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martedì, 15 aprile 2008

di Monica Russo
 pubblicato sul trimestrale di medicina naturale “Salute è“
 abbinato al mensile AAM TERRANUOVA n. 10 dicembre 03.
 
Numerosi oramai i ricercatori che mettono in discussione l’origine virale dell’HIV. La nuova ipotesi vede l’Aids come una malattia metabolica causata da più fattori e non da un virus che talaltro non è mai stato isolato.
 
La Scienza Ufficiale dichiara che l´Aids è una malattia causata da un virus chiamato HIV, il quale si replicherebbe all’interno delle nostre cellule T4 che costituiscono una parte importante del nostro sistema immunitario. Il virus si moltiplicherebbe fino a ridurre considerevolmente il numero totale di queste cellule, sottoponendo il "malato d´Aids" ad un’immunodepressione e a tutta una serie di infezioni secondarie innocue per la maggior parte delle persone ritenute "sane".
Questa definizione ufficiale sull’Aids è stata più volte contestata da molti scienziati, tra cui tre premi nobel e varie centinaia di studiosi. Tre noti ricercatori, il dr. Heinrich Kremer, il dr. Stefan Lanka ed il dr. Alfred Hassig non la condividono affatto, anzi vedono il ripetersi di uno stesso errore, che la scienza ha fatto nei confronti dello scorbuto e della pellagra, ritenute per decenni malattie infettive, e che hanno causato una psicosi di massa e l´isolamento di migliaia di persone. Caso analogo è avvenuto in Giappone con lo smom, un´epidemia degli anni ´60. All’epoca vennero spesi ben 15 anni per cercare il virus responsabile; la ricerca terminò nel momento in cui ci si rese conto che lo smom era provocato dalla tossicità di un nuovo farmaco.
L´esperienza di Kremer
Nato in Germania nel ´37, negli anni ´60 consegue un dottorato prima in medicina, poi in psichiatria e neurologia. Diventa quindi responsabile di un progetto di terapia sociale per tossicomani e carcerati, in seguito diventa medico di una clinica per tossicodipendenti con un comprensorio di ben cinque regioni tedesche e si occupa di riabilitazione psicosomatica e di ricerca clinica sulle profilassi di infezioni.
Nell’84 effettua la prima prova clinica del test di anticorpi HIV e lo ritiene non specifico. Si rivolge alle autorità sanitarie tedesche dichiarandone l´inefficacia, ma gli viene imposto l´obbligo di utilizzo. Accetta, chiedendo in cambio l´anonimità del test. Per ufficializzare la non specificità aggiunge alle provette dei pazienti, campioni del suo sangue e di quello dei suoi colleghi: mentre non tutti i pazienti risultano positivi, lui e i suoi colleghi risultano esserlo.
Trovata la conferma ai suoi dubbi sulla validità del test, da le dimissioni nell’88 in quanto contrario alla politica governativa sulle droghe e sull’uso di AZT nell’Aids. Nello stesso periodo prevede che nelle carceri tedesche, unico posto dove le persone vengono testate all’entrata e all’uscita per l’HIV, non ci sia mai stato alcun contagio nonostante la presenza di 20.000 tossicomani su 60.000 detenuti. E così è stato. A distanza di 10 anni, incredibilmente, i dati ufficiali confermano la sua previsione; solo malattie veneree ed epatiti risultano essere state veramente trasmesse.
Le certezze di Lanka
Biologo molecolare di 37 anni, ha lavorato presso l´Università di Costanza in Germania, dove risiede, ed ha conseguito un dottorato in virologia. I suoi importanti studi lo hanno condotto ad occuparsi del problema Aids portando un notevole contributo.
Essendo virologo ha verificato la procedura per l´isolamento dell’HIV e ha scoperto che questa non è mai avvenuta, il virus non è mai stato fotografato isolato.
I risultati di Hassig
Immunologo, è stato consigliere dell’Oms e direttore del programma di raccolta e distribuzione del sangue per la Croce Rossa svizzera a livello mondiale.
Hassig avverte che a livello biologico nell’Aids avvengono le stesse reazioni che vediamo nella sepsi da shock traumatico in tempi molto rapidi e nella malnutrizione in maniera più lenta, e che portano al catabolismo, alla morte delle cellule e alla mancata riproduzione delle stesse. Quindi l´Aids, conclude Hassig, è una malattia metabolica e non virale.
Le cause sono cumulative: psichiche, tossiche, infettive, traumatiche e nutrizionali. Nel malato di Aids è molto dannoso lo stress psichico, dovuto alla "sentenza di morte" che riceve una volta testata la sieropositività. A questa vanno aggiunte le cause tossiche per il consumo di droghe e l´utilizzo di terapie velenose quali AZT, Bactrim e antibiotici, le infezioni dovute a epatiti ricorrenti, gli eventuali danni da vaccini, ecc.
Dalla collaborazione di Kremer e Hassig, e alla luce del lavoro dei nobel Robert Furchgott e Louis Ignarro sulla funzione dell’ossido di azoto (NO) nella modulazione dell’immunità cellulare, diventa chiaro quanto non sia più necessario responsabilizzare un ipotetico virus, per spiegare il "quadro AIDS", ma si possa invece dimostrare l´origine metabolica e non virale della stessa.
Il dr. Kremer ha tenuto l´anno scorso un seminario, in Italia, per 12 medici e terapeuti. In quei quattro giorni ha trasmesso loro il risultato dei suoi studi, sostenendo che solo una reale comprensione della malattia può determinare una possibile cura, ed essendo una malattia provocata da molti fattori, bisogna osservare la storia particolare di ogni paziente e vedere quali sono i fattori predominanti per quella determinata persona, quindi agire equilibrando, sviluppando e stimolando il corretto funzionamento dell’organismo.
Ovviamente è fondamentale capire che non si è stati contagiati da nessun virus mortale. Con questa comprensione il dr. Kremer invita ogni medico e terapeuta ad applicare il metodo di cui ha esperienza per poter ripristinare la capacità di autoregolazione del corpo.
Essendo un medico ufficialista, opta per una terapia ortomolecolare per rinforzare l´equilibrio red-ox generale, analizzando minuziosamente i processi di formazione dell´energia cellulare, individua i blocchi che si generano nella sua alterazione e che creano circoli viziosi. Utilizza come cura aminoacidi (n-acetil cisteina, arginina, glutammina), acidi grassi ( omega 3 e 6 ) ma anche antiossidanti naturali della medicina tibetana, anche se il riequilibrio può essere ottenuto da terapie diverse purché siano dirette al miglioramento del metabolismo.
Il riequilibrio intestinale
Tutti i ricercatori indipendenti che stanno investigando sull’Aids, partendo da punti molto diversi, stanno convergendo nel fatto che questa malattia si può riassumere come una grave disbiosi intestinale, ossia la rottura dell´equilibrio tra la flora intestinale ed i funghi normalmente presenti.
La Dr.ssa Clark osserva che la stessa situazione la troviamo in tutti i casi di cancro e anche la medicina ufficiale inglese riconosce pubblicamente, in un articolo apparso sul quotidiano spagnolo "El Pais" agli inizi di luglio, la relazione tra vaccinazioni e autismo nei bambini. L’organismo dei bambini più deboli invece di produrre solo anticorpi, si ammala di un´infezione intestinale che provoca una cascata a catena di eventi: disbiosi intestinale con aumento dei funghi, i cui metaboliti bloccano i ricettori neuronali di zone del cervello in una fase di crescita ancora molto delicata, che non reagiscono più agli stimoli normali.
Si può quindi comprendere quanto sia importante la salute intestinale in tutte le malattie. Nei malati di Aids è molto comune la proliferazione squilibrata di candida che produce una grande quantità di sostanze tossiche per i mitocondri delle cellule, determinando nell’organismo uno stato di deficit energetico e quindi un circolo vizioso.
Un aspetto importante della funzione intestinale è la pulsazione dinamica che possiamo osservare nei bambini appena nati. Questo movimento è rapidamente perso in quasi tutti noi durante il processo "educativo", quando oramai è ben noto che la formazione e la distribuzione dell’energia nel corpo avviene attraverso la pulsazione spontanea dell’addome. Qualora ciò non accada, a causa di forti traumi o di rigidità addominale eccessiva, si può verificare un´alterazione delle placche di Peyers, il cervello dell’intestino (veri e propri neuroni collegano direttamente l´aspetto fisico a quello emotivo), e si crea un terreno scompensato che predispone a malattie soprattutto di natura intestinale destinate a comparire dopo anni o decenni.
Ritrovare la propria vitalità
Un´interessante intervista è andata in onda su Reporter (RAI 3): Pierluigi Ighina ex collaboratore di Guglielmo Marconi, ormai novantenne, ma in ottima forma, spiegava come studi recenti analizzano le onde radio a forma di spirale.
Osservando il guscio della lumaca alcuni studiosi dimostrano che è formato dall’incrocio di due spirali, la cui forma è simile a quella di certe onde radio. Proseguendo gli studi, hanno scoperto che dalla Terra parte una spirale che incontra e converge verso un’altra spirale proveniente dal sole. In quell’occasione Ighina disse: "L´incontro delle due (spirali) crea "l´atomo magnetico pulsante", manifestazione di tutta la materia. L’atomo magnetico mentre prende l´energia dal cielo si apre, quando l´accumula dalla terra si chiude. E così anche noi: tutto pulsa, ciò che non pulsa, non vale niente".
Il processo di guarigione è ripristinare questa pulsazione e rimettere in moto quel processo dinamico fatto di movimento, respirazione, comunicazione, riequilibrio e crescita personale, di fondamentale importanza nella cura. A seconda dei casi è necessaria l´integrazione di sostanze e di discipline diverse per aiutare il corpo a riprendersi quando lo squilibrio dura da molto tempo.
E´ interessante l´esperienza del dr. Jon Kaiser di San Francisco, che pur accettando l´esistenza del virus HIV, ritiene dannosa l’assunzione dei farmaci antiretrovirali, proprio per la loro tossicità. Accetta il loro uso solo in casi di necessità grave e li sospende quanto prima. In alternativa propone una dieta equilibrata e del sano esercizio fisico combinati con tecniche di lavoro “corpo-mente”, come meditazione, yoga o altro e con il sostengo psicologico dei gruppi di aiuto.
Tutto ciò da forza alla richiesta, fatta dal mondo dei dissidenti, che auspicano la riattivazione della ricerca e la risoluzione di questo dramma sociale, che continua a mietere vittime in nome di un virus mai isolato, di un’epidemia inventata e di una Scienza che non è più garante della sua integrità.
 
 
 
 
 
Decalogo delle incongruenze secondo gli studi di Lanka, Kremer e Hassig 
 
La teoria che l´Aids sia una malattia virale non è mai stata comprovata scientificamente.
Il dr. Gallo annuncia nell’aprile ´84 che l´HIV è la probabile causa dell’AIDS; questa sua teoria non è mai stata discussa in un aperto dibattito scientifico. Il giorno dopo la stampa tramuta la ipotesi in certezza, eliminando la parola probabile.
Purtroppo, dalla metà degli anni ´70, da quando le scoperte scientifiche sono brevettabili, si è affermata una procedura molto poco etica: si può affermare l´esistenza di un virus, senza doverlo isolare, ma deducendone la presenza da parametri indiretti stabiliti dagli stessi ricercatori. Anche l´esistenza del Virus Epatite C è stata dedotta in questo modo.
 
L´HIV non esiste.
Tutti i parametri utilizzati per dimostrarne l´esistenza (presenza di trascrittasi inversa, proteina a densità di 1,16, proteina p24, p128, ecc.) sono presenti in cellule normali, in tutte le persone, in diversa concentrazione.
 
I test sono inattendibili.
La soglia di concentrazione necessaria per ritenere positivo il test è stata definita arbitrariamente. Prima di eseguire i test, il sangue viene diluito (500 volte nell’Elisa* e 50 nel Western Blod*). Senza diluizione tutti risultiamo sieropositivi.
La dr.ssa australiana Eleni Papadopulus ha scoperto che tutte le proteine attribuite alla membrana del virus, sono prodotte normalmente da tutti ed elenca ben 78 cause diverse, che per l´alta concentrazione di dette proteine, danno positivo al cosiddetto test Hiv. Le più note sono: epatiti, vaccinazioni, influenze, malattie virali, l´aver partorito più di un figlio, cancro, malaria, artrite reumatoide, dislipidemia (sangue con elevati livelli di grasso o liquido) ecc.
 
L´Aids non è una nuova malattia.
Secondo il Centro per il controllo delle malattie (Center for Desease Control - CDC) è un insieme di 29 affezioni, tra cui micosi, herpes, polmoniti, diarree, alcuni tipi di cancro (linfoma non hodgkin, linfoma tipo Burkit, linfoma primitivo cerebrale, carcinoma delle cervice uterina), ecc.; queste affezioni diventano Aids quando il soggetto risulta positivo al test dell’HIV.
 
Le statistiche epidemiologiche sono state gonfiate.
Le proiezioni logaritmiche sono risultate false, perché è stato usato un sistema cumulativo che somma ogni anno il numero dei casi per il numero totale degli anni. I criteri di valutazione appaiono quindi diversi da paese a paese: in Canada il 25% degli americani dichiarati "Aids" non lo è,  in Africa bastano tre sintomi classici (diarrea, tosse o perdita di peso) accompagnati da un disturbo ritenuto secondario (prurito o ingrossamento delle ghiandole) per essere dichiarati Aids.
 
L´AZT non è un nuovo farmaco.
E´ un chemioterapico degli anni ´60 riconosciuto da subito troppo tossico dopo una sperimentazione effettuata sui topi nel ´64, che ne evidenziava l´altissimo potere di avvelenamento.
E´ noto che i chemioterapici producono effetti devastanti sul sistema immunitario e sull’intestino.
Dell´AZT si sosteneva che aumentasse il numero dei linfociti, ritardando l´insorgere della malattia, ma studi successivi, compreso il famoso "Concorde", stabilirono un modesto incremento dei linfociti T4, solo per un breve periodo, e nessun ritardo nell’insorgere delle infezioni opportuniste, ma la sua assoluta inefficacia a migliorare la salute. Difatti l´aumento dei linfociti iniziale è dovuto ad una reazione di difesa dell’organismo nei confronti di questo farmaco, che distrugge il midollo osseo e lo rende incapace a produrre quei linfociti che dovrebbero poi maturare nell’intestino ma che sono destinati a non accrescersi in un ambiente intossicato e inospitale.
Secondo i dati del Ministero della Salute Italiano, la prima diminuzione dei casi di morte per Aids si ha nel momento in cui la somministrazione dell’AZT passa da 1500mg/die a 500mg/die.
 
Gli inibitori.
Gli inibitori della proteasi, secondo la Medicina Ufficiale, attenuano la proliferazione del virus HIV e la riproduzione dei funghi, svolgono un´azione antinfiammatoria, diminuendo  la carica virale. Il paziente viene informato  che la malattia  diventerà cronica e ciò contribuisce a creare una diminuzione del terrore sottile che accompagna la diagnosi mortale, generando un importante feed-back positivo.
Ma le ricerche evidenziano che tali terapie interrompono numerose funzioni del sistema immunitario, essenziali per la sopravvivenza della cellula umana e bloccano la digestione del cibo e dei grassi con la conseguente produzione di calcoli nei vari organi, oltre a depositi in varie zone del corpo.
 
L´esame della viremia è male interpretato
Lo stesso ideatore del test Kary Mullis - premio nobel del ´93 - dichiara che è impossibile con il suo metodo misurare la carica virale, poiché la PCR (è questo il nome dell’esame) è talmente efficiente che amplificherebbe qualsiasi RNA (acidoribonucleico), senza distinguere se appartiene al virus o a qualche altro contaminante.
Nel risultato della viremia dell’Ospedale Civile di Brescia, nel 2000, si avvisa che il test è valido solo se la persona è sieropositiva. E se è sieronegativa di chi è questo RNA?
E´ importante comprendere che la carica virale è studiata facendo completo affidamento sulla PCR.
 
L´Aids non è una malattia virale, quindi non è contagiosa.
L´Aids è una grave alterazione metabolica e differenti studi di ricercatori dissidenti stanno convergendo nel ritenerla una grave forma di disbiosi intestinale. Quindi metodi e parametri per la cura prevedono la detossicazione dell’organismo ed il riequilibrio della flora batterica, analizzando caso per caso carenze e disfunzioni, in modo da attuare per ciascuno una cura mirata.
 
Note:
* I due test utilizzati per accertare la sieropositività.
 
 
 
postato da: dissidio alle ore 09:43 | link | commenti
categorie: rassegna stampa, aids, dissidenti, sulla stampa
lunedì, 17 marzo 2008

Articolo della Dott.ssa Rebecca V Culshaw

PERCHE’ ABBANDONO L’HIV
Dott.ssa Rebecca V. Culshaw
 
La Dott.ssa Rebecca V. Culshaw, Ph.D., è una matematica biologa che ha lavorato con modelli matematici dell’”infezione da HIV” durante gli ultimi dieci anni. Nel 2002 ottenne il suo dottorato in matematica con specializzazione in matematica biologica alla Dalhousie University del Canada. Attualmente è Professoressa Assistente di Matematica nell’Università del Texas.
 
Sto scrivendo questo articolo alla fine dell’inverno del 2006, quando sono più di vent’anni che siamo nell’era dell’AIDS. Come per molte altre persone, una grande parte della mia vita è stata irreversibilmente segnata dall’AIDS. Tutta la mia adolescenza e la mia vita da adulta, così come le vite di molti dei miei simili, sono state oscurate dalla credenza in una patologia mortale sessualmente trasmissibile, dal peso che l’accompagna di paura vissuta nella intimità, e dalla perdita di fiducia che genera quella credenza.
 
Inoltre, la mia carriera si è sviluppata intorno ai modelli matematici dell’AIDS basati sull’HIV. Feci il dottorato nel 2002 grazie al mio lavoro di costruzione di modelli matematici dell’infezione da HIV, un area di studio che iniziai nel 1996. Dieci anni più tardi, potrebbe sembrare presto per me guardare indietro e riconsiderare seriamente l’area che scelsi, ma adesso lo sto facendo.
 
Il mio lavoro come matematica biologa è stato costruito in grande parte sul paradigma che l’HIV causi l’AIDS, e ciò mi ha portato a rendermi conto che esiste una buona evidenza che tutta la base di quella teoria sia sbagliata. L’AIDS, a quanto pare, non è tanto una malattia quanto una costruzione socio-politica che pochi capiscono e che quasi nessuno mette in dubbio. In particolare, il tema di quale sia la causa dell’AIDS è rimasto talmente fuori da qualsiasi dubbio che persino il fatto di metterlo in dubbio o sollevarlo è considerato irresponsabile.
 
Perché questa società ha accettato tanto velocemente una teoria per la quale esiste pochissima evidenza consolidata? Perché crediamo ad occhi chiusi nelle proclamazioni di istituzioni governative come gli NIH (Istituti Nazionali della Sanità) e dei CDC (Centri di Controllo delle Malattie) espresse nei telegiornali dei mezzi di comunicazione e dagli invitati a interviste o incontri? Il cittadino medio non ha nemmeno idea della fragilità della connessione fra l’HIV e l’AIDS, e questo è il motivo per il quale frasi senza alcuna base scientifica come “il virus dell’AIDS” o “i test dell’AIDS” sono giunti a far parte del linguaggio comune malgrado non ci sia alcuna evidenza della loro precisione.
 
Quando nel 1984 si annunciò che la causa dell’AIDS era un retrovirus che finì nell’ essere conosciuto come HIV, c’era un panico evidente nella popolazione. La mia famiglia stessa sentì subito questo panico perché mia madre aveva ricevuto tre trasfusioni di sangue all’inizio degli anni ottanta come conseguenza di tre aborti. All’inizio avevamo paura delle punture degli insetti, dei baci e dei cessi dei bagni pubblici. Ancora oggi riesco a rivivere la paura che sentii nel leggere nei bagni pubblici iscrizioni come “Hai già l’AIDS? Se non ce l’hai, siediti su questo cesso”.
 
A quei tempi, avevo solamente dieci anni, e col passare del tempo i venti si tranquillizzarono man mano che diventava più chiaro che non era così facile “acchiappare” l’AIDS come credevamo all’inizio. La paura di andare in gabinetto o dal dentista si trasformò in una diffidenza più realista dell’avere sesso con nessuno che non avessi conosciuto molto ma molto alla perfezione. Essendo un’adolescente che non era promiscua in assoluto, non avevo molto di che preoccuparmi.
 
Ma tutto cambiò, o almeno così pensai, quando avevo 21 anni. Dovuto a delle circostanze della mia vita personale ed a un pizzico di paranoia (che, per come si svilupparono le cose, alla fine vidi falsa e senza nessuna fondatezza), giunsi a credere che in qualche maniera avevo preso l’AIDS, e mi sottomisi ai test dell’HIV. Passai due settimane aspettando i risultati convinta che potevo morire presto e che ciò sarebbe stato “tutto colpa mia”. Tale era il sentimento, malgrado il fatto che ero in perfetto stato di salute, non consumavo delle droghe e non c’era alcun fattore di rischio da promiscuità. Alla fine, l’esame risultò negativo e, con il sentimento di essere stata perdonata, decisi di non correre più rischi e di evitare di preoccuparmi troppo.
 
Durante gli ultimi dieci anni, il mio atteggiamento nei confronti dell’HIV e dell’AIDS ha avuto un cambiamento spettacolare. Il catalizzatore del cambiamento è stato il lavoro che portai avanti per la mia laurea, analizzando modelli matematici dell’HIV e del sistema immunitario. Essendo una matematica, praticamente tutti i modelli che studiai mi sembrarono irreali. Le supposizioni biologiche sulle quali si basavano i modelli differivano da un autore all’altro, e quello per me non aveva nessun senso. A quel tempo cominciai anche a rimanere perplessa nell’ascoltare le storie dei sopravvissuti a lungo termine. Dal mio ammesso inesperto punto di vista, la cosa più importante che tutti loro avevano in comune, oltre all’HIV, era il fatto che tutti avevano stili di vita estremamente salutari. Qualcosa dentro di me cominciò a sospettare che il fatto di essere sieropositivo non significava necessariamente che si avrebbe contratto l’AIDS.
 
Dovuto a un abbastanza curioso tiro del destino, mentre andavo a tenere una conferenza per presentare gli ultimi risultati di un modello di HIV che io avevo proposto insieme al mio assessore, mi sono imbattuta in un articolo del Dott.re David Rasnick sull’AIDS e la corruzione della scienza moderna. Dal momento in cui mi sedetti sull’aereo a leggere questo testo, nel quale veniva affermato “più esamino l’AIDS, meno senso ha il fatto che questo virus in grande parte inattivo e difficilmente scopribile sia in grado di causare una tale devastazione”, tutto ciò che è stato scritto dal Dott.re Rasnick cominciò ad avere un senso per me in una maniera in cui non era mai riuscito il modello comunemente accettato. Malgrado non avesse accesso a tutta l’informazione, il mio istinto mi diceva che ciò che era stato scritto da lui tornava.
 
Tuttavia, durante gli ultimi dieci anni continuai la mia ricerca sui modelli matematici dell’infezione dell’HIV, mantenendo durante tutto quel tempo la mia attenzione aperta verso le voci dissidenti. Finora, ho letto centinaia di articoli sull’HIV e l’AIDS, sufficienti dal punto di vista dissidente ma di più, molti di più, dal punto di vista ufficiale, il quale inequivocabilmente promuove l’idea che l’HIV causi l’AIDS e che, quindi, il caso sia chiuso. A quei tempi, pubblicai persino quattro articoli sull’HIV (da una prospettiva dei modelli). Giustificavo il mio contributo ad una teoria della quale non ero convinta, dicendo a me stessa che erano degli articoli puramente teorici, costruzioni matematiche che non avrebbero avuto applicazione nel mondo reale. Suppongo che, in qualche maniera, volevo mantenere aperta la mia mente.
 
Allora, perché ho aspettato fino a questo momento per decidere che non ne posso più, e che non posso continuare in nessun modo ad appoggiare il paradigma sul quale si è sviluppata tutta la mia carriera?
 
Dalla mia prospettiva matematica, una delle prime cose che imparai è stata l’importanza delle definizioni chiare. Se prendiamo in considerazione la definizione, l’AIDS è lungi dal essere chiaro, e difatti nemmeno ha consistenza come entità. La classificazione AIDS è stata introdotta all’inizio degli anni ottanta non come una malattia ma come uno strumento di vigilanza per aiutare i medici e i funzionari della sanità pubblica, a capire e controllare una strana e “nuova” sindrome che colpiva nella maggior parte uomini giovani omosessuali. Nelle sue due lunghe decadi di esistenza, è evoluto verso un qualcosa abbastanza differente. Oggi l’AIDS ha poco o nessuna somiglianza con la sindrome che gli dette il nome. In primo luogo, la definizione è stata cambiata diverse volte dai Centri di Controllo delle Malattie, ampliandola in continuazione per includere ogni volta più malattie (tutte quelle esistenti decadi prima dell’AIDS), e qualche volta incorpora condizioni che non sono in assoluto delle malattie. Così, più della metà delle diagnosi di AIDS eseguite durante gli ultimi anni negli Stati Uniti, furono fatte in base al conteggio delle cellule T e ad una prova di anticorpi positiva “confermata”; in altre parole, è stata diagnosticata molte volte una malattia mortale su una base che non è in assoluto quella di una malattia clinica. E la causa principale di morte tra i positivi all’HIV durante gli ultimi anni è stata la disfunzione epatica, che non è in nessun modo una malattia inclusa nella definizione di AIDS, ma invece un conosciuto effetto collaterale degli inibitori della proteasi, che persone senza sintomi prendono in dosi giornaliere massicce per anni.
 
Anche l’epidemiologia dell’HIV e dell’AIDS è tanto sconcertante quanto confusa. Malgrado il fatto che i casi di AIDS aumentarono rapidamente dalla osservazione iniziale all’inizio degli anni ottanta, e giunsero ad un massimo nel 1993 prima di crollare velocemente, il numero di sieropositivi negli Stati Uniti è rimasto costante in un milione dall’apparizione1 della prova generalizzata di anticorpi verso l’HIV. Ciò non può essere dovuto alla terapia contro l’HIV, visto che il tasso di mortalità annuo degli americani sieropositivi trattati con medicamenti antiretrovirali è tra il 6,7 % ed il 8,8 % maggiore di quanto sarebbe il tasso di mortalità globale dei positivi all’HIV, cioè, il 12 %, se tutti i casi di AIDS fossero fatali in un dato anno.
 
Ancora più strano è il fatto che l’HIV è stato presente con un tasso praticamente costante in tutto il territorio americano in tutta la popolazione sottomessa all’esame, compresi i donatori di sangue abituali ed i militari reclutati, da quando iniziarono i test nel 1985. E’ profondamente strano il fatto che un virus che si pensa sia stato portato agli epicentri di Nuova York, San Francisco e Los Angeles all’inizio degli anni 70, fosse riuscito a diffondersi così velocemente nei primi tempi per poi fermare completamente la sua espansione proprio quando i test cominciarono a venir applicati.
 
1 Citazione: Nel 1985
 
Ritornando un attimo ai modelli matematici, un aspetto che mi ha sempre sconcertato è stata la mancanza d’accordo su come rappresentare con precisione il meccanismo biologico reale di generazione dell’immunodeficienza. Viene detto che l’AIDS è causato da una spettacolare riduzione del numero delle cellule T del sistema immunitario, riduzione che si suppone sia causata dall’HIV. Allora, perché nessuno si mette d’accordo su come rappresentare in un modello matematico la dinamica fondamentale del processo della malattia, che sarebbe come fanno le cellule T ad essere realmente uccise dall’HIV? Nei primi modelli si supponeva che l’HIV uccidesse direttamente le cellule per via di ciò che si conosce come lisi. Una cellula infettata si lisa o muore o si distrugge quando la carica virale interna è talmente elevata che non può più essere contenuta, alla pari della rottura di un sacchetto del supermercato se lo si riempie troppo. Difatti, questo è il meccanismo di patogenesi accettato per tutti gli altri virus. Ma si giunse alla conclusione che l’HIV non uccide le cellule T in quella maniera, e quindi quel concetto fu abbandonato e fu sostituito da altri svariati concetti, ciascuno dei quali finiva in modelli diversi e quindi, in predizioni differenti. Non è mai rimasto chiaro quale sia il modello matematico ‘giusto”.
 
Col passare del tempo è diventato chiaro che la ragione per la quale non c’è stato un consenso matematico su come l’HIV uccida le cellule T, era il fatto che neanche c’era alcun accordo biologico sull’HIV. E ancora non ce n’è. L’HIV è probabilmente il microbo più studiato della storia, e senza alcun dubbio è il miglior finanziato, malgrado non ci sia alcun accordo riguardo il meccanismo della sua patogenesi. Peggio ancora, non c’è alcun elemento che appoggi l’ipotesi che l’HIV uccida le cellule T, qualsiasi fosse il modo di farlo. Non lo fa nelle provette. Non fa altro che rimanere lì, tale come lo fa nelle persone, semmai ci si riesce a trovarlo. Nell’articolo originario di Robert Gallo del 1984 nel quale proclama che “dimostra” che l’HIV causa l’AIDS, difatti l’HIV è stato riscontrato solamente in 26 dei 72 pazienti con l’AIDS. Oggi, infatti l’HIV resta un obiettivo sfuggente in quelli che hanno l’AIDS o che sono semplicemente positivi all’HIV.
 
Questo fatto resta fortemente illustrato dall’uso continuato delle prove di anticorpi per diagnosticare infezione da HIV. I test di anticorpi vengono ampliamente usati per dimostrare la presenza di qualche microbo, ma per tutti i casi a eccezione dell’HIV, la ragione principale per la quale vengono usati al posto dei test diretti (cioè, quelli che cercano direttamente i batteri o i virus reali) è il fatto che i test di anticorpi sono più semplici ed economici che i test diretti. E la cosa più importante è che questi test di anticorpi sono stati rigorosamente accertati col gold standard (o tallone aureo) dell’isolamento effettivo dei microbi corrispondenti2.
 
Ciò è in contrasto evidente col caso dell’HIV, per il quale si usano test di anticorpi perché non esiste alcun test per scoprire il medesimo virus. Per quanto riguarda la cosiddetta “carica virale”, la maggioranza delle persone non sa che gli esami di carica virale non sono mai stati approvati né consigliati dall’ FDA (Food and Drugs Administration) per diagnosticare infezione da HIV. Quello è il motivo per cui un “test dell’AIDS” è sempre un test di anticorpi. La carica virale, tuttavia, viene
adoperata per valutare lo stato di salute dei positivi all’HIV. Ma ci sono molte buone ragioni per considerare che non serve in assoluto per questo. Per misurare la carica virale si adopera sia la PCR, sia una tecnica chiamata Amplificazione della ramificazione incatenata del DNA (bDNA).
 
2 Citazione: Il ‘gold standard’ per un test di anticorpi riguardo un microbo determinato esige che in un numero importante di persone che risultino positive al test fosse stato isolato il suddetto microbo al loro interno, e che in un numero ugualmente importante di persone che risulti negativo al test non si sia riusciti ad isolare il suddetto microbo al loro interno, malgrado fossero state applicate esattamente le stesse tecniche. Solo allora il test è accertato e affidabile nella sua applicazione: se il test dà un risultato positivo, la persona è effettivamente infettata dal microbo per il quale il test viene utilizzato; se il test risulta negativo, la persona in effetti non è infettata dal suddetto microbo. I “test dell’HIV” non sono stati mai comprovati, e quindi la loro applicazione non è affidabile.
 
 
La PCR è la stessa tecnica che viene adoperata per trovare “impronte del DNA” nei luoghi del delitto dove si possono trovare soltanto tracce di materiali organici. La PCR produce sostanzialmente DNA o RNA in blocco con l’obiettivo di riuscire a vederlo. Se qualcosa deve essere prodotto in massa per riuscire a vederlo, ed il risultato dell’amplificazione viene utilizzato per valutare quale quantità di agente patogeno è presente, ciò può portare qualsiasi persona a chiedersi quanto rilevante era l’agente patogeno prima di amplificarlo. Specificamente, come fa un qualcosa talmente difficile da trovare, persino con la tecnologia più sensibile e sofisticata, a decimare completamente il sistema immunitario?
 
Anche se il bDNA non moltiplica niente direttamente, ciò che cerca sono soltanto dei frammenti di DNA considerati come se fossero componenti del genoma dell’HIV, ma questo non è stato dimostrato. Inoltre, non esiste alcuna evidenza per dire che quei frammenti non siano in altre sequenze genetiche non relazionate con l’ HIV, o in altri virus. E’ importante sottolineare a questo punto che la carica virale, alla pari dei test di anticorpi, non è stata mai verificata riguardo il gold standard dell’isolamento dell’HIV. Il bDNA adopera la PCR come gold standard; la PCR adopera i test di anticorpi come gold standard, ed i test di anticorpi si adoperano gli uni gli altri. Nessuno di loro adopera il medesimo HIV.
 
Ci sono buone ragioni per credere che i test di anticorpi sono anche difettosi. I due tipi di test adoperati di routine sono l’ELISA ed il Western Blot (WB). Il protocollo di test normalmente adoperato è “verificare” un positivo all’ELISA con un “più specifico” WB (quando questo è stato escluso dall’uso diagnostico nel Regno Unito3 per essere ritenuto molto poco affidabile). Ma pochissime persone sanno che i criteri per risultare positivo al WB variano da un paese all’altro e persino da un laboratorio all’altro. Detto con chiarezza, la situazione di sieropositività all’HIV di una persona può differire totalmente in funzione del tipo di test adoperato. Ed è anche possibile che un test dia un risultato “indeterminato al WB”, il quale può essere tradotto come “non infettato”, come “possibilmente infettato” o anche, ancora in maniera più assurda, come “parzialmente infettato” a seconda delle attuali possibilità di interpretazione. Questo enigma si complica ancora di più per il fatto che le proteine che compongono le diverse bande reattive dell’esame WB vengono tutte proclamate “specifiche dell’HIV”, facendo sì che ci chiediamo come fa un individuo realmente non infettato ad avere anticorpi anche se si tratta soltanto di una “proteina specifica dell’HIV”.
 
Sono giunta alla conclusione che questi “test dell’HIV” fanno più danno che beneficio, dovuto alla incredibile mancanza di specificità e di standardizzazione. Posso accettare l’idea che sia utile una ricerca anonima del campione di sangue per rilevare evidenziatori non specifici di cattiva salute (ciò che alle volte sembra indicare un risultato positivo ai “test di anticorpi all’HIV”, dovuto alla reattività incrociata con altri patogeni conosciuti). Ma non posso accettare l’idea che qualsiasi persona abbia bisogno di una diagnosi con i “test dell’HIV”. Un test negativo può non essere preciso (qualsiasi sia il significato che quello possa avere), ma un risultato positivo può provocare la susseguente distruzione della vita della persona diagnosticata, tutto dovuto ad un virus che molto probabilmente non fa assolutamente nulla. Non credo che sia esagerato dire che dovrebbe essere vietata l’applicazione di questi test ai fini diagnostici.
 
 
3 Citazione: Dal 1991 in Inghilterra e nel Paese di Galles.
 
 
Le vere vittime di questo imbroglio sono quelli per i quali la vita è stata sconvolta dalla vergogna di una diagnosi di “infezione da HIV”. Queste persone, la maggioranza delle quali sono in perfetta salute, vengono spinte a non avere intimità con nessuno, e vengono squalificate,
accusate di essere state mortalmente irresponsabili e negligenti. E ciò che è ancora peggio, vengono incoraggiate a prendere dosi giornaliere massicce di alcuni dei medicinali più tossici che sono stati prodotti. Durante molti anni, l’HIV ha svolto un ruolo di terrorista microscopico. Degli adulti hanno perso il loro lavoro, è stato negato loro l’ingresso nelle forze armate, è stata rifiutata loro la residenza e persino l’ingresso in qualche paese, finirono per essere accusati di aggressione o di assassinio per praticare il sesso consensuale; dei bambini sono stati allontanati dalle loro madri e sono stati somministrati loro dei medicinali tossici con la forza nelle loro gole. Non c’è alcun precedente di questo tipo di atteggiamento, tutto ciò a nome di una ipotesi fondamentalmente sbagliata e non dimostrata in assoluto, e sulla base dei test indiretti altamente sospetti per una presunta infezione da un virus presumibilmente mortale, un virus al quale non si è visto mai fare nulla.
 
Alla domanda di cosa causa l’AIDS se non è l’HIV, ci sono molte spiegazioni plausibili date da persone riconosciute come esperte. Prima della scoperta dell’HIV, si supponeva che l’AIDS era una sindrome causata da uno stile di vita caratterizzato dall’uso indiscriminato di droghe ricreative. L’immunosoppressione ha molteplici cause, dall’eccesso di microbi fino alla denutrizione. Probabilmente tutte queste sono vere cause dell’AIDS. L’immunodeficienza ha molte manifestazioni, e una sindrome con molte manifestazioni ha probabilmente un’origine multicausale. E’ sufficiente dire che l’ipotesi HIV dell’AIDS non ha apportato nulla eccetto predizioni mai compiute sulla sua espansione, sulla disponibilità di un vaccino, su una futura sperimentazione con animali e su altri aspetti, e che non ha salvato nemmeno una vita.
 
Dopo dieci anni di coinvolgimento nell’ambito accademico della ricerca dell’HIV, così come nel mondo accademico in generale, credo sinceramente che la colpa della accettazione universale, incondizionata e basata sulla fede cieca di una teoria così sbagliata, ricade direttamente sulle teste di coloro tra di noi che in maniera attiva abbiamo appoggiato un’ipotesi totalmente priva di prove con l’unico interesse di progredire nelle nostre carriere. Certamente, nella scienza le ipotesi meritano di essere studiate, ma infatti nessuna ipotesi dovrebbe essere accettata prima di venir dimostrata, particolarmente una la cui cieca accettazione ha delle conseguenze talmente disastrose.
 
Durante più di vent’anni, il pubblico è stato profondamente ingannato e male informato. Essendo una persona a cui i propri genitori insegnarono da piccola a non credere a qualcosa semplicemente perché “tutti gli altri accettano che è vera”, non posso continuare ad essere seduta senza fare nulla, contribuendo con ciò a questa pazzia. E la pazzia è giunta troppo lontano. Come esseri umani, accademici e scienziati onesti, l’unica cosa che possiamo fare è consentire che la verità venga alla luce.
 
3 marzo 2006
Fonte: http://www.lewrockwell.com/orig7/culshaw1.html
 
 
 
 
 
 
 
 
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venerdì, 15 febbraio 2008

IL VERO SIGNIFICATO DEL TEST HIV

Christine Johnson INTERVISTA Eleni Papadopulos-Eleopulos,
 Quanto è attendibile un HIV-test positivo?
Nota dell’editore (Andromeda)
L’argomento del presente lavoro è lo studio effettuato dai dott. Eleni Papadopulos-Eleopulos, Valendar F. Turner e John M.Papadimitriou intitolato “Is a positive Western Blot proof of HIV infection?” - apparso su Biotechnology nel giugno 1993 - che pubblichiamo integralmente in lingua originale in Appendice.
Sono sorte delle controversie sulle possibili interpretazioni di questo studio. Noi pubblichiamo quella di Christine Johnson (ricercatrice e membro del Mensa) la quale ha passato molte ore comunicando via posta elettronica col Dr.Turner (uno degli autori del lavoro), proprio per assicurarsi della correttezza della propria interpretazione
La versione originale di questo lavoro di Christine Johnson è stata pubblicata sul n. 1 del maggio 1994 del “Journal of International Health Research”, col titolo “Understanding the HIV antibody test”. La suddetta rivista è pubblicata dal “People International Health Project”, 8033 Sunset Boulevard # 2640, Los Angeles, California - USA.
 
Riprodotto per gentile concessione dell’editore americano .
 
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“E’ stata l’esperienza più terrificante della mia vita. Andai completamente fuori di testa.”
“Quando lo seppe, salì sul tetto dell’ospedale e si buttò giù.”
“Su di me, l’impatto emozionale fu immenso. Non riuscivo a controllare la paura.”
Queste persone stanno forse parlando di una diagnosi di AIDS? No, queste sono le reazioni di persone sane senza sintomi il cui HIV-test è risultato positivo. Gli effetti di un test positivo sono così devastanti che nessuno dovrebbe sopportare questo imponente “fardello” se non si è assolutamente sicuri che il test sia una misurazione reale e significativa della presenza dell’HIV nell’organismo. Questa affermazione introduce ed indica lo scopo di una pubblicazione che possiamo definire rivoluzionaria: “Is a positive Western Blot proof of HIV infection?” (Un Western Blot positivo è una prova dell’infezione da HIV?), pubblicato sulla rivista BIOTECHNOLOGY JOURNAL nel giugno 1993.
Gli autori, gli australiani Dott. Eleni Papadopulos-Eleopulos, Turner e Papadimitriou, dimostrano che benché ci sia stato detto che possiamo fidarci dell’accuratezza di questi “test dell’AIDS”, in realtà è meglio non fidarsi. Essi discutono i test e come questi vennero accettati come prova virtualmente incontestata che una persona sia stata infettata dall’HIV. Essi inoltre criticano questi test su diverse basi: i test non sono specifici, non c’è un modo standard di interpretarli, ed i risultati non sono riproducibili. Perché un test anticorpale sia scientificamente valido, esso deve soddisfare questi tre criteri.
Tanto per cominciare, cosa significa “specificità”? La specificità è il numero di risultati negativi che il test ottiene in persone che sicuramente non hanno la malattia in questione. Un test che abbia una specificità del 100% risulta sempre negativo quando la malattia è assente. Non ci sono “falsi positivi”. Come si determina se la malattia (in questo caso l’infezione da HIV) è presente o no?
I test per gli anticorpi anti-HIV sono basati sull’idea che se sono presenti gli anticorpi relativi ad un virus, una proteina del virus, e quindi il virus stesso, sono per forza presenti. Così per vedere se il test sta facendo esattamente il suo lavoro, è necessario avere un metodo indipendente per poter verificare la presenza di un virus in una persona sieropositiva (cioè che presenta gli anticorpi per quel virus) e l’assenza del virus in una persona sieronegativa (che non presenta cioè gli anticorpi). Questo metodo indipendente è chiamato “gold standard” o “standard aureo”.
L’unico standard aureo adeguato sarebbe l’isolamento del virus stesso. Poiché i virus hanno bisogno delle cellule viventi dell’ospite per potersi riprodurre, essi vengono coltivati in colture di cellule. L’isolamento dell’HIV presuppone che il virus sia estratto da una coltura e sia separato da qualsiasi altra cosa presente nella coltura stessa, in modo che rimanga solo il virus puro.
Diciamo che 100 persone siano risultate prive del virus mediante l’isolamento virale. Tutte queste persone vengono sottoposte ad un test per l’HIV e di questi 90 risultano negativi e 10 positivi (falsi positivi). Questo dà al test una specificità del 90% (che non è un granché). Se il test fosse specifico al 100%, esso non risulterebbe mai positivo in una persona (sia che abbia sintomi o meno) che non è stata infettata dall’HIV, come determinato dall’isolamento del virus.
Benché vengano fatte molte affermazioni che il test per gli anticorpi anti-HIV sia assai specifico, Eleopulos e colleghi sostengono che non sia così. Un test che non sia specifico, risulterà positivo anche in presenza di anticorpi diversi da quelli che dovrebbe rivelare. Chiaramente, se un test per l’HIV non è specifico, un risultato positivo è per lo meno ambiguo.
Ricordiamo per un momento la definizione di anticorpo e quella di antigene, poiché ne parleremo lungo tutto questo lavoro. Gli anticorpi sono i “fanti” del nostro corpo nella guerra contro invasori esterni quali batteri e virus. Il sistema immunitario produrrà un tipo di anticorpi che avrà una attrazione biochimica unica e specifica per le proteine di quel particolare virus “invasore”. Quando gli anticorpi “vedono passare” una particella virale, essi la attaccano rendendola inoffensiva. Se c’è bisogno, il sistema immunitario produrrà molte migliaia di anticorpi differenti, ognuno dei quali attaccherà uno specifico antigene.
Gli antigeni sono sostanze estranee all’organismo che potrebbero farci ammalare o perfino ucciderci se il nostro sistema immunitario non le neutralizzasse con gli anticorpi. Gli antigeni includono virus, batteri, tossine, o tessuti di altre persone (come lo sperma che potrebbe entrare in circolo durante un rapporto anale). Gli anticorpi si combinano coi loro antigeni come una chiave nella serratura e questa azione risulta in una neutralizzazione dell’antigene cosicché questo non possa più nuocerci.
Questi principi vengono usati nei test per la ricerca degli anticorpi anti-HIV, che funzionano più o meno in questo modo: nel test ELISA, una mistura di proteine, che si ritiene provenga solo dall’HIV, viene messa a contatto con un campione di sangue in modo che ogni anticorpo eventualmente presente nel sangue che sia in grado di legarsi con queste proteine, abbia la possibilità di farlo. Se tutte le proteine della mistura provengono realmente dall’HIV, e se tutti gli anticorpi riconoscono soltanto le proteine dell’HIV, un risultato positivo in questo test significherà che, in un qualche momento nel passato, la persona è stata esposta al virus. Ma, come la Eleopulos ed i suoi colleghi dimostrano nel loro articolo rigorosamente argomentato ed ampiamente referenziato, queste due condizioni essenziali non vengono soddisfatte in nessuno dei due test anticorpali (ELISA o Western Blot) attualmente in uso!
Quindi abbiamo già due grossi problemi: 1) non tutte le proteine della mistura derivano sicuramente dall’HIV; 2) non tutti gli “anticorpi-HIV” riconoscono sicuramente solo l’HIV. In realtà Eleopulos e colleghi sottolineano che in realtà non c’è alcuna prova che addirittura nessuna delle supposte proteine dell’HIV provenga proprio dall’HIV!
La ragione è che l’isolamento del virus ha presentato numerose difficoltà insormontabili (che discuteremo più avanti). La posizione degli autori è che l’HIV non è mai stato isolato e quindi nessuno può essere sicuro che le proteine in questione derivino effettivamente dall’HIV. Ne deriva che se non possiamo essere sicuri che le proteine del test derivino dall’HIV, non possiamo neppure essere sicuri che gli anticorpi che reagiscono con queste proteine siano anticorpi anti-HIV. Ci sono molti casi documentati di reattività-crociata degli anticorpi, nei quali anticorpi di altre malattie o condizioni causano un risultato falso-positivo. L’unico modo per saperlo con certezza è applicare uno standard aureo.
Nel test Western Blot (WB), le presunte proteine dell’HIV vengono presentate separatamente anziché in una mistura e, dopo essere state messe a reagire con un campione di sangue, ogni proteina è in grado di dare un segnale visibile del fatto che ha legato un anticorpo. (v. Fig. 1 per una illustrazione di come appare un risultato di WB) 
FIGURA 1
Rappresentazione schematica di risultati del WB:
(A)   Risultato positivo (reazione a tutti gli antigeni)            
(B)   Risultato negativo. 
Così, mentre l’ELISA può solo determinare che un campione di sangue contiene alcuni anticorpi che sembrano essere stati provocati dall’HIV, un Western Blot, almeno in teoria, può determinare a quali particolari proteine del virus si sono legati gli anticorpi.
Poiché il test ELISA è noto per essere tutt’altro che perfettamente specifico, il Western Blot, che è ritenuto altamente specifico, viene generalmente usato per “confermare” la diagnosi
Infatti è dato un così grande valore al Western Blot che un suo risultato positivo è quasi sempre preso come equivalente di una infezione attiva da HIV. Ma in realtà, quanto è effettivamente accurato questo test “definitivo”?
La Figura 2 inizia con una tabella che mostra quali proteine devono essere presenti perché un Western Blot sia giudicato positivo, secondo cinque differenti autorità. Voi potreste mescolarle e pescare a caso. Prendetene almeno uno da ogni categoria richiesta ed il vostro test sarà interpretato come positivo.
La figura 2 mostra anche come viene letto il test Western Blot. Ogni proteina dell’HIV che ha “trovato” un anticorpo si rende visibile sulla striscia nella sua specifica area, chiamata banda. Ci sono parecchie bande che si suppone rappresentino specifiche proteine virali. Le più importanti di queste sono gp120/160, p41, p31-32, e p24. In realtà, queste proteine potrebbero non rappresentare affatto le proteine dell’HIV!
Diamo un’occhiata ad ognuna di queste proteine principali, e vediamo se la loro presenza in una striscia di Western Blot sia effettivamente indicativa della presenza dell’HIV:  
 
p41: Già all’inizio, il Dr.Montagnier, lo scopritore dell’HIV, trovò che il sangue dei pazienti affetti da AIDS reagiva con una proteina p41 che era stata trovata sia nelle cellule infettate dall’HIV che in quelle non infettate. Si concluse che la banda p41 era il risultato della contaminazione del virus da parte di una proteina chiamata actina, che è una normale componente di tutte le cellule, come pure di altri microbi oltre all’HIV. In altre parole, molte altre cose, oltre all’HIV, possono provocare una reazione positiva della banda p41.
 
gp120 e gp160: il gp120 viene riscontrato sulle “spine” presenti sulla superficie delle particelle immature dell’HIV, ed il gp160 si ritrova solo nelle cellule infette, ma nessuno dei due è presente nelle particelle virali libere e mature. Comunque il sangue dei pazienti affetti da AIDS reagisce con “l’HIV purificato” del test dell’AIDS, ed appaiono le bande gp120 e gp160. Questa è una contraddizione. Poiché nel virus maturo non si trovano né gp120 e né gp160, non ce ne dovrebbero essere neppure nell’antigene preparato per il test. Quindi, da dove vengono queste due bande?
 
Se il gp160 viene a sua volta separato, otterremo gp120 e p41. Si pensa, allora, che le bande gp120 e gp160 in realtà non rappresentino le proteine gp120 e gp160, ma piuttosto rappresentano ciò che i chimici definiscono oligomeri del p41. Un oligomero è un numero intero di subunità di qualcos’altro. Se mettete insieme quattro unità di p41, ottenete un gp160; tre di queste subunità danno un gp120 (4x40=160; 3x40=120). Quindi il gp120 e il gp160 non sono affatto proteine diverse; esse sono semplicemente delle differenti “confezioni” di p41, tenute insieme da ponti chimici. E se, come abbiamo discusso più sopra, il p41 è semplicemente un contaminante di materiale cellulare, questo annulla a sua volta anche l’importanza del gp120 e del gp160.
 
p31-32: Le proteine sono composte da aminoacidi. Nel 1987 L.E.Henderson (1) effettuò uno studio in cui confrontava le sequenze aminoacidiche dell’ HIV “purificato” con quelle di una normale proteina trovata nel sistema immunitario umano e chiamata “Class II histocompatibility DR protein” e scoprì che le proteine DR sono identiche alle proteine p31-32 dell’HIV. Bye-bye p31-32!
p24: Il riscontro della p24 è considerato sinonimo della effettiva presenza dell’HIV. Comunque il Dr.Robert Gallo (co-scopritore dell’HIV), ha ripetutamente affermato che la p24 non è esclusiva dell’HIV, ma che un altro retrovirus (HTLV-1, che non causa malattie) contiene p24, e questo crea una reazione crociata al test per gli anticorpi. Il test può dire che avete anticorpi contro l’HIV, mentre in realtà potrebbe essere l’HTLV-1.
 
In realtà, la p24 è stata trovata nell’HTLV-1, HTLV-2, HIV-2, ed in tutti i retrovirus endogeni. Il gene specifico che contiene l’informazione per produrre p24 (chiamato gene gag) si trova in tutti i retrovirus. Non sorprende quindi che la p24 sia riscontrata spesso in assenza di HIV
 
Se una banda p24 appare da sola in un WB Test, il test verrà definito “indeterminato”. Questo significa che il test non mostra abbastanza bande per essere sicuri di qualcosa, ma generalmente un test indeterminato non è motivo di allarme. La p24 è la banda predominante nel causare un WB Test indeterminato. Il risultato indeterminato è molto comune e non è correlato con la presenza dell’HIV. Viene fatto riferimento ad un gruppo di pazienti che ricevettero sangue testato col Western Blot e risultato negativo; entro sei mesi, il 42% di questi pazienti sviluppò un test indeterminato.
La Eleopulos ed i suoi colleghi forniscono una lista di condizioni in cui i pazienti hanno anticorpi p24 senza HIV: Sclerosi multipla, verruche generalizzate, linfoma cutaneo a cellule T, e persino una persona sana su 150. Negli studi citati, l’antigene p24 fu trovato solo nel 25-50% dei pazienti HIV+ o affetti da AIDS. Se ne concluse che il test dell’antigene p24 è “impreciso” e “dovrebbe essere interpretato con cautela”. Sembra quindi che non ci possiamo più fidare neppure del p24.
A dispetto di tutte le prove contrarie, le bande gp120, gp160 e p41 vengono considerate come rappresentative di distinte proteine virali
 
In conclusione la Eleopulos sostiene che “alla luce di quanto esposto, è difficile sostenere la tesi che le bande p41 (e quindi gp120 e gp160), p32 o p24 rappresentino specifiche proteine dell’HIV.” Inoltre, ella pensa che anche se queste proteine si dimostrassero specifiche dell’HIV, noi non potremmo comunque dedurne che gli anticorpi che reagiscono con esse siano diagnostici di una infezione da HIV (discuteremo più oltre le reazioni crociate).
Come potete vedere dalla tabella nella Figura 2, le differenti agenzie considerano positivo un WB Test quando almeno due o tre bande sono presenti, e voi potete sceglierle fra le proteine dell’HIV appena presentate. Comunque, poiché la banda p31-32 rappresenta una proteina cellulare, e le gp120 e gp160 sono solo differenti forme della p41, tutto ciò che vi resta fra cui scegliere sono la p24 e la p41, che però potrebbero anche non rappresentare affatto una proteine dell’HIV.
 
Riassumendo, il Western Blot è basato sull’individuazione di cinque principali bande di proteine: p24, p32, p41, gp120 e gp160. Sono stati forniti dati che consentono di dubitare dell’autenticità di ognuna di queste proteine come sempre rappresentativa delle proteine dell’HIV.
E come se questo non fosse già abbastanza, l’articolo australiano esprime la preoccupazione che non ci sia un modo standard di interpretare il Western Blot. Ci sono varie configurazioni di bande. Cosa significano? Poiché un test anticorpale significhi qualcosa, esso deve essere standardizzato. Come afferma la Eleopulos: “il risultato del test deve avere lo stesso significato in tutti i pazienti, in tutti i laboratori ed in tutti i paesi.” In realtà, il campione di sangue di un paziente affetto da AIDS:
* può non reagire con tutte le proteine dell’HIV
* può reagire con proteine non appartenenti all’HIV
 
* può dare risultati differenti su differenti campioni di sangue ottenuti dallo stesso paziente in momenti diversi
Per questo le varie agenzie hanno stabilito i criteri indicati sulla Figura 2. A seconda di quali di questi criteri voi usate, lo stesso gruppo di pazienti affetti da AIDS otterrà un tasso di positività che varia dal 50% al 79%. La Eleopulos sostiene che “nella letteratura scientifica non sono mai state pubblicate strisce di uno standard di positività del Western Blot.” Inoltre, la serie di bande ottenute potrà variare con la temperatura e con la concentrazione dei reagenti chimici usati nel test.
 
Come Zolla-Pazner et al. riconoscono, c’è “confusione sull’identificazione di queste bande” che è “risultata in conclusioni non corrette...”(2). Voi potete sempre sperare che non sia il vostro test che ha dato una di queste “conclusioni non corrette”!
Infine, un test deve essere riproducibile per poter essere valido. Usando un singolo campione di sangue, le bande dovrebbero essere le stesse (o assai simili) su test ripetuti diverse volte, o su test effettuati da laboratori differenti. Il CRSS fece uno studio nel quale due campioni positivi e due campioni negativi vennero inviati a 19 laboratori perché effettuassero un WB Test. Lo stesso siero fu testato diverse volte in ogni laboratorio, e le bande che ne risultarono mostrarono variazioni quasi estreme sia da un laboratorio all’altro, che da un test all’altro nello stesso laboratorio
 
Va notato che i laboratori considerati erano “Reference Labs” (Laboratori di Riferimento), cioè quelli che vengono definiti laboratori di prima qualità.
La Eleopulos fa notare che questi laboratori “top” costituiscono solo una piccola parte dell’insieme dei laboratori che effettuano questo test, e poiché la maggior parte degli altri laboratori non è altrettanto qualificata, presumibilmente ci saranno un maggior numero di errori, e quindi di falsi positivi.
Il fenomeno dei falsi positivi è il più grosso problema di questi test basati sugli anticorpi. Un gran numero di test effettuati in Russia col metodo Elisa diede 280 falsi positivi per ogni vero positivo (un rapporto quindi di 280 a 1!). Nonostante le molte prove del contrario, c’è un “consenso generale che la specificità dei test anticorpali per l’HIV sia stata definitivamente provata” (3).
La credenza che i test anticorpali siano specifici al 98%-100% è basata sui lavori di Gallo, Burke e dei loro colleghi. Come standard aureo, Gallo usò la sindrome clinica. Ma tutte le malattie indicatrici di AIDS esistono da secoli, quindi la loro presenza non è una prova che l’HIV sia presente nell’organismo. Inoltre, Gallo andava dicendo che finché un paziente aveva dei sintomi che somigliavano all’AIDS, un test positivo doveva essere corretto. Il fatto che una persona abbia la sindrome chiamata AIDS non ha nessuna influenza sull’accuratezza del test per gli anticorpi anti-HIV.
Burke testò un gruppo a basso rischio di reclute e trovò 15 positivi su un totale di 135.187 persone. Ricontrollando ognuno di questi positivi con altri quattro differenti test anticorpali, trovò che 14 erano ancora positivi, mentre 1 era negativo su tutti e quattro i test. Egli calcolò allora che i falsi positivi fossero 1 su 135.187, cioè lo 0,0007%.
Il gruppo della Eleopulos critica la metodologia di Burke per determinare il tasso di falsi positivi. Per definizione, un vero positivo è un test risultato positivo in una persona che è infettata dall’HIV, come verificato da un test indipendente (lo standard aureo); un falso positivo è un test risultato positivo in una persona in cui l’applicazione dello standard aureo ha escluso la presenza dell’HIV. I quattro test anticorpali che Burke utilizzò per confermare i risultati del suo WB non forniscono una prova indipendente della presenza o dell’assenza dell’infezione da HIV. Questi quattro test, come l’originale WB, cercano tutti gli stessi anticorpi, cioè sono essenzialmente lo stesso test. Un test non può fungere da standard aureo per sé stesso.
Quindi, poiché Burke non utilizzò uno standard aureo, era impossibile per lui misurare il tasso di falsi positivi per il suo WB Test.
Gli autori non stimano la reale incidenza dei falsi positivi, ma altri l’hanno considerata attorno al 90%, e potrebbe essere ancora più alta (11).
Un altro problema sembra essere il fatto che se voi ripetete varie volte il test a persone risultate inizialmente positive, un buon numero di queste finirà per risultare negativo. Se effettuate due Elisa e poi due WB in successione, molte di queste persone risulteranno negative ad ogni test successivo, cosicché quando arriverete al quarto test, solo pochi saranno ancora positivi. Se a questo gruppo di persone fossero stati effettuati solo uno o due test, essi sarebbero considerati infettati dall’HIV, mentre in realtà la maggior parte di loro non lo è.
Questo è un grosso difetto dei test anticorpali. Il test ufficiale di screening è l’Elisa, che ha un tasso di falsi positivi astronomico, e la definizione corrente di AIDS del CDC accetta un singolo Elisa positivo senza conferma. In altre parole, un singolo Elisa positivo (più una malattia indicatrice di AIDS) vi fa meritare una diagnosi ufficiale di AIDS.
In pratica un Elisa positivo può o meno essere confermato da un Western Blot e in ogni caso, come abbiamo appena visto, un singolo test, o anche parecchi test in successione, possono essere tutti falsi positivi, e una persona può avere un risultato negativo al terzo, quarto, quinto test, e così via. Quindi un semplice test di screening o anche un test di screening più un test di conferma (Elisa + WB), spesso possono dare un quadro non esatto della reale situazione.
Né Burke et al. (4) né Gallo et al. (5) testarono persone che avevano “altre malattie dove gli anticorpi, alcuni dei quali possono interagire con gli antigeni dell’HIV, possono essere prodotti per altre ragioni.”
La Eleopulos discute il fenomeno dei “falsi positivi biologici” (BFPs), falsi positivi, cioè, che risultano in pazienti affetti da varie patologie non collegate alla condizione per cui vengono testati. Questo è un fenomeno piuttosto comune, ad esempio, nei test per la sifilide.
Io stessa ho avuto un falso positivo in un test per la sifilide dovuto ad una precedente malattia da graffio di gatto. Falsi positivi alla sifilide possono verificarsi in pazienti con lupus, anemia emolitica autoimmune, porpora trombocitopenica idiopatica, lebbra o nei tossicodipendenti.
Alcuni gruppi di persone producono una grande quantità di anticorpi perché sono esposti ad un numero maggiore di malattie e condizioni malsane rispetto alla norma. Questi gruppi includono Africani poveri e tossicodipendenti. Secondo Biggar et al. “la reattività dell’ELISA che del WB può non essere specifica negli Africani...”(6). E, naturalmente, tutte le nostre idee sulla presunta gigantesca epidemia di AIDS in Africa sono basate sui programmi di test Elisa.
La letteratura scientifica è piena di riferimenti a dati che mostrano la “presenza diffusa di interazioni non specifiche fra agenti retrovirali ed anticorpi non correlati”. La Eleopulos cita un lungo elenco di reazioni crociate. Un soggetto ricevette ripetutamente sangue HIV negativo ed il suo WB test, che era inizialmente negativo, ad ogni iniezione divenne sempre più intensamente positivo. Topi a cui furono iniettati linfociti T non infetti provenienti da un altro ceppo di topi svilupparono anticorpi anti-HIV! Il test dà inoltre una reazione crociata nei pazienti affetti da malaria: il 25-40% dei pazienti Venezuelani affetti da malaria erano WB positivi, ma non avevano l’AIDS.
La Eleopulos e colleghi credono che tutte queste difficoltà con la specificità del WB potrebbero essere evitate con l’uso dell’isolamento dell’HIV come standard aureo, che è l’unico metodo accettabile; comunque “questo non è stato ancora fatto, e potrebbe non essere neppure fattibile”.
Isolare l’HIV significa separare la pura particella virale da tutto l’altro materiale presente nella coltura cellulare. Per usare l’isolamento del virus come standard aureo, dobbiamo essere assolutamente certi che il materiale che abbiamo isolato sia realmente il virus che stiamo cercando e nient’altro - non un altro virus, non frammenti di cellule, non particelle “simil-virali”, e così via. Il metodo usato per isolare il virus comprende il separare la parte liquida della coltura cellulare (il surnatante) e metterlo in una centrifuga. Questo separa le particelle a seconda della loro differente densità. E’ un po’ come dire la differenza fra due palle apparentemente identiche, una fatta d’acciaio e l’altra di plastica, gettandole in una piscina - la palla d’acciaio affonda, mentre quella di plastica galleggia. La figura 3 illustra questo principio.
FIGURA 3
(a) distribuito omogeneamente in tutto il tubo prima della centrifugazione;
(b) durante la centrifugazione si stabilisce un gradiente, e le particelle campione vengono distribuite in strati diversi a seconda della loro densità.
Si ritiene che il materiale che si deposita ad una densità di 1,16 gm/ml sia composto soltanto da particelle virali. Il problema qui è che alcune parti delle cellule hanno la stessa densità dei virus. Alcuni eminenti virologi hanno sottolineato che non si può evitare la contaminazione della preparazione virale con vari tipi di materiale cellulare e frammenti di cellule, poiché la cellula si rompe durante il procedimento. Poiché una parte del materiale cellulare ha la stessa densità del virus, se avete una banda a 1,16 gm/ml, non potete essere ancora sicuri di cosa sia. A causa di questo problema, i ricercatori che negli anni ‘70 cercavano di isolare dei retrovirus puri, confermavano visivamente i loro ritrovamenti per mezzo del microscopio elettronico.
Usando le tecniche suddette, i migliori risultati potrebbero essere ottenuti con un surnatante fluido che contenga molti virus e molto pochi contaminanti cellulari. Queste condizioni possono essere soddisfatte al meglio da virus che non uccidono le cellule che infettano ed in condizioni di coltura in cui la maggior parte delle cellule resta viva (ed intatta) durante l’infezione. I retrovirus soddisfano queste condizioni. Queste proprietà dei retrovirus rendono molto più facile il separarli da qualsiasi altra cosa, inclusi i contaminanti cellulari. Questo vale per la maggior parte delle colture retrovirali. Comunque, con l’HIV, capita l’opposto.
Le colture di tessuti affetti da AIDS presentano assai pochi virus, così pochi che è difficile addirittura trovarli. E’ difficile tenere vive le cellule in queste colture. Gallo, Montagnier e gli altri ricercatori hanno sempre trovato una concentrazione molto bassa di queste particelle simil-virali nelle loro colture di tessuti. Così qui avete molte cellule e poche particelle simil-virali che essi hanno chiamato particelle virali (notate che il fatto che queste particelle assomiglino ad un virus non costituisce una prova che esse siano realmente dei virus). Questa situazione vi darà i peggiori risultati nel tentativo di separare le particelle virali pure da qualsiasi altra cosa che si depositi a 1,16 gm/ml.
Inoltre, l’opinione ufficiale sull’HIV è che esso, a differenza degli altri retrovirus, uccida le cellule. Ci sono molte teorie su come lo faccia, inclusa la “apoptosi”, una sorta di suicidio cellulare.
Se l’HIV, in un modo o nell’altro, è responsabile della morte della cellula, il risultato sarà che le cellule morte si saranno rotte, ed il surnatante fluido sarà pieno di frammenti cellulari e di materiale cellulare derivante da queste cellule rotte.
Poiché una parte di questo materiale cellulare ha la stessa densità dei retrovirus, è assai difficile sapere cosa in realtà sia contenuto nella banda che si suppone rappresenti il “puro HIV”.
 
La Eleopulos e colleghi sostengono che nessuno sappia quali particelle, ammesso che ce ne siano, si depositano a 1,16 gm/ml e nessuno conosce la densità di quello che viene chiamato HIV. Essi sostengono che “la maggior parte, se non tutti, i pretesi ‘isolamenti dell’HIV’ sono derivati da lisati cellulari”. (3) (Un lisato è il materiale formato dalla frammentazione delle cellule). Infatti, “le prove disponibili... indicano che solo circa il 20% delle proteine che si depositano a 1,16 gm/ml sono proteine dell’HIV, le rimanenti sono proteine cellulari ”(3).
Questa situazione molto probabilmente deriva dal fatto che le colture “infettate dall’HIV” muoiono e che le colture in generale vengono molto spesso deliberatamente lisate.
Per uscire da questa confusione, sarebbe utile dare un’occhiata a questo materiale col microscopio elettronico ma, come la Eleopulos e colleghi ci fanno notare, la letteratura sull’AIDS non contiene neppure una fotografia al microscopio elettronico del materiale che si deposita a 1,16 gm/ml, e non c’è nessun modo che ci consenta di sapere se questo materiale “contenga qualcuna di queste particelle (HIV puro)”. Essi sottolineano che in letteratura sono usati termini quali “HIV”, “isolamento dell’HIV”, “particelle pure”, “particelle virali”, e così via, e questi termini hanno una varietà di significati, ma quasi sempre “senza alcuna prova della presenza di una particella virale.”
Ci sono molte “prove” accettate dell’isolamento dell’HIV che in realtà non sono affatto prove. Per esempio, c’è una sostanza chiamata “template primer AndT15” che viene copiata se è incubata col surnatante o col materiale che si deposita a 1,16 gm/ml. Questo fatto viene considerata prova della attività trascriptasi inversa e quindi dell’isolamento dell’HIV. Comunque, la stessa sostanza viene copiata se incubata con parecchi altri tipi di cellule che non sono infettate dall’HIV, inclusi gli spermatozoi normali e non infetti. Essa viene sì copiata dalla trascriptasi inversa (che si trova nei retrovirus), ma viene anche copiata dalla DNA-polimerasi cellulare (che non si trova nei retrovirus).
Certe particelle sono riscontrate nelle colture dell’AIDS e sono considerate, da molti ricercatori, l’HIV stesso. Comunque, ci sono un sacco di situazioni dove le particelle HIV vengono trovate insieme a particelle non-HIV, o insieme a particelle “similvirali”, che sono comunque “un po’ differenti” da quelle che comunemente vengono considerate particelle di HIV, e così via. L’HIV è un retrovirus di tipo C e particelle di tipo C appaiono in cellule di linfoma non infette che sono metabolicamente in difficoltà. “Particelle retrovirali” che hanno proprietà antigeniche simili all’HIV sono state riscontrate in pazienti con sindrome di Sjogren. Particelle virali indistinguibili dall’HIV sono riscontrate in un gran numero di linfoadenopatie non associate all’HIV.
Da qui la conclusione che “la presenza di tali particelle (da sola, non) indica infezione da HIV (7). Sembra essere quasi impossibile isolare l’HIV e sapere per certo che avete esattamente in mano l’HIV e non un’altra delle entità succitate. Ed anche se i ricercatori hanno accettato un’ampia varietà di fenomeni come rappresentativi dell’isolamento dell’HIV, ed hanno compiuto sforzi immani per isolarlo, “non è ancora possibile isolare l’HIV da tutti i pazienti sieropositivi.”(3).
D’altra parte, l’HIV può essere “isolato” da pazienti che non hanno l’AIDS e che sono sieronegativi! Usando la ricerca del p24 come metodo di isolamento dell’HIV, sono stati ottenuti risultati positivi nella grande maggioranza di un gruppo persone “presumibilmente non infette” con test anticorpali indeterminati, ed in tutti i soggetti di un gruppo di donatori di sangue sieronegativi.
Non c’è assolutamente nessuna correlazione fra “l’isolamento dell’HIV” ed un test anticorpale positivo, ed il CDC lo ammette. Il CDC definisce “infezione documentata” un test anticorpale positivo, però dice anche che “il virus non può essere ritrovato in ogni persona con una infezione documentata” (8).
Quindi usare l’isolamento dell’HIV come standard aureo per autenticare la validità dei test anticorpali è per lo meno problematico
 
Un altra possibilità di rintracciare il virus ci è data dalle ricerche genomiche. Lo scopo è quello di riuscire a provare che il paziente affetto da AIDS è stato infettato da un unico retrovirus esogeno. (Esogeno significa che ha origine al di fuori dal corpo, al contrario di endogeno che significa originato dall’interno del corpo). Un genoma è semplicemente l’insieme delle informazioni ereditarie che si trovano nei geni, che sono fatti di DNA e di RNA. Sembra che una volta determinato che un certo retrovirus ha una particolare sequenza genetica, se riuscite a ritrovare questa sequenza genetica possiate affermare di aver trovato il virus. Bene, in realtà non è così semplice.
L’informazione sul genoma è contenuta nel DNA o nell’RNA. Un retrovirus non possiede DNA, ma solo RNA. Il retrovirus infetta una cellula per mezzo della trascriptasi inversa che trasforma il suo RNA in DNA, questo DNA viene poi immesso nella cellula, dove diventa parte integrante del DNA cellulare. Questa “traduzione in DNA” delle informazioni genetiche del retrovirus, può poi essere utilizzata come modello, o schema, per produrre altre copie del virus stesso, che poi vengono espulse dalla cellula. Il genoma retrovirale, quando è integrato nel DNA della cellula, viene chiamato provirus.
Ci sono vari fenomeni che rendono assai difficoltosa ogni analisi genomica dei retrovirus, ma i principali sono i seguenti:
Non ci sono due genomi HIV uguali.
“Non sono mai stati isolati due HIV identici, neppure nella stessa persona” (1,3) in differenti momenti o nello stesso momento. Nello stesso paziente, gli HIV provenienti da diversi tipi di cellule sono differenti. Differenti tipi di cellule utilizzate nelle colture cellulari, producono HIV differenti.
La sequenza dell’HIV non può essere riscontrata in tutti i pazienti affetti da AIDS.
Per quanto si applichino, i ricercatori non trovano mai molti virus nei pazienti affetti da AIDS, ed in molti casi non ne trovano addirittura nessuno! Il test PCR (polymerase chain reaction) fu introdotto per agevolare il ritrovamento dei virus. Si dice che consenta l’equivalente di trovare un ago in un pagliaio, poiché essa può trovare un gene, o un frammento di gene, ed amplificarlo fino al punto in cui sia possibile individuarlo. Questo è il test che vedete in tutti gli annunci pubblicitari e che promette risultati accurati già entro le prime quattro settimane dall’infezione.
 
Anche con questo test, “c’è rarità o apparente assenza di DNA virale in una percentuale di pazienti”(10). La PCR non è in grado di trovare l’HIV nella maggioranza dei campioni di sperma di pazienti affetti da AIDS. Cosa significa questo per la teoria che l’AIDS è una malattia sessualmente trasmessa?