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martedì, 15 aprile 2008

di Monica Russo
 pubblicato sul trimestrale di medicina naturale “Salute è“
 abbinato al mensile AAM TERRANUOVA n. 10 dicembre 03.
 
Numerosi oramai i ricercatori che mettono in discussione l’origine virale dell’HIV. La nuova ipotesi vede l’Aids come una malattia metabolica causata da più fattori e non da un virus che talaltro non è mai stato isolato.
 
La Scienza Ufficiale dichiara che l´Aids è una malattia causata da un virus chiamato HIV, il quale si replicherebbe all’interno delle nostre cellule T4 che costituiscono una parte importante del nostro sistema immunitario. Il virus si moltiplicherebbe fino a ridurre considerevolmente il numero totale di queste cellule, sottoponendo il "malato d´Aids" ad un’immunodepressione e a tutta una serie di infezioni secondarie innocue per la maggior parte delle persone ritenute "sane".
Questa definizione ufficiale sull’Aids è stata più volte contestata da molti scienziati, tra cui tre premi nobel e varie centinaia di studiosi. Tre noti ricercatori, il dr. Heinrich Kremer, il dr. Stefan Lanka ed il dr. Alfred Hassig non la condividono affatto, anzi vedono il ripetersi di uno stesso errore, che la scienza ha fatto nei confronti dello scorbuto e della pellagra, ritenute per decenni malattie infettive, e che hanno causato una psicosi di massa e l´isolamento di migliaia di persone. Caso analogo è avvenuto in Giappone con lo smom, un´epidemia degli anni ´60. All’epoca vennero spesi ben 15 anni per cercare il virus responsabile; la ricerca terminò nel momento in cui ci si rese conto che lo smom era provocato dalla tossicità di un nuovo farmaco.
L´esperienza di Kremer
Nato in Germania nel ´37, negli anni ´60 consegue un dottorato prima in medicina, poi in psichiatria e neurologia. Diventa quindi responsabile di un progetto di terapia sociale per tossicomani e carcerati, in seguito diventa medico di una clinica per tossicodipendenti con un comprensorio di ben cinque regioni tedesche e si occupa di riabilitazione psicosomatica e di ricerca clinica sulle profilassi di infezioni.
Nell’84 effettua la prima prova clinica del test di anticorpi HIV e lo ritiene non specifico. Si rivolge alle autorità sanitarie tedesche dichiarandone l´inefficacia, ma gli viene imposto l´obbligo di utilizzo. Accetta, chiedendo in cambio l´anonimità del test. Per ufficializzare la non specificità aggiunge alle provette dei pazienti, campioni del suo sangue e di quello dei suoi colleghi: mentre non tutti i pazienti risultano positivi, lui e i suoi colleghi risultano esserlo.
Trovata la conferma ai suoi dubbi sulla validità del test, da le dimissioni nell’88 in quanto contrario alla politica governativa sulle droghe e sull’uso di AZT nell’Aids. Nello stesso periodo prevede che nelle carceri tedesche, unico posto dove le persone vengono testate all’entrata e all’uscita per l’HIV, non ci sia mai stato alcun contagio nonostante la presenza di 20.000 tossicomani su 60.000 detenuti. E così è stato. A distanza di 10 anni, incredibilmente, i dati ufficiali confermano la sua previsione; solo malattie veneree ed epatiti risultano essere state veramente trasmesse.
Le certezze di Lanka
Biologo molecolare di 37 anni, ha lavorato presso l´Università di Costanza in Germania, dove risiede, ed ha conseguito un dottorato in virologia. I suoi importanti studi lo hanno condotto ad occuparsi del problema Aids portando un notevole contributo.
Essendo virologo ha verificato la procedura per l´isolamento dell’HIV e ha scoperto che questa non è mai avvenuta, il virus non è mai stato fotografato isolato.
I risultati di Hassig
Immunologo, è stato consigliere dell’Oms e direttore del programma di raccolta e distribuzione del sangue per la Croce Rossa svizzera a livello mondiale.
Hassig avverte che a livello biologico nell’Aids avvengono le stesse reazioni che vediamo nella sepsi da shock traumatico in tempi molto rapidi e nella malnutrizione in maniera più lenta, e che portano al catabolismo, alla morte delle cellule e alla mancata riproduzione delle stesse. Quindi l´Aids, conclude Hassig, è una malattia metabolica e non virale.
Le cause sono cumulative: psichiche, tossiche, infettive, traumatiche e nutrizionali. Nel malato di Aids è molto dannoso lo stress psichico, dovuto alla "sentenza di morte" che riceve una volta testata la sieropositività. A questa vanno aggiunte le cause tossiche per il consumo di droghe e l´utilizzo di terapie velenose quali AZT, Bactrim e antibiotici, le infezioni dovute a epatiti ricorrenti, gli eventuali danni da vaccini, ecc.
Dalla collaborazione di Kremer e Hassig, e alla luce del lavoro dei nobel Robert Furchgott e Louis Ignarro sulla funzione dell’ossido di azoto (NO) nella modulazione dell’immunità cellulare, diventa chiaro quanto non sia più necessario responsabilizzare un ipotetico virus, per spiegare il "quadro AIDS", ma si possa invece dimostrare l´origine metabolica e non virale della stessa.
Il dr. Kremer ha tenuto l´anno scorso un seminario, in Italia, per 12 medici e terapeuti. In quei quattro giorni ha trasmesso loro il risultato dei suoi studi, sostenendo che solo una reale comprensione della malattia può determinare una possibile cura, ed essendo una malattia provocata da molti fattori, bisogna osservare la storia particolare di ogni paziente e vedere quali sono i fattori predominanti per quella determinata persona, quindi agire equilibrando, sviluppando e stimolando il corretto funzionamento dell’organismo.
Ovviamente è fondamentale capire che non si è stati contagiati da nessun virus mortale. Con questa comprensione il dr. Kremer invita ogni medico e terapeuta ad applicare il metodo di cui ha esperienza per poter ripristinare la capacità di autoregolazione del corpo.
Essendo un medico ufficialista, opta per una terapia ortomolecolare per rinforzare l´equilibrio red-ox generale, analizzando minuziosamente i processi di formazione dell´energia cellulare, individua i blocchi che si generano nella sua alterazione e che creano circoli viziosi. Utilizza come cura aminoacidi (n-acetil cisteina, arginina, glutammina), acidi grassi ( omega 3 e 6 ) ma anche antiossidanti naturali della medicina tibetana, anche se il riequilibrio può essere ottenuto da terapie diverse purché siano dirette al miglioramento del metabolismo.
Il riequilibrio intestinale
Tutti i ricercatori indipendenti che stanno investigando sull’Aids, partendo da punti molto diversi, stanno convergendo nel fatto che questa malattia si può riassumere come una grave disbiosi intestinale, ossia la rottura dell´equilibrio tra la flora intestinale ed i funghi normalmente presenti.
La Dr.ssa Clark osserva che la stessa situazione la troviamo in tutti i casi di cancro e anche la medicina ufficiale inglese riconosce pubblicamente, in un articolo apparso sul quotidiano spagnolo "El Pais" agli inizi di luglio, la relazione tra vaccinazioni e autismo nei bambini. L’organismo dei bambini più deboli invece di produrre solo anticorpi, si ammala di un´infezione intestinale che provoca una cascata a catena di eventi: disbiosi intestinale con aumento dei funghi, i cui metaboliti bloccano i ricettori neuronali di zone del cervello in una fase di crescita ancora molto delicata, che non reagiscono più agli stimoli normali.
Si può quindi comprendere quanto sia importante la salute intestinale in tutte le malattie. Nei malati di Aids è molto comune la proliferazione squilibrata di candida che produce una grande quantità di sostanze tossiche per i mitocondri delle cellule, determinando nell’organismo uno stato di deficit energetico e quindi un circolo vizioso.
Un aspetto importante della funzione intestinale è la pulsazione dinamica che possiamo osservare nei bambini appena nati. Questo movimento è rapidamente perso in quasi tutti noi durante il processo "educativo", quando oramai è ben noto che la formazione e la distribuzione dell’energia nel corpo avviene attraverso la pulsazione spontanea dell’addome. Qualora ciò non accada, a causa di forti traumi o di rigidità addominale eccessiva, si può verificare un´alterazione delle placche di Peyers, il cervello dell’intestino (veri e propri neuroni collegano direttamente l´aspetto fisico a quello emotivo), e si crea un terreno scompensato che predispone a malattie soprattutto di natura intestinale destinate a comparire dopo anni o decenni.
Ritrovare la propria vitalità
Un´interessante intervista è andata in onda su Reporter (RAI 3): Pierluigi Ighina ex collaboratore di Guglielmo Marconi, ormai novantenne, ma in ottima forma, spiegava come studi recenti analizzano le onde radio a forma di spirale.
Osservando il guscio della lumaca alcuni studiosi dimostrano che è formato dall’incrocio di due spirali, la cui forma è simile a quella di certe onde radio. Proseguendo gli studi, hanno scoperto che dalla Terra parte una spirale che incontra e converge verso un’altra spirale proveniente dal sole. In quell’occasione Ighina disse: "L´incontro delle due (spirali) crea "l´atomo magnetico pulsante", manifestazione di tutta la materia. L’atomo magnetico mentre prende l´energia dal cielo si apre, quando l´accumula dalla terra si chiude. E così anche noi: tutto pulsa, ciò che non pulsa, non vale niente".
Il processo di guarigione è ripristinare questa pulsazione e rimettere in moto quel processo dinamico fatto di movimento, respirazione, comunicazione, riequilibrio e crescita personale, di fondamentale importanza nella cura. A seconda dei casi è necessaria l´integrazione di sostanze e di discipline diverse per aiutare il corpo a riprendersi quando lo squilibrio dura da molto tempo.
E´ interessante l´esperienza del dr. Jon Kaiser di San Francisco, che pur accettando l´esistenza del virus HIV, ritiene dannosa l’assunzione dei farmaci antiretrovirali, proprio per la loro tossicità. Accetta il loro uso solo in casi di necessità grave e li sospende quanto prima. In alternativa propone una dieta equilibrata e del sano esercizio fisico combinati con tecniche di lavoro “corpo-mente”, come meditazione, yoga o altro e con il sostengo psicologico dei gruppi di aiuto.
Tutto ciò da forza alla richiesta, fatta dal mondo dei dissidenti, che auspicano la riattivazione della ricerca e la risoluzione di questo dramma sociale, che continua a mietere vittime in nome di un virus mai isolato, di un’epidemia inventata e di una Scienza che non è più garante della sua integrità.
 
 
 
 
 
Decalogo delle incongruenze secondo gli studi di Lanka, Kremer e Hassig 
 
La teoria che l´Aids sia una malattia virale non è mai stata comprovata scientificamente.
Il dr. Gallo annuncia nell’aprile ´84 che l´HIV è la probabile causa dell’AIDS; questa sua teoria non è mai stata discussa in un aperto dibattito scientifico. Il giorno dopo la stampa tramuta la ipotesi in certezza, eliminando la parola probabile.
Purtroppo, dalla metà degli anni ´70, da quando le scoperte scientifiche sono brevettabili, si è affermata una procedura molto poco etica: si può affermare l´esistenza di un virus, senza doverlo isolare, ma deducendone la presenza da parametri indiretti stabiliti dagli stessi ricercatori. Anche l´esistenza del Virus Epatite C è stata dedotta in questo modo.
 
L´HIV non esiste.
Tutti i parametri utilizzati per dimostrarne l´esistenza (presenza di trascrittasi inversa, proteina a densità di 1,16, proteina p24, p128, ecc.) sono presenti in cellule normali, in tutte le persone, in diversa concentrazione.
 
I test sono inattendibili.
La soglia di concentrazione necessaria per ritenere positivo il test è stata definita arbitrariamente. Prima di eseguire i test, il sangue viene diluito (500 volte nell’Elisa* e 50 nel Western Blod*). Senza diluizione tutti risultiamo sieropositivi.
La dr.ssa australiana Eleni Papadopulus ha scoperto che tutte le proteine attribuite alla membrana del virus, sono prodotte normalmente da tutti ed elenca ben 78 cause diverse, che per l´alta concentrazione di dette proteine, danno positivo al cosiddetto test Hiv. Le più note sono: epatiti, vaccinazioni, influenze, malattie virali, l´aver partorito più di un figlio, cancro, malaria, artrite reumatoide, dislipidemia (sangue con elevati livelli di grasso o liquido) ecc.
 
L´Aids non è una nuova malattia.
Secondo il Centro per il controllo delle malattie (Center for Desease Control - CDC) è un insieme di 29 affezioni, tra cui micosi, herpes, polmoniti, diarree, alcuni tipi di cancro (linfoma non hodgkin, linfoma tipo Burkit, linfoma primitivo cerebrale, carcinoma delle cervice uterina), ecc.; queste affezioni diventano Aids quando il soggetto risulta positivo al test dell’HIV.
 
Le statistiche epidemiologiche sono state gonfiate.
Le proiezioni logaritmiche sono risultate false, perché è stato usato un sistema cumulativo che somma ogni anno il numero dei casi per il numero totale degli anni. I criteri di valutazione appaiono quindi diversi da paese a paese: in Canada il 25% degli americani dichiarati "Aids" non lo è,  in Africa bastano tre sintomi classici (diarrea, tosse o perdita di peso) accompagnati da un disturbo ritenuto secondario (prurito o ingrossamento delle ghiandole) per essere dichiarati Aids.
 
L´AZT non è un nuovo farmaco.
E´ un chemioterapico degli anni ´60 riconosciuto da subito troppo tossico dopo una sperimentazione effettuata sui topi nel ´64, che ne evidenziava l´altissimo potere di avvelenamento.
E´ noto che i chemioterapici producono effetti devastanti sul sistema immunitario e sull’intestino.
Dell´AZT si sosteneva che aumentasse il numero dei linfociti, ritardando l´insorgere della malattia, ma studi successivi, compreso il famoso "Concorde", stabilirono un modesto incremento dei linfociti T4, solo per un breve periodo, e nessun ritardo nell’insorgere delle infezioni opportuniste, ma la sua assoluta inefficacia a migliorare la salute. Difatti l´aumento dei linfociti iniziale è dovuto ad una reazione di difesa dell’organismo nei confronti di questo farmaco, che distrugge il midollo osseo e lo rende incapace a produrre quei linfociti che dovrebbero poi maturare nell’intestino ma che sono destinati a non accrescersi in un ambiente intossicato e inospitale.
Secondo i dati del Ministero della Salute Italiano, la prima diminuzione dei casi di morte per Aids si ha nel momento in cui la somministrazione dell’AZT passa da 1500mg/die a 500mg/die.
 
Gli inibitori.
Gli inibitori della proteasi, secondo la Medicina Ufficiale, attenuano la proliferazione del virus HIV e la riproduzione dei funghi, svolgono un´azione antinfiammatoria, diminuendo  la carica virale. Il paziente viene informato  che la malattia  diventerà cronica e ciò contribuisce a creare una diminuzione del terrore sottile che accompagna la diagnosi mortale, generando un importante feed-back positivo.
Ma le ricerche evidenziano che tali terapie interrompono numerose funzioni del sistema immunitario, essenziali per la sopravvivenza della cellula umana e bloccano la digestione del cibo e dei grassi con la conseguente produzione di calcoli nei vari organi, oltre a depositi in varie zone del corpo.
 
L´esame della viremia è male interpretato
Lo stesso ideatore del test Kary Mullis - premio nobel del ´93 - dichiara che è impossibile con il suo metodo misurare la carica virale, poiché la PCR (è questo il nome dell’esame) è talmente efficiente che amplificherebbe qualsiasi RNA (acidoribonucleico), senza distinguere se appartiene al virus o a qualche altro contaminante.
Nel risultato della viremia dell’Ospedale Civile di Brescia, nel 2000, si avvisa che il test è valido solo se la persona è sieropositiva. E se è sieronegativa di chi è questo RNA?
E´ importante comprendere che la carica virale è studiata facendo completo affidamento sulla PCR.
 
L´Aids non è una malattia virale, quindi non è contagiosa.
L´Aids è una grave alterazione metabolica e differenti studi di ricercatori dissidenti stanno convergendo nel ritenerla una grave forma di disbiosi intestinale. Quindi metodi e parametri per la cura prevedono la detossicazione dell’organismo ed il riequilibrio della flora batterica, analizzando caso per caso carenze e disfunzioni, in modo da attuare per ciascuno una cura mirata.
 
Note:
* I due test utilizzati per accertare la sieropositività.
 
 
 
postato da: dissidio alle ore 09:43 | link | commenti
categorie: rassegna stampa, aids, dissidenti, sulla stampa
martedì, 29 gennaio 2008

Ormai è carta conosciuta, ma...

...non diamolo tanto per scontato

Laura Margottini
Farmaci, ricerca, industria: quale tutela per il cittadino?
 
Gran parte della ricerca mondiale in campo medico oggi non sopravvivrebbe senza i finanziamenti dell’Industria farmaceutica. La scienza sotto padrone, però, soffre di una precisa patologia: spesso risponde più alle esigenze commerciali della compagnia che la finanzia che a quelle dei malati in attesa di nuove cure. Situazione, questa, diffusa soprattutto in America e in Europa, dove gli enormi interessi della farmaceutica - primo settore industriale USA - rendono inevitabile il corto circuito tra scienza e profitto. L’Italia non sembra fare eccezione. Conflitti d’interesse e corruzione prosperano anche da noi, come dimostrano casi giudiziari tuttora aperti, che vedono indagate le più alte sfere della medicina italiana: l’ex Ministro Sirchia – per aver presumibilmente incassato da una ditta produttrice di elettromedicali, la Immucor, assegni intesi a favorire l’azienda in occasione di appalti. Il Prof. Umberto Tirelli, del Centro di Riferimento Oncologico di Aviano – per avere accettato soldi da uno dei colossi della farmaceutica, la GlaxoSmithKline, in cambio di una certa disinvoltura nel prescrivere il farmaco antitumorale Topotecan.
Ma in quali pieghe del processo scientifico si insinuano e attecchiscono certe mistificazioni della scienza medica?
 
Peer review: Garanzia o censura?
Per rispondere, è necessario descrivere brevemente come funziona uno degli aspetti cruciali della scienza, in particolare di quella medica: la pubblicazione di articoli, attraverso i quali vengono rese note scoperte ed esiti delle sperimentazioni. È grazie a riviste specialistiche come The Lancet, The British Medical Journal, New England Journal of Medicine, JAMA, per citare alcune tra le più autorevoli, che i medici di tutto il mondo vengono informati sui risultati più innovativi della medicina e della farmacologia.
Ma la pubblicazione ha anche un altro ruolo vitale per la scienza:
"rappresenta il test più critico per un’ipotesi o per un dato scientifico, che vengono sottoposti al giudizio dell’ultimo tribunale: la comunità scientifica e il pubblico"
spiega il prof. Peter Duesberg, professore di biologia molecolare della University of California, esperto di AIDS di fama mondiale.
Ma chi ha il compito di decidere se un lavoro è da pubblicare oppure no?
La valutazione si fa all’interno del cosiddetto peer-review process. Questo processo prevede che gli articoli proposti ad una rivista vengano esaminati da alcuni referee, cioè esperti di un determinato settore della medicina, a cui il direttore del giornale si rivolge perché valutino la qualità, la correttezza scientifica e l’originalità dei lavori. Forniscono, in pratica, i pareri tecnici in base ai quali il direttore decide se pubblicare o meno l’articolo. Al fine di garantire la trasparenza e l’obiettività dei giudizi, gli autori degli articoli non dovrebbero conoscere i nomi dei refeere e viceversa.
Questo, almeno, è ciò che dovrebbe essere, ma molte sono le eccezioni e le anomalie di questo processo. Secondo Duesberg:
il Peer-Review è una forma di censura con aspetti sia positivi che negativi. Positivi, perché scienziati senza conflitto di interesse possono eliminare le pubblicazioni basate su prove non scientifiche o ipotesi confutate. Negativi, perché l’ideologia scientifica prevalente usa il peer_review per eliminare quelle innovazioni che minacciano le ipotesi e gli investimenti dell’ortodossia.
Duesberg lo dice per esperienza. Considerato un luminare in tema di AIDS e cancro, avendo isolato il primo gene ritenuto responsabile di indurre tumori e mappato la struttura genetica dei retrovirus (un’opera che gli è valsa nel 1986 l’elezione alla più importante associazione scientifica americana, la National Academy of Science), Duesberg ha compromesso una lanciatissima carriera, opponendosi a quello che definisce "il dogma dell’Hiv", cioè la teoria attualmente più accreditata sulle cause dell’AIDS, quella secondo la quale è il retrovirus Hiv ad indurre l’immunodeficienza. Secondo Duesberg, non c’è assolutamente alcun legame scientificamente accertato tra il virus e la malattia, e i farmaci antiretrovirali non solo sono inutili, ma in alcuni casi accelerano la morte dei pazienti, come è avvenuto per l’AZT della multinazionale Glaxo. Quando Duesberg ha tentato di divulgare le sue ragioni scientifiche sulla questione, si è visto rigettare lavori dalle stesse riviste mediche dove prima pubblicava, negare inviti ad importanti congressi a cui era solito partecipare e fondi per la ricerca che era solito ottenere.
Insomma, il suo punto di vista sulle cause dell’Aids – condiviso anche da scienziati del calibro di David Rasnick e del Premio Nobel 1993 per la chimica Kary Mullis – lo ha quasi ridotto al silenzio. Paradossalmente, quindi, può accadere che il peer review faccia da freno al progresso scientifico, invece che da motore, oscurando ipotesi nuove prima che abbiano avuto la possibilità di essere confutate. Secondo Duesberg:
"Le riviste più quotate sono quelle che pubblicano gli articoli che maggiormente riflettono gli standard dell’ortodossia scientifica. Questo però non garantisce che le ricerche pubblicate siano corrette. Il lavoro di Galileo sul sistema eliocentrico ne è un classico esempio: pur essendo corretto, esso fu censurato dall’ortodossia del tempo. Ma abbiamo anche molti esempi moderni, come l’ipotesi della mutazione somatica per ciò che riguarda la ricerca sul cancro. Essa prevede che il cancro sia causato dalle mutazioni che subiscono alcuni geni. Sebbene non esistano prove a sostegno del fatto che mutazioni genetiche possano indurre il cancro, questa teoria ha effettivamente oscurato tutte le ipotesi alternative degli ultimi 30 anni".
 
La frode degli autori fantasma.
La censura preventiva non è l’unico uso scorretto che si fa della pubblicazione. "Il sistema è stato molto abusato fino a questo momento – sostiene il Prof. David Healy, celebre psichiatra dell’Università del Wales, Inghilterra – in vari modi. Prima di tutto, tantissimi articoli medici non sono stati scritti realmente da chi dichiara di esserne l’autore, ma da ghostwriter, autori fantasma, cioè da impiegati delle compagnie farmaceutiche i quali prima provvedono alla stesura del lavoro, e poi propongono a qualche grosso nome della medicina di firmarlo", ottenendo così pubblicità a basso costo per i nuovi farmaci. Infatti se l’articolo che ne descrive le proprietà è firmato da un nome importante, i medici tendono a fidarsi di più di quanto non farebbero con l’informatore farmaceutico mandato dall’industria, e quindi prescrivono quel farmaco più volentieri. Chi accetta di firmare lo fa sia per il compenso che la compagnia gli offre in cambio, sia perché pubblicare il più possibile è vitale per fare carriera e per ottenere l’assegnazione di fondi per la ricerca.
 
Lo stesso Healy si è visto presentare un articolo già pronto da firmare. Avendo declinato l’offerta, la compagnia che lo aveva scritto non ha fatto altro che riproporlo, nella stessa identica forma, ad un altro famoso psichiatra, il Dott. Siegfried Kasper dell’Università di Vienna, ottenendo finalmente ciò che voleva. "La cosa più grave – puntualizza Healy – non è che il vero autore sia un altro, ma che ciò che è scritto nell’articolo non sia la verità". Questi articoli, infatti, non tengono veramente conto dei dati bruti ottenuti nella fase della sperimentazione clinica del farmaco. Ne esaltano le qualità e minimizzano gli effetti collaterali, come in un qualsiasi spot pubblicitario. "Sono veri e propri spot. – afferma Healy
"In generale, quando si tratta di farmaci, pochissimi articoli sono scritti senza subire l’influenza delle case farmaceutiche".
E il 50% di quelli pubblicati sul British Medical Journal e su The Lancet, secondo Healy sono scritti da ghostwriters. Poiché i dati bruti delle sperimentazioni troppo spesso non vengono pubblicati – pratica che lo psichiatra condanna duramente – è molto difficile verificare l’autenticità dei lavori.
Tale omissione di informazioni è considerata da moltissimi ricercatori e scienziati una grave mancanza, del tutto contraria all’etica della ricerca. Infatti, se i dati ottenuti durante una sperimentazione vengono tenuti nascosti alla comunità scientifica, oltre a non poter verificare l’autenticità dei risultati pubblicati, ciò provoca inevitabilmente un duplice effetto: il rallentamento di quelle sperimentazioni che potrebbero beneficiare di tali dati da una parte; la ripetizione di esperimenti già effettuati dall’altra.
La questione dei ghostwriter rappresenta un problema anche per le riviste, come evidenziato anche da Richard Smith, ex direttore del British Medical Journal e attuale direttore generale di United Health Europe: "È molto difficile, per noi, distinguere, e quindi rifiutare, gli articoli di questo tipo da quelli onesti - ha dichiarato.
Pubblicità esplicita
La dipendenza che i giornali hanno nei confronti dell’industria è dimostrato in prima battuta dalle inserzioni pubblicitarie presenti massicciamente nelle riviste. Quasi tutti i giornali che si occupano di medicina – dalle riviste specialistiche fino agli inserti "salute" dei quotidiani- ospitano moltissima pubblicità a pagamento sui farmaci e questo non può che gettare un ombra sull’onestà dell’informazione che viene proposta. Quale obbiettività ci si può infatti aspettare da una rivista che fa pubblicità ai prodotti di una certa compagnia farmaceutica? Gli editor saranno imparziali nel giudicare gli studi sponsorizzati dalle stesse compagnie che, attraverso l’acquisto di spazi pubblicitari, finanziano la rivista? Il Prof. Del Favero (dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Perugia), a cui abbiamo rivolto tali domande, ci assicura che
"La sopravvivenza di riviste prestigiose come The Lancet, il BMJ o il New England Journal of Medicine, non dipende certo dal ricavato della pubblicità, poichè esse possono vantare un altissimo numero di abbonati".
Ma allora perché anche le loro pagine sono piene di spot pubblicitari sui farmaci?
Del resto anche Richard Smith che è stato direttore per ben 13 anni del BMJ, ha recentemente affermato che la dipendenza delle riviste mediche dalla pubblicità delle case farmaceutiche è una realtà.
Senza contare un altro aspetto legato alla pubblicità dei farmaci: la stragrande maggioranza è giudicata pubblicità ingannevole, come rivela un articolo pubblicato nel 2003 su The Lancet, il quale sostiene che il materiale pubblicitario inviato ai medici dalle case farmaceutiche è pieno di affermazioni false, e un altro studio pubblicato nel 2004 dal BMJ che recita:
"Solo il 6% del materiale pubblicitario sui farmaci è supportato da prove scientifiche"
 
Il secondo articolo succitato riporta i risultati di uno studio condotto dall’ Institute for Evidence-Based Medicine, un istituto di ricerca privato e indipendente con sede a Colonia. Dall’esame di un campione di materiale pubblicitario sui farmaci, i ricercatori hanno verificato che solo il 6% di esso conteneva affermazioni scientificamente supportate da una letteratura medica identificabile. Nel restante 94% le affermazioni fatte non riflettevano i risultati di alcuno studio, o non era chiaro a quali studi si facesse riferimento. Lo studio evidenzia come "tali spot presentino un’immagine distorta dei medicinali che sponsorizzano: ne minimizzano gli effetti collaterali, ne esagerano i benefici, non danno una chiara definizione dei gruppi di pazienti a cui si fa riferimento, sopprimono i risultati degli studi, manipolano i rischi, in alcuni casi fanno riferimento solo agli effetti riscontrati sugli animali" Stando all’articolo del BMJ, tale situazione espone i pazienti a molti rischi, poiché "è dimostrato che i medici tendono a basare le proprie decisioni sul materiale informativo e pubblicitario inviato loro dalle compagnie farmaceutiche", cioè si fidano di quello che c’è scritto, perché lo considerano scientificamente valido.
Pubblicità occulta
Secondo Smith la questione della pubblicità a pagamento sulle riviste, per quanto grave e cospicua, rappresenta solo la minore forma di corruzione. Nelle riviste mediche è diffusissima anche un altro tipo di pubblicità, ben più difficile da decodificare: quella rappresentata dalla pubblicazione dei risultati di sperimentazioni cliniche finanziate dalle industrie.
Studi di questo tipo molto raramente producono risultati sfavorevoli. Le compagnie farmaceutiche cercano infatti di pubblicare solo gli esiti positivi delle ricerche che finanziano, perché uno studio favorevole che appare su una rivista prestigiosa assicura loro un’enorme fonte di pubblicità. In questo caso l’articolo viene distribuito dalla casa farmaceutica ai medici di tutto il mondo nel tentativo di convincerli della qualità del "prodotto" di cui si parla nello studio, sfruttando l’autorevolezza di cui la rivista gode presso la comunità scientifica. Pubblicare solo i dati positivi delle sperimentazioni,
Secondo Smith:
"Le riviste di medicina costituiscono un’estensione del braccio del marketing delle compagnie farmaceutiche, per le quali uno studio favorevole vale più di migliaia di inserzioni pubblicitarie. E’ per questo che una compagnia può arrivare a spendere più di un milione di dollari in reprint dello studio per la sua distribuzione mondiale."
Smith avverte che "pubblicare tali articoli significa compromettere la credibilità e l’onestà della rivista", ciò nonostante moltissimi giornali lo fanno, anche i più autorevoli. Il perché ce lo ha spiegato lo psichiatra David Healy:
"Troppo spesso gli articoli che le grandi riviste pubblicano riguardano farmaci, perché gli editor sanno che ciò assicura grossi introiti alla rivista. Infatti, sanno già che la casa produttrice del medicinale di cui si parla nell’articolo acquisterà dalle 20mila alle 50mila copie [che porterà circa 100,000$ di profitto alla rivista]. Ciò influenza moltissimo le scelte dei direttori"
 
Ciò significa che la più grossa fetta di guadagno per le riviste, soprattutto per quelle più prestigiose, è costituito proprio da questo tipo di pubblicazioni. L’effetto che pratica ha, oltre ad indurre i medici a pensare che un farmaco sia più efficace di quanto non lo sia realmente, è quello di distorcere completamente la letteratura medica. Per questo David Healy ritiene che:
"La fiducia che attualmente si può avere nei confronti di articoli che hanno a che fare con i farmaci è bassissima. In questo momento la pubblicazione scientifica è molto più importante per il marketing delle compagnie farmaceutiche che per lo sviluppo della scienza".
 
La politica della "full disclosure"
Refeere, autori degli articoli ed editor (cioè direttori o redattori capo) delle riviste troppo spesso hanno conflitti d’interesse con l’industria e questo rende molto difficile capire quanto gli esiti pubblicati sugli articoli, specie in farmacologia, siano influenzati dalle compagnie farmaceutiche. Per questo motivo, dal 2001 una dozzina di giornali, tra i quali il Journal of the American Medical Association (JAMA), il New England Journal of Medicine (NEJM) e il The Lancet, richiedono una serie di garanzie prima di pubblicare i risultati degli studi. La nuova politica, che va sotto il nome di full disclosure, obbliga chi pubblica a dichiarare i propri legami con l’industria, in modo tale che il lettore spossa giudicare quanto l’informazione riportata possa essere stata influenzata dalle compagnie per le quali lavora l’autore dell’articolo. Strategia che rappresenta un primissimo ma efficace passo nella direzione della trasparenza. La proposta è stata accolta con entusiasmo, almeno in apparenza, dai ricercatori e da molte riviste internazionali. Quelle europee invece, non hanno ancora aderito.
Non tutti gli autori hanno la stessa percezione dell’importanza di questo nuova politica. Si va infatti da un eccesso all’altro. Come ha ricorda Marcia Angell, ex editor della più autorevole rivista di medicina, il NEMJ, i conflitti di interesse dichiarati sono in alcuni casi talmente tanti che non è possibile pubblicarli, come di norma, sulla pagine della rivista, perché prenderebbero più spazio dell’articolo stesso. Per questo vengono pubblicati separatamente sul sito web della rivista. In altri casi, come denuncia in un rapporto del 2004 l’organizzazione americana Center for Science in the Public Interest (CSPI) -che vigila sui molteplici conflitti di interesse che possono riguardare la scienza- ancora troppi autori dichiarano di non avere alcun legame con le industrie, quando invece ce l’hanno. L’associazione ha infatti analizzato i conflitti del primo e dell’ultimo autore che si dichiarava "pulito" di 163 articoli del 2003 apparsi in quattro tra le più note riviste mediche: NEMJ, JAMA, Environmental Health Perspective, Toxicology and Applied Pharmacology. Utilizzando database pubblici, la CSPI ha scoperto che in ben 13 articoli, l’8 %, gli autori avevano conflitti di interesse non dichiarati.
Industria, etica e libertà di ricerca
Oltre alle pubblicazioni, gli sponsor possono influenzare anche la libertà degli scienziati che lavorano per loro, come ci racconta un farmacologo di fama internazionale, il Prof. Gessa dell’Università di Cagliari, il quale riceve soldi per fare ricerca da 3 multinazionali straniere e da una casa italiana, di cui però non ci rivela i nomi.
"Se studi un farmaco per conto di una compagnia – spiega Gessa – devi firmare un Secrecy Agreement, un accordo di segretezza in cui ti impegni a fare solo ciò che concordi con lo sponsor e nient’altro. Ad esempio, a non divulgare informazioni e a non pubblicare niente senza autorizzazione. Per fare dell’altro ti serve l’OK del finanziatore, che non sempre è propenso a concederlo".
Questo vuol dire che se da una sperimentazione emergono risultati inaspettati, ad esempio si scopre che il farmaco ha effetti benefici anche per patologie diverse da quelle che interessano lo sponsor, il ricercatore non può informare né la comunità scientifica né i pazienti, se non è autorizzato. Ma ciò che è più grave è che nel caso in cui il ricercatore scopra delle reazioni avverse nei farmaci che studia, non è detto che sia libero di renderli pubblici. Lo dimostra il caso della dottoressa Nancy Olivieri dell’Università di Toronto. Avendo scoperto alcuni effetti tossici di un farmaco che stava testando per conto di una compagnia, la ricercatrice chiese di informare i pazienti che lo assumevano. Vedendosi negare l’autorizzazione, la Olivieri decise di non rispettare l’accordo di segretezza e informò lo stesso i suoi pazienti. Il risultato fu la sospensione dell’esperimento e del suo contratto di ricerca.
Lo sponsor può anche decidere di ritardare la pubblicazione di scoperte o farmaci nuovi, per ragioni strettamente commerciali, come ad esempio attendere che il farmaco venga brevettato. Può anche decidere di non pubblicare affatto i dati dell’esperimento nel caso in cui gli esiti siano negativi. Comportamento, questo, giudicato assolutamente contrario all’etica della ricerca.
Se invece l’esperimento va bene, e
"se dalla vendita di un farmaco dovessero nascere dei miliardi, cosa che accade – continua Gessa – il ricercatore prende una certa percentuale. Una parte dei soldi che riceve può utilizzarla per gli studi che a lui interessano".
Ma è possibile pensare di fare ricerca schivando certi paletti imposti dalle industrie? Secondo Gessa no. "Senza i soldi dell’industria non è possibile. Anche il ministero della ricerca consiglia di ‘sposarsi’ con gli sponsor, perché più dello stipendio non è in grado di assicurare". Ma qualche modello di finanziamento alternativo forse esiste. Il Prof. Tansella, psichiatra dell’Università di Verona, ha recentemente proposto un sistema di finanziamenti per una ricerca su cui nessuno investe, la ricerca psicosociale, che studia gli effetti terapeutici dell’ambiente sociale sulle patologie mentali. Il finanziamento prevede anche il contributo dell’industria, ma pare aver trovato la chiave per evitarne la tirannia. Secondo il Prof. Tansella del Centro OMS per la Ricerca sulla Salute Mentale di Verona, la ricerca psicosociale ha un ruolo chiave nel fornire indicazioni per la cura delle patologie mentali, perché tiene conto di tutti gli aspetti che possono influire positivamente sul decorso della malattia, in particolare studia l’influenza che l’ambiente sociale può avere sul paziente. Gli esiti di questo tipo di ricerche, trasferiti nella pratica dei Servizi pubblici, come le ASL, permettono di valutare fin dall’inizio quale siano le strategie vincenti da utilizzare, specie nei casi gravi e soggetti a frequenti ricadute. Il Centro OMS di salute mentale si occupa proprio di questo tipo di studi, ed è riuscito a farsi finanziare anche dalle industrie, come Ely Lilly, Pfizer, Janssen-Cilag. Con una particolarità: i finanziamenti ottenuti sono a fondo perduto, cioè le compagnie non si aspettano nulla in cambio, cosa che lascia molta libertà ai ricercatori del Centro. In più, per evitare ogni rischio di condizionamento, tali finanziamenti non vengono impiegati negli studi di tipo farmacologico che il Centro conduce. "Abbiamo scelto questa strada, proprio per avere le mani libere" – spiega Tansella, il quale ha recentemente presentato anche una ricerca su un innovativo sistema di finanziamenti per i Servizi pubblici di salute mentale. Lo studio ha verificato l’applicabilità di una sistema tutto nuovo, che prevede una sovvenzione a pacchetto, invece che a singola prestazione come si è fatto fino ad oggi in Italia. È possibile, cioè, valutare quale sia il percorso e la strategia da seguire per riabilitare completamente il paziente, stabilendo fin dall’inizio il costo che graverà sulle casse dello stato. Una volta che al servizio venga concesso il finanziamento stimato necessario, gli psichiatri diventano i case manager del trattamento, utilizzando le risorse disponibili all’interno dei servizi sanitari e sociali presenti sul territorio. Lo studio ha dimostrato che questo sistema è in grado di ottimizzare i costi e finalmente di fornire risposte adeguate al paziente, che viene seguito non più a singoli spot, ma lungo tutto il percorso necessario per uscire dal tunnel della malattia.
 
Se l’Industria dirige lo Stato: il caso italiano
Un passaggio importante nel lungo percorso che porta nuove cure dal laboratorio di ricerca agli scaffali delle farmacie è quello della registrazione dei nuovi medicinali, fase in cui si valutano i dati sull’efficacia e la sicurezza, al fine di autorizzarne la commercializzazione. Della questione si occupa, in Italia, l’AIFA, Agenzia Italiana del Farmaco, voluta dal ministero della salute nel 2004. Oltre a decidere quali sono i farmaci che devono entrare in Italia – aspetto di cui si occupava in precedenza la Commissione Unica del Farmaco (la CUF) – l’AIFA si occupa di farmacovigilanza, cioè del monitoraggio dei farmaci già in commercio, e controlla l’operato delle industrie nella tutela del cittadino.
Per le valutazioni, l’agenzia si avvale del giudizio della Commissione Tecnico Scientifica, la CTS, ex CUF, costituita da una quindicina di esperti nominati direttamente dal ministro della sanità e dai presidenti delle regioni. Per farne parte sono fondamentali sia la competenza sia l’assenza totale di conflitto di interesse con le industrie, che potrebbero fare pressioni per velocizzare la procedura di commercializzazione, a scapito delle valutazioni sulla sicurezza. Questa situazione si verifica infatti in molte parti del mondo, primi fra tutti gli Stati uniti, dove "la sezione della FDA- analogo americano dell’AIFA – che si occupa di approvare i nuovi medicinali, riceve la metà del suo supporto economico dalle industrie" ha tuonato in un duro "j’accuse" Marcia Angell, ex direttore della rivista più prestigiosa per la medicina, il New England Medical Journal:
"Le industrie pagano molti soldi per avere in cambio una commercializzazione più veloce. Questo significa che la FDA ora dipende dall’industria, mentre dovrebbe regolarla"
L’effetto, secondo la Angell, è che l’approvazione di farmaci di dubbio valore è troppo rapida e la rimozione di quelli con gravi effetti collaterali troppo lenta.
Alla luce di queste considerazioni, è spontaneo interrogarsi su certe politiche dell’AIFA, che in qualche caso sembrano tutelare più l’industria che il cittadino. Uno dei primi obiettivi dichiarati dall’Agenzia, infatti, è proprio quello di accelerare la procedura di registrazione dei farmaci, "per favorire l’accesso rapido a nuove cure" – ha dichiarato l’agenzia in occasione della sua inaugurazione, senza però spiegare se e come questo inciderà sulla sicurezza. Un altro aspetto molto singolare è che alla Presidenza dell’Aifa sieda proprio un ex Dirigente di Farmindustria, la dottoressa Antonella Cinque, fatto che costituisce un vero e proprio conflitto di interessi. Altre perplessità si hanno quando, spulciando tra le nomine delle vecchie commissioni CUF e della nuova CTS, ci si accorge che molti degli esperti che ne fanno parte sono gli stessi da circa 15 anni. La situazione è molto strana se si pensa che il mandato per un membro CUF prevedeva un massimo di 4 anni. Mandato che per la CTS è stato portato a ben 10 anni dall’ex ministro Sirchia, forse proprio per aggirare l’ostacolo delle nomine troppo spesso ripetute.
A cosa si devono queste anomalie? Lo abbiamo chiesto direttamente alla dottoressa Cinque. Dopo varie telefonate all’AIFA e dopo aver inviato le domande in anticipo, come ci è stato richiesto, la dottoressa ci ha comunicato attraverso la sua segretaria di non poter essere disponibile prima di una mese a causa di improcrastinabili impegni di lavoro, anche se, come abbiamo spiegato all’ufficio stampa della Presidenza, la conversazione avrebbe richiesto solo una decina di minuti. Ci siamo rivolti allora al Prof. Del Favero dell’Università di Perugina – uno dei nomi più ricorrenti nelle commissioni CUF e attuale membro della CTS – per sapere a cosa sia dovuto lo scarso ricambio delle nomine:
"Credo che questa scelta sia stata fatta perché si vuole una continuità di lavoro e anche perché di esperti indipendenti, incorruttibili e competenti in questa materia non ce ne sono molti".
Il prof. Gessa, anche lui ex membro CUF, crede invece che
"a premere per le riconferme di alcune nomine ci siano delle pressioni politiche trasversali, di quelle che sopravvivono ai governi. È probabile che l’Industria - sostiene Gessa - abbia dei propri paladini all’interno della commissione".
Ma è possibile, invece, che, come dice Del Favero, non ci siano altri esperti abbastanza validi da sostituire i vecchi? Il Prof. Healy pensa di no:
"Non è vero che non ce ne sono. Molti altri potrebbero essere nominati. La realtà è che coloro che diventano esperti hanno spesso legami stretti con le industrie farmaceutiche per le quali devono registrare i farmaci".
Riguardo al conflitto di interesse tra chi in precedenza ha lavorato per l’industria e successivamente si occupa di regolarla, Healy sostiene che
"essere stati in passato tanto vicino all’Industria non è esattamente la cosa di cui si ha bisogno quando si siede al vertice di certe agenzie. Trovo che sia un comportamento molto difficile da giustificare. Come e perché certe cose accadano – conclude – sono due questioni di estremo interesse".
Giriamo la questione ai vertici dell’AIFA, sperando che qualcuno trovi il tempo di rispondere..
 
 
Inserito: 8 giugno 2005; ultima revisione: 23 novembre 2005
Scienza e Democrazia/Science and Democracy
www.dipmat.unipg.it/~mamone/sci-dem
 
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martedì, 11 dicembre 2007

Le bugie sull'Aids per i finanziamenti

Il seguente articolo apparso su Metro di Roma il 17/7/2000 deve in qualche
modo essere sfuggito alla censura imperante in materia di Aids.
 
Le bugie sull'Aids per i finanziamenti
 
Il fenomeno Aids è uno dei più grandi scandali della medicina. Gli
scienziati si negano a un aperto dibattito per paura di perdere
finanziamenti. Nessuno ha dimostrato che il virus provoca l'Aids.
 
Di Aids si muore, per l'Aids si chiedono finanziamenti. Ma cosa sia e cosa
provochi è tutt'altro che chiaro. Anche per colpa di medici e scienziati che
per interesse si adattano alla teoria più comoda. E le organizzazioni
mondiali sparano cifre solo presunte allo scopo di sfruttare il fenomeno per
ottenere soldi per i Paesi poveri.
Con i tradizionali discorsi augurali si è conclusa a Durban (Sud Africa), la
XIII Conferenza mondiale sull'Aids, senza risposte definitive ai più
assillanti interrogativi posti sin dal 1982, cioè dalla scoperta dei primi
casi di questa complessa sindrome che si può manifestare con 25 differenti
patologie.
Soltanto conoscendo l'origine di una malattia è possibile comprenderla,
combatterla, curarla, prevenirla e alleviarla. Ma ad oggi restano insoluti
numerosi quesiti: che cosa causa il collasso del sistema immunitario? Può
essere ricostituito il sistema immunitario dopo l'infezione? Quali sono i
meccanismi patogeni del virus Hiv e come si può controllare la sua
replicazione? Come si trasmette l'Hiv, dal punto di vista sessuale, materno,
intravenoso? I vaccini potranno prevenire l'infezione? E infine
l'interrogativo più importante: l'Aids è veramente causato dall'Hiv e solo
da questo stranissimo virus?
 
Finora, in verità, tutti i ricercatori e gli scienziati che si sono occupati
della materia hanno messo a punto soltanto ipotesi di lavoro, cioè hanno
accettato in modo dogmatico un'origine ipotetica, poichè era l'unica
disponibile, senza indagare a fondo sugli inizi dell'Aids. E l'opinione
pubblica mondiale è rimasta prigioniera di frettolose decisioni scientifiche
stabilite, senza possibilità di discussione o revoca.
Così l'inaugurazione è avvenuta fra polemiche che si ripetono da 17 anni. Da
una parte è stato presentato un documento, chiamato Durban Declaration,
firmato da circa 5.000 ricercatori che ribadiscono il legame di
causa-effetto fra Hiv e Aids; dall'altra il presidente sudafricano Thabo
Mbeki, sostenitore della tesi opposta, difesa da poche decine di scienziati
(fra cui alcuni premi Nobel della medicina e della chimica) guidati dall'
"eretico" Peter Duesberg (un virologo californiano di alto livello) che si
oppone al pensiero dominante.
Nel suo volume "Inventing the Aids virus" sostiene che essendo l'Aids una
sindrome e non un'affezione, deve avere necessariamente più cause e l'Hiv
non può essere l'origine comune di tutte le manifestazioni cliniche; le
attuali teorie sull'eziologia non sono fondate su prove scientifiche
dirette, ma sono basate su prove indiziarie, cioè quelle epidemiologiche, a
loro volta poggiate su stime e non su rilevazioni dirette.
 
Il fenomeno Aids, secondo Duesberg, è uno dei più grandi scandali della
medicina e gli scienziati coinvolti in questi studi si negano a un aperto
dibattito nel timore di perdere finanziamenti e di sconvolgere l'attuale
ipotesi consolidata, determinando gravi conseguenze commerciali e sociali.
Duesberg ritiene che il virus dell'Hiv, sfuggente e mutevolissimo, è in
realtà innocuo e l'azione attribuitagli contrasta con le sperimentazioni
finora condotte, con i principi fondamentali della virologia e con il fatto
di non essere presente nel cento per cento delle persone infette. Nessun
documento scientifico ha dimostrato che il virus provoca l'Aids.
Controversie scientifiche a parte, siamo di fronte alla terribile tragedia
di milioni di persone che per malnutrizione, gravi carenze delle difese
immunitarie e tremende condizioni ambientali continuano a morire. Ed è
comprensibile che, per raccogliere risorse finanziarie a loro favore, le
organizzazioni mondiali (Oms, Unicef, Fao, Unesco) debbano sostenere che
responsabile di tutto sia l'Aids.
 
Ugo Apollonio
Presidente onorario Ass. stampa medica italiana
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hiv sotto processo; coimputato Robert Gallo

Febbraio 2007, l'HIV è sotto processo in Australia: il Tribunale valuta le prove nei confronti delle affermazioni di essere stato isolato, trasmesso e riscontrato con dei test
 
Una mozione di appello in una udienza penale ad Adelaida, Australia, è diventata il centro dell'attenzione internazionale, mentre le affermazioni fondamentali dei ricercatori dell'AIDS ortodossi - ivi compreso il dottore Robert Gallo, colpevole di un delitto gravissimo - vengono sottoposte ad un energico interrogatorio in contraddittorio da un avvocato che chiede le prove scientifiche dell'esistenza del virus. I portavoce dell'industria dell'AIDS più importanti si sono presentati o sono apparsi attraverso una trasmissione satellitare ad Adelaida, per difendere l'ipotesi dell'HIV nei confronti delle accuse formulate da un gruppo locale di esperti scientifici e medici conosciuto come 'Il gruppo di Perth' che afferma che la ricerca sull'AIDS durata due decenni, non è riuscita a presentare un isolato purificato dell'HIV, non ha inoltre nemmeno presentato la convalida dell'accuratezza dei cosiddetti test dell'HIV, né alcuna prova che l'HIV venga trasmesso attraverso i fluidi corporei.
 
Sotto ci sono due nuovi articoli riguardo l'azione giudiziaria. Ulteriori informazioni riguardo la causa e le trascrizioni testuali delle deposizioni sono disponibili sul sito http://aras.ab.ca/index.php
 
Per visualizzare la deposizione di questa settimana del dottore Robert Gallo, presunto scopritore dell'HIV, visita il sito Gallo-Transcript.pdf
 
Michael Geiger, che osserva da vicino gli eventi di Adelaida, riferisce di essersi sentito 'sbalordito e stupito' dalle dichiarazioni di Gallo al tribunale. Geiger dice: "E' difficile sapere se Gallo difendeva l'HIV o se la sua deposizione fosse una pubblica ammissione di colpa".
 
Geiger prega i lettori delle trascrizioni di notare:
 
    * Nella pagina 1294 dove Gallo è d'accordo sul fatto che nel suo studio originale ha trovato le prove dell'esistenza dell'HIV solo nel 40% dei pazienti con l'AIDS, e che il 40% non è sufficiente per dimostrare che l'HIV sia la causa dell'AIDS:
 
     L'avvocato a Gallo: "Lei aveva.trovato l’hiv in..48 persone su 119, cioè il 40%?"
 
     Gallo: "Sono d'accordo"
 
     L'avvocato: "E' d'accordo sul fatto che l'isolamento dell'HIV soltanto dal 40% dei pazienti non costituisce la prova che l'HIV causa l'AIDS?"
 
     Gallo: "Direi di sì, da solo, indipendentemente, un isolamento del 40% di un nuovo virus, direi che non è la causa".
 
    * Nella pagina 1300 osserviamo che Gallo ammette il fatto di riscontrare basse percentuali di positività nei soggetti con i sintomi dell'AIDS:
 
     Avvocato: "Per...gli adulti con KS (Sarcoma di Kaposi), del 30%; per gli adulti...con infezioni opportunistiche da AIDS del 47%. Lei accetta le Sue cifre?"
 
     Gallo: "Accetto le cifre".
 
    * Nella pagina 1317 Gallo riconosce che non ha riscontrato l'HIV nelle lesioni da KS (Sarcoma di Kaposi) e nemmeno nelle cellule T; nella pagina 1318 Gallo ammette che i test di 'carica virale' non possono essere adoperati per dimostrare l'avvenuta infezione dovuta ad un virus.
 
Il linguaggio degli articoli dei giornali che si occupano della causa di Adelaida è un segnale clamoroso e chiaro di pregiudizio dei media versol'AIDS. Nel primo articolo che segue, gli esperti medici e scientifici che sfidano la nozione che l'HIV sia stato isolato, d'accordo con gli standard scientifici veri e propri, sono stati bollati come "un gruppo organizzato di negazionisti dell'HIV" che non ha titoli ufficiali, come ad esempio quello di medico, mentre quelli che vengono chiamati dal tribunale per presentare le prove vengono chiamati "esperti", riferendosi ripetutamente ai loro titoli professionali.
 
La ovvia tendenza della copertura giornalistica australiana è appena un gradino al di sopra della reazione dei media americani: Nei giornali americani non è apparso alcun articolo riguardo alla confusione che c’è dietro.
    
  
 
 
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lunedì, 19 novembre 2007

MONTAGNIER; di come piano piano tutto viene a galla

Articolo di Luc Montagnier apparso sulla stampa l'estate scorsa 
Nota; per chi non lo sa, Montagnier (Francia), insieme a Robert Gallo (USA) è lo scopritore del famigerato retrovirus hiv, che provocherebbe l'AIDS.
Sulla scoperta di questo retrovirus, sono scoppiate grosse polemiche.
Gruppi di scienziati, premi nobel e studiosi di fama mondiale, hanno contestato la scoperta del hiv, dicendo che il sistema di ricerca non ha rispettato il metodo di isolamento dei virus, metodo consolidato.
I suddetti scienziati, definiti DISSIDENTI, DAL SISTEMA SANITARIO MONDIALE E DALLE MULTINAZIONALI FARMACEUTICHE affermano che hiv non provoca AIDS, e che questa sindrome (non malattia) è causata da una serie di squilibri organici, dovuti all'inquinamento, alla cattiva alimentazione, all'uso di droghe, all'abuso di farmaci, ecc, insomma da una cattiva qualità della vita.
quindi, bisogna lavorare sul rafforzamento delle difese immunitarie, invece che sulla uccisione del virus.
ecco cosa dice Montagnier
 
 "Quelle microinfezioni che accorciano la vita
Potremmo campare cent’anni in buona salute se microinfezioni nel
sangue, croniche e senza sintomi, non aprissero la strada alle più
gravi malattie della vecchiaia. Per il momento è solo una teoria, ma ne
è convinto Luc Montagnier che di sistema immunitario ne sa qualcosa
avendo scoperto per primo il virus dell’Aids. Il ricercatore francese
ha esposta la sua teoria nel corso del convegno sull’invecchiamento
«The Future of Medical Sciences»: secondo Montagnier, l’attuale
aspettativa di vita nel mondo industrializzato, pari a circa 80 anni,
potrebbe essere incrementata di almeno 20 anni se si riuscisse a
neutralizzare l’azione dei radicali liberi. «Il 35% delle persone con
età superiore ai 65 anni - ha detto - ha patologie neurologiche o
psichiatriche, causate in prima battuta dallo stress ossidativo con il
rilascio di radicali liberi che danneggiano l’organismo».
«La scienza medica - ha aggiunto il ricercatore - ha individuato già
molti enzimi anti-ossidativi, ma in alcuni individui non funzionano
bene. Inoltre lo stesso sistema immunitario, se si indebolisce, apre la
porta ad altre infezioni che contribuiscono ad aumentare lo stress
ossidativo».


Montagnier: «20 anni in più azzerando l’azione dei radicali liberi»
Non sempre però queste infezioni sono facilmente rilevabili: durante
le sue ricerche sull’Aids, nel tentativo di estrarre il virus dell’Hiv
dal sangue dei malati per alcuni esperimenti di laboratorio, Montagnier
si è reso conto di non riuscire a purificarlo del tutto perché un
micoplasma (sorta di parassita delle cellule che si trova anche nel
sangue di molti donatori) continuava a persistere anche nel sangue
filtrato, compromettendo i risultati degli esperimenti.
Per capire come fosse possibile, è ricorso a uno strumento che riesce
a captarne i segnali elettromagnetici, trovando particolari risonanze
legate appunto al micoplasma. Ripetendo l’esperimento, questa volta
sulla presenza di altri microrganismi, ha scoperto segnali specifici
per molti microbi e anche per i virus, e non solo nel sangue di
soggetti infettati ma anche in pazienti affetti da malattie
neurodegenerative come il Parkinson, la Sclerosi multipla e anche nei
bambini autistici.
L’aspetto cruciale della flora intestinale
In particolare, ha trovato segnali in 16 malati di Alzheimer su 17.
Questo ha portato Montagnier a pensare che in quelle patologie, dovute
certamente a molte altre cause, un ruolo importante possa essere
giocato da quelle che ha chiamato «microinfezioni latenti» provocate da
microrganismi piccolissimi non rilevabili con una comune analisi del
sangue, le quali provocano comunque uno stress ossidativo tale da
indurre una mutazione genetica. Ad esempio, «per l’Alzheimer - ha detto
il ricercatore francese - si ipotizza un’infezione batterica non
proveniente dall’esterno, ma endogena, proveniente dalla flora
intestinale: sono forme molto piccole di microrganismi, nanostrutture
che attraverso la mucosa dell’intestino indebolita dall’età entrano nel
ciclo sanguigno e sono in grado anche di raggiungere il cervello,
inducendo così anche alterazioni a livello dei neuroni».
«La morte - ha concluso Montagnier - è scritta nel programma dei
cromosomi, ma anche nell’indebolimento del sistema immunitario, poiché
favorisce l’ossidazione del Dna, cosa che induce mutazioni genetiche e
rotture a livello dei cromosomi»."
 
postato da: dissidio alle ore 09:34 | link | commenti
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