia dovuta al riemergere di una struttura evolutiva della materia vivente, avvenuta qualche milione di anni fa, e che ciò si ripeta, oggi, quando i geni autoregolatori della chimica cellulare sono inattivati nel loro chimismo enzimatico per uno stress di qualsiasi natura.
Giuseppe Cosco
Tratto da
http://cosco-giuseppe.tripod.com/medicina/potassio.htm
 
postato da: dissidio alle ore 13:37 | link | commenti
categorie: aids, cancro, ascorbato di potassio