Questo termine,del quale vanto l'ideazione e, spero, la divulgazione sta ad indicare l'uso di libri in terapia o come terapia. Se ben guardiamo gli stessi libri di favole per bambini e gran parte dei libri per l'infanzia si possono considerare come "strumenti terapeutici", atti a favorire lo sviluppo e la crescita della personalità, attraverso peculiari virtù mitopoietiche. E che dire del recente dilagare anche in Italia del fenomeno della New Age, sulla scia di libri come "La profezia di Celestino" o "L'Alchimista", considerati dagli adepti dei perfetti viatici di autoguarigione ? Esistono poi esempi letterari dove si cita l'uso del libro come terapia. Ne citerò solo due:
1) Dostoevsky ne "L'Idiota" fa dire letteralmente al signor Lébedev, tra il serio e il faceto, :.."ho cominciato a curarla con la lettura dell'Apocalisse", riferendosi agli scatti d'ira di Nastàsia Filìppovna, definita come "..una signora dalla fantasia irrequieta" .
2) La straordinaria Cristina Campo riferisce ne "Gli Imperdonabili" di uno psichiatra svizzero che consigliava la lettura del Libro di Giobbe ai suoi pazienti profondi e speciali con i singoli pazienti. Ciò mi permette finezze e sfumature che nessun altro tipo di approccio permetterebbe. Da qui è nata quindi l'idea di utilizzare libri in terapia, all'inizio per caso magari segnalando qualche novità ,poi via via in modo sempre più mirato ed efficace per la singola persona o la singola esigenza. Si tratta prevalentemente di pazienti donne sia perché sono più numerose che, in genere, più ricettive a messaggi "eterodossi". E come negare la lettura di "Madame Bovary" o "Anna Karenina" o "Casa di bambola" a donne inquiete, intrappolate nelle angustie domestiche e tormentate dal desiderio di evasione e riscatto? Oppure perché non proporre il classico "Risveglio" di Kate Chopin o "Donne che amano troppo" nei casi in cui "sonnecchia "una potenziale autoconsapevolezza? E passare poi agli straordinari "Le brave ragazze vanno in Paradiso. Le cattive vanno dappertutto" o "Donne che corrono coi lupi", quando c'è stata già una certa emancipazione, ma non si riesce a "fare il salto", a concretizzare ciò che si è maturato. Questi due volumi posso inserirli a buon diritto tra i libri come terapia e non solo in terapia ,perché li ho visti "agire" in profondità più di qualsiasi farmaco e ho verificato il loro potere trasformativo. Lo stesso posso dire per gli straordinari "Eros e Pathos" di Aldo Carotenuto e "Frammenti di un discorso amoroso" di R.Barthes ,nei casi in cui non si riesce a gestire una situazione di sofferenza affettiva legata a solitudine o a tradimento subìto. Passando da un ambito strettamente femminile a uno di coppia posso citare "Il no in amore" e "La ferita dei non amati " di P.Schellenbaum, quando è necessario ricucire o ribilanciare i ruoli all'interno di una coppia sofferente e in crisi. Per le madri e i padri troppo possessivi quale medicina migliore del capitolo "I Figli" dal "Profeta" di K.Gibran ? ( più di una volta ho consigliato di trascriverlo a caratteri cubitali e metterlo bene in vista in casa). E per i figli o le figlie oppressi dalle madri italiche quale antidoto migliore del simpaticissimo "Manuale per difendersi dalla mamma" del collega Monduzzi ? Infine un accenno agli uomini che, seppure più rari, possono essere tormentati da depressi.una nevrosi su cui aleggia lo spettro paterno e allora consiglio "Il male oscuro" di Berto; o da tematiche religiose o spirituali e allora "I fratelli Karamazov" vengono in soccorso ; da inveterata accidia , da curare con "Oblomov" di Goncarov; o da disincantato cinismo , da alleviare con "L'Uomo senza qualità" o, nel caso di adolescenti afflitti da incomunicabilità totale col padre, un ottimo aiuto può essere la "Lettera al padre" di Kafka . Potrei continuare ancora per pagine e pagine con esempi tutti già sperimentati , ma preferisco concentrarmi su due casi clinici veramente sorprendenti che, in qualche modo, possono suffragare questo mio contributo altrimenti troppo estemporaneo e naïf.
Il primo è un uomo di 54 anni, industriale molto impegnato, con tutto ciò che uno stile di vita da manager comporta a livello di stress e somatizzazioni varie(nel caso specifico intestinali).Soffre d'asma da molti anni e manifesta sin dall'inizio una spiccata attitudine ipocondriaca e farmacofobica, con conseguente refrattarietà a qualsiasi terapia. Man mano che il nostro rapporto si arricchisce e si "affina" capisco che quest'uomo è stanco della vita che fa e vuol cambiare. Comincio a stimolarlo con la lettura dei "Ricordi" di Marco Aurelio e delle "Lettere a Lucilio" di Seneca, che non si possono negare a nessun manager che si rispetti. Il risultato è eccellente. Mi rendo conto di aver aperto una porta che attendeva solo di essere sospinta. Erano 30 anni che non leggeva, avendoli trascorsi a lavorare, lavorare, lavorare e, ogni tanto, annoiandosi al Circolo del tennis a parlare di barche, di sport e di motori. Adesso una passione furiosa per la lettura comincia a pervaderlo e, non solo segue scrupolosamente tutte le mie indicazioni sempre più onerose ( tutto Dostoevsky; Thomas Mann; Musil; Proust; Maupassant ), ma va addirittura al di là delle aspettative, allargando da solo i suoi orizzonti (Balzac ,Hugo, ecc.). Nei nostri incontri si parla sempre più di libri e sempre meno di disturbi o malattie. Tutta la sua famiglia è piacevolmente coinvolta da questa sua passione e gli regala sempre e solo libri.
Il fatto più straordinario da evidenziare è che la sua vita cambia radicalmente. Decide di cedere gran parte della sua attività ai figli(decisione sospesa da anni e per lui fonte di tormento!),in modo da regolare la sua vita con ritmi più "umani"; dedica gran parte del tempo a sé stesso, alla lettura, all'ascolto della musica classica e, cosa ancora più straordinaria, inizia a scrivere poesie e me ne parla con entusiasmo! (in questo caso consiglio "Lettera a un giovane poeta " di Rilke e "Lettera di Lord Chandos" di Von Hofmansthal). E' attualmente un'altra persona! La gerarchia di valori della sua vita è talmente cambiata che i suoi vecchi amici non lo riconoscono più e non riescono più a capirlo, essendo rimasti fermi al Circolo del tennis o alla Crociera esclusiva in Polinesia. Ma lui è più sereno, più calmo e, benché ogni tanto qualche disturbo si ripresenti, non lo vive più con angoscia e paura e si lascia curare senza problemi. Potremmo quasi dire che l'allievo ha superato il maestro!
Il secondo caso è invece una donna di 31 anni, impiegata alle Poste. La seguo da molti anni e all'inizio era una ragazza fragile, timida, con dei tratti isterici della personalità e una notevole immaturità di carattere. Viveva chiusa nell'ambiente familiare, completamente condizionata dalla madre e da un fidanzato indifferente e padrone.
Prime letture il "Manuale per difendersi dalla mamma " e "Le parole per dirlo" di M.Cardinal (che io consiglio a tutti prima di intraprendere una psicoterapia). Nel corso dellla psicoterapia naturalmente il rapporto si approfondisce e il progredire del nostro lavoro è scandito via via da libri fondamentali, che ho citato all'inizio ("Il risveglio" ,"Eros e Pathos", "Frammenti di un discorso amoroso", ecc..),fino a concludersi dopo più di un anno.
Ci siamo poi rivisti e i nostri incontri, debbo dire ormai con un'altra donna che vive sì ancora in famiglia ma completamente autonoma dalle figure genitoriali , più sicura di sé , più tranquilla e ottimista, sono delle piacevoli chiacchierate che sfociano naturalmente in una "prescrizione" di Biblioterapia, mirata alla difficoltà o al problema del momento, e guai se non lo facessi! E' ovvio che non ho dimenticato di essere un medico e i problemi strettamente medici sono stati via via risolti con gli strumenti della Medicina Naturale, ma ciò è accaduto sempre più raramente nel corso degli anni. Per esperienza posso dire che l'uso dei Fiori di Bach è molto fruttuoso in abbinamento alla Biblioterapia. Confesso che per me è un piacere poter lavorare così e sapere che questi come altri pazienti, vengono da me col desiderio di avere un libro come cura alla fine della visita. Vorrei aprire una breve parentesi sui films , da me utilizzati spesso insieme ai libri, perché altrettanto efficaci. Ne cito alcuni di importanza cardinale poiché da soli valgono una terapia e sono: "Thelma & Louise"; "Il raggio verde"; "Un'altra donna"; "L'Albero di Antonia" .Naturalmente anche qui potrei dilungarmi ma dovrei fare un altro articolo sulla Filmoterapia e... sarebbe un'altra storia... Per finire se dovessi indicare il libro che ritengo più utile confesso di aver "rubato" l'idea a quel collega svizzero, citato da Cristina Campo ,e consiglio sempre più di frequente "Il libro di Giobbe", estendendone la prescrizione non solo ai depressi , ma a tutti quelli che tendono a esagerare le loro sventure, i loro mali, a vedere tutto nero, a lamentarsi e, vi assicuro, sono tanti!
Poiché "Il libro di Giobbe" è parte del LIBRO DEI LIBRI ,ritengo che questo sia la migliore medicina per lo Spirito e per qualsiasi sofferenza, così come già accennavo nel mio precedente articolo a proposito della Preghiera come cura. Dott. Andrea Bolognesi
Personalmente la prima esperienza di tale forma di terapia l'ho avuta come fruitore quando, ancora studente di Medicina "alle prime armi" con la mia nevrosi e la mia ipocondria, mi recai da un illustre neuropsichiatra il quale, dopo avermi visitato e tranquillizzato mi disse: "Legga questo libro che le farà meglio di tante medicine" e ne scrisse il titolo sulla ricetta. Il libro era :"La nevrosi. Un doloroso stile di vita". Naturalmente lo lessi subito e mi fu di grandissimo aiuto per ridimensionare le mie ansie e le mie paure. Da allora sono passati tanti anni e io mi trovo dall'altra parte della scrivania ad ascoltare le sofferenze e le angosce dei pazienti ,cercando di alleviarle. Poiché io credo fermamente che la pratica della Medicina si debba avvicinare molto di più all'Arte che alla Tecnica, considero qualsiasi strumento utile a perfezionarla. Fortunatamente la mia professione di omeopata e di psichiatra mi concede di lavorare da un "osservatorio privilegiato" e di instaurare rapporti
L'Esaurimento nervoso. (Articolo del dott. Andrea Bolognesi) Nell'ottica di una MEDICINA CRITICA,vorrei trattare un argomento molto comune e fonte di perniciosi equivoci nella pratica della (dis)educazione sanitaria: l"Esaurimento Nervoso". Chi non conosce una persona che non abbia sofferto o soffra di "esaurimento nervoso"? Quante volte ci siamo sentiti dire dal nostro medico: "Lei non ha niente, è solo un pò esaurito di nervi", o frasi simili ? Tale 'etichetta' viene applicata indifferentemente, senza alcuna distinzione nè pudore critico, a qualsiasi manifestazione che sfugga a una comprensione immediata, secondo i parametri clinici, da parte del medico. Diventa una definizione totalizzante, che tende a mettere in uno stesso "calderone" sintomi ansiosi, depressivi, fobici, psicosomatici o presunti tali, "semplificando" così ciò che nella corrente nosografia psichiatrica (DSM IV) viene ben distinto, proprio perché diversamente curato. Vediamo di cercare le radici di tale errato approccio nei confronti del disturbo psichico. Senza voler scomodare il pluricitato Cartesio e la sua distinzione-divisione tra mente e corpo, è sufficiente risalire alla presunzione della Scienza Positivista, che ha forzatamente adattato il modello deterministico "causa-effetto"(proprio delle Scienze Naturali) a ciò che Scienza non e', e cioè la Medicina. Ciò, portato all'esasperazione, ha creato l'attuale frammentazione delle plurispecializzazioni, alla meccanizzazione della medicina, quasi che l'oggetto della stessa non fosse più l'Uomo-Persona malato nella sua globale complessità, ma una macchina soggetta a rompersi e ad essere "riparata" dai vari esperti di turno. Se trasferiamo tale modello teorico ai disturbi psichici le cose si complicano ancora di più, perchè il medico di base (i cui studi sono stati impregnati fino alla nausea di tali concezioni) si trova il più delle volte infastidito e quasi subito "arreso" di fronte a sintomi che non riesce a "incasellare" nelle varie sindromi cliniche "dimostrabili" con tanto di esami e riscontri oggettivi. Di fronte a questo paziente "scomodo", strano (che comunque rappresenta circa il 20% del totale dei pazienti ambulatoriali) il medico, o meglio il Dottore, ha quattro possibilità: 1) rimettere in discussione il suo Sapere-Potere, che lo rende tanto tranquillo e sicuro di se' , vede d'un tratto vacillare; 2) cercare di entrare in contatto con questo tipo di paziente attraverso un dialogo che consenta di instaurare un rapporto "diverso dal solito del prescrittore di ricette. In altre parole attuare quella psicoterapia "di sostegno", che il buon senso e l'umanità suggerivano al vecchio medico di famiglia; 3) prescrivere psicofarmaci, spesso per lunghi periodi, senza conoscerne realmente gli effetti o le conseguenze o, neI casi più sfumati, delle cure "ricostituenti" per "rafforzare i nervi esauriti"; 4) inviarlo dallo specialista. La prima possibilità è da scartare perché comporterebbe una crisi di identità tale che nessun medico sarebbe grado di sostenere. La seconda possibilità è rarissimamente praticata per mancanza di tempo (tutti conosciamo la durata media di una visita ambulatoriale) e di "forma mentis" idonea ad affrontare simili problemi. E pensare che in certi disturbi, come le crisi di ansia somatizzata, sarebbe sufficiente spiegare in modo rassicurante al paziente i meccanismi fisiologici che le provocano, per ottenere la sua fiducia e discreti risultati (invece della solita deleteria frase: "Lei non ha niente, sono solo sintomi nervosi" o della richiesta di esami diagnostici che si sanno inutili). Basterebbe mettere in pratica la frase di Balint: "Il primo farmaco è il medico stesso". la terza possibilità è di gran lunga la più attuata, perchè è perfettamente in linea col modello "medico" di MALATTIA =FARMACO . In questi casi spesso il farmaco da solo non basta e così proprio quei pazienti che si sperava rivedere il meno possibile, perchè "disturbanti" la normale routine,sono quelli che invece torneranno più spesso, aumentando la frustrazione e l'insofferenza del medico (la logica e' :"Il malato curato DEVE guarire, altrimenti non lo accetto. ) A questo punto non resta che spedirlo altrove e quindi utilizzare la quarta possibilità. Purtroppo anche in tal caso si commette, quasi sempre, un errore perché, seguendo il Criterio puerile e ottocentesco "Malattia di Nervi = Neurologo", tali pazienti vengono inviati dal neurologo il quale riconfermerà l'approccio medico-farmacologico, usando (forse) un pò meglio gli stessi farmaci. In tal modo,oltre ad ignorare la distinzione della Psichiatria dalla Neurologia, si perpetua l'errore di medicalizzare meccanicamente la sofferenza psichica, ridotta alla stregua di "malattia di nervi". Ogni medico DEVE sapere che la Neurologia si occupa delle alterazioni organiche del sistema Nervoso centrale, periferico e dei muscoli e quindi di precise e definite malattie (es.meningite poliomielite,sclerosi a placche, neuropatie, demenze, ecc..) che solo marginalmente hanno a che fare con la Psichiatria e, in ogni caso, sono ben altra cosa dai disturbi psichici o psicosomatici che il paziente ambulatoriale lamenta. Tornando all'uso di psicofarmaci da parte del medico di base, tutti sanno, specie in ambiente psichiatrico, quanto l'abuso e la dipendenza da benzodiazepine (incremento esponenziale della vendita di tali sostanze in questi ultimi venti anni), difficilissimi poi da gestire e risolvere, siano spesso dovuti a una "iniziazione" da parte del medico di base a queste sostanze. A ciò spesso corrisponde una ignoranza delle innovazioni nei modelli diagnostici (ormai da anni codificati e applicati nella nosografia psichiatrica coi vari DSM) che fanno scomparire entità come la Nevrosi d'ansia, la Nevrosi fobica sostituendole con "Disturbo d'Ansia Generalizzata", "Agorafobia con (o senza) attacchi di panico","Fobia Semplice","Fobia Sociale" . Per tali disturbi i farmaci di elezione non sono più le benzodiazepine ma gli antidepressivi serotoninergici; e questo è solo uno dei tanti esempi che si potrebbero fare. Tornando al nostro "Esaurimento Nervoso" basterebbe che i medici facessero tesoro della definizione che ne dà il Jervis nel suo "Manuale Critico di Psichiatria" e cioè: "TERMINE privo di un significato preciso, che serve a designare, in modo rassicurante e neutrale, qualsiasi disturbo psichico . Nè il sistema nervoso in generale, nè in particolare il cervello, sono sistemi o organi che si esauriscono: questo modo di dire non ha quindi significato scientifico". Tale chiarezza servirà, spero, a far archiviare definitivamente l'uso così diseducativo di questa espressione. Nel concludere evidenziamo alcune considerazioni che possono trasformarsi in atti operativi utili per una Educazione Sanitaria -Rinunciare all'illusione che per i disturbi mentali si possa ragionare in termini di Causa-Effetto. Non esiste alcuna certezza scientifica sull'origine dei disturbi psichici (nonostante gli sforzi agguerriti della trionfante Psichiatria Biologica, che cerca di spiegarli con presunti squilibri dei neurotrasmettitori), ma esistono un inseme di fattori, spesso concomitanti, che impediscono al soggetto di rapportarsi serenamente con sé stesso e con gli altri, ostacolando il suo "essere nel mondo". Conseguentemente non è pensabile di risolvere col solo farmaco tali problematiche, se ad esso non si accompagnano altri interventi di tipo psicosociale. -E' assai diseducativo esprimersi col paziente in termini di "Esaurimento Nervoso = Cura Ricostituente o Visita Neurologica", perchè ciò creerà una mentalità distorta, allontanando il paziente stesso dalla comprensione della sua sofferenza, che viene neutralizzata con la medicalizzazione. -cercare sempre di entrare in rapporto con questi pazienti e, se proprio non è possibile, inviarli nei luoghi adatti e preposti cioè agli ambulatori (peraltro gratuiti) dei servizi psichiatrici territoriali o dallo psichiatra, superando definitivamente la ridicola equazione: "Chi va dallo psichiatra è matto". -convincersi realmente che questi semplici atti, uniti a una maggiore attenzione e umiltà nei confronti della sofferenza psichica ,sono atti di VERA PREVENZIONE,IGIENE MENTALE ed EDUCAZIONE SANITARIA che potrebbero far risparmiare molti farmaci ai pazienti e incidere a lunga scadenza, sull'epidemiologia delle malattie psichiatriche. -Avere sempre presente che farsi carico della salute dei propri pazienti significa non tralasciare nessuno dei tre aspetti che la stessa O. M. S. cita nella definizione di salute e cioè :FISICO, MENTALE, SOCIALE. Per fortuna non tutti i medici ignorano tali comportamenti, ma la strada da fare è ancora lunga e tortuosa e per ora, il maggior lavoro è quello di educare gli educatori.