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(per informazioni via dei serragli 91/rosso firenze dalle 16 alle 19. tel 3386566587.)OGNUNO DI NOI è UN MERAVIGLIOSO ECOSISTEMA IN DIALETTICA CON LA NATURA. UNO SPLENDIDO IMMENSO MARE. DIVERSITA' NELLA BIO-DIVERSITA'. UN SUONO E UN COLORE UNICO. libero archivio di medicina naturale non ha padroni ne' servi. PER NON MORIRE DI IGNORANZA E DI STRAPOTERE; rimedi naturali complementari o in alternativa ai farmaci chimici. (gli argomenti trattati sono pubblici, non sono prescrizioni e non intendono influenzare negativamente chi legge. Quello che è scritto qui potrebbe sconvolgere le vostre convinzioni. l'intento è quello di divulgare informazioni su argomenti spesso ignorati. si ritiene che la conoscenza sia la base per la miglior cura di se stessi. buon viaggio

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venerdì, 15 febbraio 2008

IL VERO SIGNIFICATO DEL TEST HIV

Christine Johnson INTERVISTA Eleni Papadopulos-Eleopulos,
 Quanto è attendibile un HIV-test positivo?
Nota dell’editore (Andromeda)
L’argomento del presente lavoro è lo studio effettuato dai dott. Eleni Papadopulos-Eleopulos, Valendar F. Turner e John M.Papadimitriou intitolato “Is a positive Western Blot proof of HIV infection?” - apparso su Biotechnology nel giugno 1993 - che pubblichiamo integralmente in lingua originale in Appendice.
Sono sorte delle controversie sulle possibili interpretazioni di questo studio. Noi pubblichiamo quella di Christine Johnson (ricercatrice e membro del Mensa) la quale ha passato molte ore comunicando via posta elettronica col Dr.Turner (uno degli autori del lavoro), proprio per assicurarsi della correttezza della propria interpretazione
La versione originale di questo lavoro di Christine Johnson è stata pubblicata sul n. 1 del maggio 1994 del “Journal of International Health Research”, col titolo “Understanding the HIV antibody test”. La suddetta rivista è pubblicata dal “People International Health Project”, 8033 Sunset Boulevard # 2640, Los Angeles, California - USA.
 
Riprodotto per gentile concessione dell’editore americano .
 
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“E’ stata l’esperienza più terrificante della mia vita. Andai completamente fuori di testa.”
“Quando lo seppe, salì sul tetto dell’ospedale e si buttò giù.”
“Su di me, l’impatto emozionale fu immenso. Non riuscivo a controllare la paura.”
Queste persone stanno forse parlando di una diagnosi di AIDS? No, queste sono le reazioni di persone sane senza sintomi il cui HIV-test è risultato positivo. Gli effetti di un test positivo sono così devastanti che nessuno dovrebbe sopportare questo imponente “fardello” se non si è assolutamente sicuri che il test sia una misurazione reale e significativa della presenza dell’HIV nell’organismo. Questa affermazione introduce ed indica lo scopo di una pubblicazione che possiamo definire rivoluzionaria: “Is a positive Western Blot proof of HIV infection?” (Un Western Blot positivo è una prova dell’infezione da HIV?), pubblicato sulla rivista BIOTECHNOLOGY JOURNAL nel giugno 1993.
Gli autori, gli australiani Dott. Eleni Papadopulos-Eleopulos, Turner e Papadimitriou, dimostrano che benché ci sia stato detto che possiamo fidarci dell’accuratezza di questi “test dell’AIDS”, in realtà è meglio non fidarsi. Essi discutono i test e come questi vennero accettati come prova virtualmente incontestata che una persona sia stata infettata dall’HIV. Essi inoltre criticano questi test su diverse basi: i test non sono specifici, non c’è un modo standard di interpretarli, ed i risultati non sono riproducibili. Perché un test anticorpale sia scientificamente valido, esso deve soddisfare questi tre criteri.
Tanto per cominciare, cosa significa “specificità”? La specificità è il numero di risultati negativi che il test ottiene in persone che sicuramente non hanno la malattia in questione. Un test che abbia una specificità del 100% risulta sempre negativo quando la malattia è assente. Non ci sono “falsi positivi”. Come si determina se la malattia (in questo caso l’infezione da HIV) è presente o no?
I test per gli anticorpi anti-HIV sono basati sull’idea che se sono presenti gli anticorpi relativi ad un virus, una proteina del virus, e quindi il virus stesso, sono per forza presenti. Così per vedere se il test sta facendo esattamente il suo lavoro, è necessario avere un metodo indipendente per poter verificare la presenza di un virus in una persona sieropositiva (cioè che presenta gli anticorpi per quel virus) e l’assenza del virus in una persona sieronegativa (che non presenta cioè gli anticorpi). Questo metodo indipendente è chiamato “gold standard” o “standard aureo”.
L’unico standard aureo adeguato sarebbe l’isolamento del virus stesso. Poiché i virus hanno bisogno delle cellule viventi dell’ospite per potersi riprodurre, essi vengono coltivati in colture di cellule. L’isolamento dell’HIV presuppone che il virus sia estratto da una coltura e sia separato da qualsiasi altra cosa presente nella coltura stessa, in modo che rimanga solo il virus puro.
Diciamo che 100 persone siano risultate prive del virus mediante l’isolamento virale. Tutte queste persone vengono sottoposte ad un test per l’HIV e di questi 90 risultano negativi e 10 positivi (falsi positivi). Questo dà al test una specificità del 90% (che non è un granché). Se il test fosse specifico al 100%, esso non risulterebbe mai positivo in una persona (sia che abbia sintomi o meno) che non è stata infettata dall’HIV, come determinato dall’isolamento del virus.
Benché vengano fatte molte affermazioni che il test per gli anticorpi anti-HIV sia assai specifico, Eleopulos e colleghi sostengono che non sia così. Un test che non sia specifico, risulterà positivo anche in presenza di anticorpi diversi da quelli che dovrebbe rivelare. Chiaramente, se un test per l’HIV non è specifico, un risultato positivo è per lo meno ambiguo.
Ricordiamo per un momento la definizione di anticorpo e quella di antigene, poiché ne parleremo lungo tutto questo lavoro. Gli anticorpi sono i “fanti” del nostro corpo nella guerra contro invasori esterni quali batteri e virus. Il sistema immunitario produrrà un tipo di anticorpi che avrà una attrazione biochimica unica e specifica per le proteine di quel particolare virus “invasore”. Quando gli anticorpi “vedono passare” una particella virale, essi la attaccano rendendola inoffensiva. Se c’è bisogno, il sistema immunitario produrrà molte migliaia di anticorpi differenti, ognuno dei quali attaccherà uno specifico antigene.
Gli antigeni sono sostanze estranee all’organismo che potrebbero farci ammalare o perfino ucciderci se il nostro sistema immunitario non le neutralizzasse con gli anticorpi. Gli antigeni includono virus, batteri, tossine, o tessuti di altre persone (come lo sperma che potrebbe entrare in circolo durante un rapporto anale). Gli anticorpi si combinano coi loro antigeni come una chiave nella serratura e questa azione risulta in una neutralizzazione dell’antigene cosicché questo non possa più nuocerci.
Questi principi vengono usati nei test per la ricerca degli anticorpi anti-HIV, che funzionano più o meno in questo modo: nel test ELISA, una mistura di proteine, che si ritiene provenga solo dall’HIV, viene messa a contatto con un campione di sangue in modo che ogni anticorpo eventualmente presente nel sangue che sia in grado di legarsi con queste proteine, abbia la possibilità di farlo. Se tutte le proteine della mistura provengono realmente dall’HIV, e se tutti gli anticorpi riconoscono soltanto le proteine dell’HIV, un risultato positivo in questo test significherà che, in un qualche momento nel passato, la persona è stata esposta al virus. Ma, come la Eleopulos ed i suoi colleghi dimostrano nel loro articolo rigorosamente argomentato ed ampiamente referenziato, queste due condizioni essenziali non vengono soddisfatte in nessuno dei due test anticorpali (ELISA o Western Blot) attualmente in uso!
Quindi abbiamo già due grossi problemi: 1) non tutte le proteine della mistura derivano sicuramente dall’HIV; 2) non tutti gli “anticorpi-HIV” riconoscono sicuramente solo l’HIV. In realtà Eleopulos e colleghi sottolineano che in realtà non c’è alcuna prova che addirittura nessuna delle supposte proteine dell’HIV provenga proprio dall’HIV!
La ragione è che l’isolamento del virus ha presentato numerose difficoltà insormontabili (che discuteremo più avanti). La posizione degli autori è che l’HIV non è mai stato isolato e quindi nessuno può essere sicuro che le proteine in questione derivino effettivamente dall’HIV. Ne deriva che se non possiamo essere sicuri che le proteine del test derivino dall’HIV, non possiamo neppure essere sicuri che gli anticorpi che reagiscono con queste proteine siano anticorpi anti-HIV. Ci sono molti casi documentati di reattività-crociata degli anticorpi, nei quali anticorpi di altre malattie o condizioni causano un risultato falso-positivo. L’unico modo per saperlo con certezza è applicare uno standard aureo.
Nel test Western Blot (WB), le presunte proteine dell’HIV vengono presentate separatamente anziché in una mistura e, dopo essere state messe a reagire con un campione di sangue, ogni proteina è in grado di dare un segnale visibile del fatto che ha legato un anticorpo. (v. Fig. 1 per una illustrazione di come appare un risultato di WB) 
FIGURA 1
Rappresentazione schematica di risultati del WB:
(A)   Risultato positivo (reazione a tutti gli antigeni)            
(B)   Risultato negativo. 
Così, mentre l’ELISA può solo determinare che un campione di sangue contiene alcuni anticorpi che sembrano essere stati provocati dall’HIV, un Western Blot, almeno in teoria, può determinare a quali particolari proteine del virus si sono legati gli anticorpi.
Poiché il test ELISA è noto per essere tutt’altro che perfettamente specifico, il Western Blot, che è ritenuto altamente specifico, viene generalmente usato per “confermare” la diagnosi
Infatti è dato un così grande valore al Western Blot che un suo risultato positivo è quasi sempre preso come equivalente di una infezione attiva da HIV. Ma in realtà, quanto è effettivamente accurato questo test “definitivo”?
La Figura 2 inizia con una tabella che mostra quali proteine devono essere presenti perché un Western Blot sia giudicato positivo, secondo cinque differenti autorità. Voi potreste mescolarle e pescare a caso. Prendetene almeno uno da ogni categoria richiesta ed il vostro test sarà interpretato come positivo.
La figura 2 mostra anche come viene letto il test Western Blot. Ogni proteina dell’HIV che ha “trovato” un anticorpo si rende visibile sulla striscia nella sua specifica area, chiamata banda. Ci sono parecchie bande che si suppone rappresentino specifiche proteine virali. Le più importanti di queste sono gp120/160, p41, p31-32, e p24. In realtà, queste proteine potrebbero non rappresentare affatto le proteine dell’HIV!
Diamo un’occhiata ad ognuna di queste proteine principali, e vediamo se la loro presenza in una striscia di Western Blot sia effettivamente indicativa della presenza dell’HIV:  
 
p41: Già all’inizio, il Dr.Montagnier, lo scopritore dell’HIV, trovò che il sangue dei pazienti affetti da AIDS reagiva con una proteina p41 che era stata trovata sia nelle cellule infettate dall’HIV che in quelle non infettate. Si concluse che la banda p41 era il risultato della contaminazione del virus da parte di una proteina chiamata actina, che è una normale componente di tutte le cellule, come pure di altri microbi oltre all’HIV. In altre parole, molte altre cose, oltre all’HIV, possono provocare una reazione positiva della banda p41.
 
gp120 e gp160: il gp120 viene riscontrato sulle “spine” presenti sulla superficie delle particelle immature dell’HIV, ed il gp160 si ritrova solo nelle cellule infette, ma nessuno dei due è presente nelle particelle virali libere e mature. Comunque il sangue dei pazienti affetti da AIDS reagisce con “l’HIV purificato” del test dell’AIDS, ed appaiono le bande gp120 e gp160. Questa è una contraddizione. Poiché nel virus maturo non si trovano né gp120 e né gp160, non ce ne dovrebbero essere neppure nell’antigene preparato per il test. Quindi, da dove vengono queste due bande?
 
Se il gp160 viene a sua volta separato, otterremo gp120 e p41. Si pensa, allora, che le bande gp120 e gp160 in realtà non rappresentino le proteine gp120 e gp160, ma piuttosto rappresentano ciò che i chimici definiscono oligomeri del p41. Un oligomero è un numero intero di subunità di qualcos’altro. Se mettete insieme quattro unità di p41, ottenete un gp160; tre di queste subunità danno un gp120 (4x40=160; 3x40=120). Quindi il gp120 e il gp160 non sono affatto proteine diverse; esse sono semplicemente delle differenti “confezioni” di p41, tenute insieme da ponti chimici. E se, come abbiamo discusso più sopra, il p41 è semplicemente un contaminante di materiale cellulare, questo annulla a sua volta anche l’importanza del gp120 e del gp160.
 
p31-32: Le proteine sono composte da aminoacidi. Nel 1987 L.E.Henderson (1) effettuò uno studio in cui confrontava le sequenze aminoacidiche dell’ HIV “purificato” con quelle di una normale proteina trovata nel sistema immunitario umano e chiamata “Class II histocompatibility DR protein” e scoprì che le proteine DR sono identiche alle proteine p31-32 dell’HIV. Bye-bye p31-32!
p24: Il riscontro della p24 è considerato sinonimo della effettiva presenza dell’HIV. Comunque il Dr.Robert Gallo (co-scopritore dell’HIV), ha ripetutamente affermato che la p24 non è esclusiva dell’HIV, ma che un altro retrovirus (HTLV-1, che non causa malattie) contiene p24, e questo crea una reazione crociata al test per gli anticorpi. Il test può dire che avete anticorpi contro l’HIV, mentre in realtà potrebbe essere l’HTLV-1.
 
In realtà, la p24 è stata trovata nell’HTLV-1, HTLV-2, HIV-2, ed in tutti i retrovirus endogeni. Il gene specifico che contiene l’informazione per produrre p24 (chiamato gene gag) si trova in tutti i retrovirus. Non sorprende quindi che la p24 sia riscontrata spesso in assenza di HIV
 
Se una banda p24 appare da sola in un WB Test, il test verrà definito “indeterminato”. Questo significa che il test non mostra abbastanza bande per essere sicuri di qualcosa, ma generalmente un test indeterminato non è motivo di allarme. La p24 è la banda predominante nel causare un WB Test indeterminato. Il risultato indeterminato è molto comune e non è correlato con la presenza dell’HIV. Viene fatto riferimento ad un gruppo di pazienti che ricevettero sangue testato col Western Blot e risultato negativo; entro sei mesi, il 42% di questi pazienti sviluppò un test indeterminato.
La Eleopulos ed i suoi colleghi forniscono una lista di condizioni in cui i pazienti hanno anticorpi p24 senza HIV: Sclerosi multipla, verruche generalizzate, linfoma cutaneo a cellule T, e persino una persona sana su 150. Negli studi citati, l’antigene p24 fu trovato solo nel 25-50% dei pazienti HIV+ o affetti da AIDS. Se ne concluse che il test dell’antigene p24 è “impreciso” e “dovrebbe essere interpretato con cautela”. Sembra quindi che non ci possiamo più fidare neppure del p24.
A dispetto di tutte le prove contrarie, le bande gp120, gp160 e p41 vengono considerate come rappresentative di distinte proteine virali
 
In conclusione la Eleopulos sostiene che “alla luce di quanto esposto, è difficile sostenere la tesi che le bande p41 (e quindi gp120 e gp160), p32 o p24 rappresentino specifiche proteine dell’HIV.” Inoltre, ella pensa che anche se queste proteine si dimostrassero specifiche dell’HIV, noi non potremmo comunque dedurne che gli anticorpi che reagiscono con esse siano diagnostici di una infezione da HIV (discuteremo più oltre le reazioni crociate).
Come potete vedere dalla tabella nella Figura 2, le differenti agenzie considerano positivo un WB Test quando almeno due o tre bande sono presenti, e voi potete sceglierle fra le proteine dell’HIV appena presentate. Comunque, poiché la banda p31-32 rappresenta una proteina cellulare, e le gp120 e gp160 sono solo differenti forme della p41, tutto ciò che vi resta fra cui scegliere sono la p24 e la p41, che però potrebbero anche non rappresentare affatto una proteine dell’HIV.
 
Riassumendo, il Western Blot è basato sull’individuazione di cinque principali bande di proteine: p24, p32, p41, gp120 e gp160. Sono stati forniti dati che consentono di dubitare dell’autenticità di ognuna di queste proteine come sempre rappresentativa delle proteine dell’HIV.
E come se questo non fosse già abbastanza, l’articolo australiano esprime la preoccupazione che non ci sia un modo standard di interpretare il Western Blot. Ci sono varie configurazioni di bande. Cosa significano? Poiché un test anticorpale significhi qualcosa, esso deve essere standardizzato. Come afferma la Eleopulos: “il risultato del test deve avere lo stesso significato in tutti i pazienti, in tutti i laboratori ed in tutti i paesi.” In realtà, il campione di sangue di un paziente affetto da AIDS:
* può non reagire con tutte le proteine dell’HIV
* può reagire con proteine non appartenenti all’HIV
 
* può dare risultati differenti su differenti campioni di sangue ottenuti dallo stesso paziente in momenti diversi
Per questo le varie agenzie hanno stabilito i criteri indicati sulla Figura 2. A seconda di quali di questi criteri voi usate, lo stesso gruppo di pazienti affetti da AIDS otterrà un tasso di positività che varia dal 50% al 79%. La Eleopulos sostiene che “nella letteratura scientifica non sono mai state pubblicate strisce di uno standard di positività del Western Blot.” Inoltre, la serie di bande ottenute potrà variare con la temperatura e con la concentrazione dei reagenti chimici usati nel test.
 
Come Zolla-Pazner et al. riconoscono, c’è “confusione sull’identificazione di queste bande” che è “risultata in conclusioni non corrette...”(2). Voi potete sempre sperare che non sia il vostro test che ha dato una di queste “conclusioni non corrette”!
Infine, un test deve essere riproducibile per poter essere valido. Usando un singolo campione di sangue, le bande dovrebbero essere le stesse (o assai simili) su test ripetuti diverse volte, o su test effettuati da laboratori differenti. Il CRSS fece uno studio nel quale due campioni positivi e due campioni negativi vennero inviati a 19 laboratori perché effettuassero un WB Test. Lo stesso siero fu testato diverse volte in ogni laboratorio, e le bande che ne risultarono mostrarono variazioni quasi estreme sia da un laboratorio all’altro, che da un test all’altro nello stesso laboratorio
 
Va notato che i laboratori considerati erano “Reference Labs” (Laboratori di Riferimento), cioè quelli che vengono definiti laboratori di prima qualità.
La Eleopulos fa notare che questi laboratori “top” costituiscono solo una piccola parte dell’insieme dei laboratori che effettuano questo test, e poiché la maggior parte degli altri laboratori non è altrettanto qualificata, presumibilmente ci saranno un maggior numero di errori, e quindi di falsi positivi.
Il fenomeno dei falsi positivi è il più grosso problema di questi test basati sugli anticorpi. Un gran numero di test effettuati in Russia col metodo Elisa diede 280 falsi positivi per ogni vero positivo (un rapporto quindi di 280 a 1!). Nonostante le molte prove del contrario, c’è un “consenso generale che la specificità dei test anticorpali per l’HIV sia stata definitivamente provata” (3).
La credenza che i test anticorpali siano specifici al 98%-100% è basata sui lavori di Gallo, Burke e dei loro colleghi. Come standard aureo, Gallo usò la sindrome clinica. Ma tutte le malattie indicatrici di AIDS esistono da secoli, quindi la loro presenza non è una prova che l’HIV sia presente nell’organismo. Inoltre, Gallo andava dicendo che finché un paziente aveva dei sintomi che somigliavano all’AIDS, un test positivo doveva essere corretto. Il fatto che una persona abbia la sindrome chiamata AIDS non ha nessuna influenza sull’accuratezza del test per gli anticorpi anti-HIV.
Burke testò un gruppo a basso rischio di reclute e trovò 15 positivi su un totale di 135.187 persone. Ricontrollando ognuno di questi positivi con altri quattro differenti test anticorpali, trovò che 14 erano ancora positivi, mentre 1 era negativo su tutti e quattro i test. Egli calcolò allora che i falsi positivi fossero 1 su 135.187, cioè lo 0,0007%.
Il gruppo della Eleopulos critica la metodologia di Burke per determinare il tasso di falsi positivi. Per definizione, un vero positivo è un test risultato positivo in una persona che è infettata dall’HIV, come verificato da un test indipendente (lo standard aureo); un falso positivo è un test risultato positivo in una persona in cui l’applicazione dello standard aureo ha escluso la presenza dell’HIV. I quattro test anticorpali che Burke utilizzò per confermare i risultati del suo WB non forniscono una prova indipendente della presenza o dell’assenza dell’infezione da HIV. Questi quattro test, come l’originale WB, cercano tutti gli stessi anticorpi, cioè sono essenzialmente lo stesso test. Un test non può fungere da standard aureo per sé stesso.
Quindi, poiché Burke non utilizzò uno standard aureo, era impossibile per lui misurare il tasso di falsi positivi per il suo WB Test.
Gli autori non stimano la reale incidenza dei falsi positivi, ma altri l’hanno considerata attorno al 90%, e potrebbe essere ancora più alta (11).
Un altro problema sembra essere il fatto che se voi ripetete varie volte il test a persone risultate inizialmente positive, un buon numero di queste finirà per risultare negativo. Se effettuate due Elisa e poi due WB in successione, molte di queste persone risulteranno negative ad ogni test successivo, cosicché quando arriverete al quarto test, solo pochi saranno ancora positivi. Se a questo gruppo di persone fossero stati effettuati solo uno o due test, essi sarebbero considerati infettati dall’HIV, mentre in realtà la maggior parte di loro non lo è.
Questo è un grosso difetto dei test anticorpali. Il test ufficiale di screening è l’Elisa, che ha un tasso di falsi positivi astronomico, e la definizione corrente di AIDS del CDC accetta un singolo Elisa positivo senza conferma. In altre parole, un singolo Elisa positivo (più una malattia indicatrice di AIDS) vi fa meritare una diagnosi ufficiale di AIDS.
In pratica un Elisa positivo può o meno essere confermato da un Western Blot e in ogni caso, come abbiamo appena visto, un singolo test, o anche parecchi test in successione, possono essere tutti falsi positivi, e una persona può avere un risultato negativo al terzo, quarto, quinto test, e così via. Quindi un semplice test di screening o anche un test di screening più un test di conferma (Elisa + WB), spesso possono dare un quadro non esatto della reale situazione.
Né Burke et al. (4) né Gallo et al. (5) testarono persone che avevano “altre malattie dove gli anticorpi, alcuni dei quali possono interagire con gli antigeni dell’HIV, possono essere prodotti per altre ragioni.”
La Eleopulos discute il fenomeno dei “falsi positivi biologici” (BFPs), falsi positivi, cioè, che risultano in pazienti affetti da varie patologie non collegate alla condizione per cui vengono testati. Questo è un fenomeno piuttosto comune, ad esempio, nei test per la sifilide.
Io stessa ho avuto un falso positivo in un test per la sifilide dovuto ad una precedente malattia da graffio di gatto. Falsi positivi alla sifilide possono verificarsi in pazienti con lupus, anemia emolitica autoimmune, porpora trombocitopenica idiopatica, lebbra o nei tossicodipendenti.
Alcuni gruppi di persone producono una grande quantità di anticorpi perché sono esposti ad un numero maggiore di malattie e condizioni malsane rispetto alla norma. Questi gruppi includono Africani poveri e tossicodipendenti. Secondo Biggar et al. “la reattività dell’ELISA che del WB può non essere specifica negli Africani...”(6). E, naturalmente, tutte le nostre idee sulla presunta gigantesca epidemia di AIDS in Africa sono basate sui programmi di test Elisa.
La letteratura scientifica è piena di riferimenti a dati che mostrano la “presenza diffusa di interazioni non specifiche fra agenti retrovirali ed anticorpi non correlati”. La Eleopulos cita un lungo elenco di reazioni crociate. Un soggetto ricevette ripetutamente sangue HIV negativo ed il suo WB test, che era inizialmente negativo, ad ogni iniezione divenne sempre più intensamente positivo. Topi a cui furono iniettati linfociti T non infetti provenienti da un altro ceppo di topi svilupparono anticorpi anti-HIV! Il test dà inoltre una reazione crociata nei pazienti affetti da malaria: il 25-40% dei pazienti Venezuelani affetti da malaria erano WB positivi, ma non avevano l’AIDS.
La Eleopulos e colleghi credono che tutte queste difficoltà con la specificità del WB potrebbero essere evitate con l’uso dell’isolamento dell’HIV come standard aureo, che è l’unico metodo accettabile; comunque “questo non è stato ancora fatto, e potrebbe non essere neppure fattibile”.
Isolare l’HIV significa separare la pura particella virale da tutto l’altro materiale presente nella coltura cellulare. Per usare l’isolamento del virus come standard aureo, dobbiamo essere assolutamente certi che il materiale che abbiamo isolato sia realmente il virus che stiamo cercando e nient’altro - non un altro virus, non frammenti di cellule, non particelle “simil-virali”, e così via. Il metodo usato per isolare il virus comprende il separare la parte liquida della coltura cellulare (il surnatante) e metterlo in una centrifuga. Questo separa le particelle a seconda della loro differente densità. E’ un po’ come dire la differenza fra due palle apparentemente identiche, una fatta d’acciaio e l’altra di plastica, gettandole in una piscina - la palla d’acciaio affonda, mentre quella di plastica galleggia. La figura 3 illustra questo principio.
FIGURA 3
(a) distribuito omogeneamente in tutto il tubo prima della centrifugazione;
(b) durante la centrifugazione si stabilisce un gradiente, e le particelle campione vengono distribuite in strati diversi a seconda della loro densità.
Si ritiene che il materiale che si deposita ad una densità di 1,16 gm/ml sia composto soltanto da particelle virali. Il problema qui è che alcune parti delle cellule hanno la stessa densità dei virus. Alcuni eminenti virologi hanno sottolineato che non si può evitare la contaminazione della preparazione virale con vari tipi di materiale cellulare e frammenti di cellule, poiché la cellula si rompe durante il procedimento. Poiché una parte del materiale cellulare ha la stessa densità del virus, se avete una banda a 1,16 gm/ml, non potete essere ancora sicuri di cosa sia. A causa di questo problema, i ricercatori che negli anni ‘70 cercavano di isolare dei retrovirus puri, confermavano visivamente i loro ritrovamenti per mezzo del microscopio elettronico.
Usando le tecniche suddette, i migliori risultati potrebbero essere ottenuti con un surnatante fluido che contenga molti virus e molto pochi contaminanti cellulari. Queste condizioni possono essere soddisfatte al meglio da virus che non uccidono le cellule che infettano ed in condizioni di coltura in cui la maggior parte delle cellule resta viva (ed intatta) durante l’infezione. I retrovirus soddisfano queste condizioni. Queste proprietà dei retrovirus rendono molto più facile il separarli da qualsiasi altra cosa, inclusi i contaminanti cellulari. Questo vale per la maggior parte delle colture retrovirali. Comunque, con l’HIV, capita l’opposto.
Le colture di tessuti affetti da AIDS presentano assai pochi virus, così pochi che è difficile addirittura trovarli. E’ difficile tenere vive le cellule in queste colture. Gallo, Montagnier e gli altri ricercatori hanno sempre trovato una concentrazione molto bassa di queste particelle simil-virali nelle loro colture di tessuti. Così qui avete molte cellule e poche particelle simil-virali che essi hanno chiamato particelle virali (notate che il fatto che queste particelle assomiglino ad un virus non costituisce una prova che esse siano realmente dei virus). Questa situazione vi darà i peggiori risultati nel tentativo di separare le particelle virali pure da qualsiasi altra cosa che si depositi a 1,16 gm/ml.
Inoltre, l’opinione ufficiale sull’HIV è che esso, a differenza degli altri retrovirus, uccida le cellule. Ci sono molte teorie su come lo faccia, inclusa la “apoptosi”, una sorta di suicidio cellulare.
Se l’HIV, in un modo o nell’altro, è responsabile della morte della cellula, il risultato sarà che le cellule morte si saranno rotte, ed il surnatante fluido sarà pieno di frammenti cellulari e di materiale cellulare derivante da queste cellule rotte.
Poiché una parte di questo materiale cellulare ha la stessa densità dei retrovirus, è assai difficile sapere cosa in realtà sia contenuto nella banda che si suppone rappresenti il “puro HIV”.
 
La Eleopulos e colleghi sostengono che nessuno sappia quali particelle, ammesso che ce ne siano, si depositano a 1,16 gm/ml e nessuno conosce la densità di quello che viene chiamato HIV. Essi sostengono che “la maggior parte, se non tutti, i pretesi ‘isolamenti dell’HIV’ sono derivati da lisati cellulari”. (3) (Un lisato è il materiale formato dalla frammentazione delle cellule). Infatti, “le prove disponibili... indicano che solo circa il 20% delle proteine che si depositano a 1,16 gm/ml sono proteine dell’HIV, le rimanenti sono proteine cellulari ”(3).
Questa situazione molto probabilmente deriva dal fatto che le colture “infettate dall’HIV” muoiono e che le colture in generale vengono molto spesso deliberatamente lisate.
Per uscire da questa confusione, sarebbe utile dare un’occhiata a questo materiale col microscopio elettronico ma, come la Eleopulos e colleghi ci fanno notare, la letteratura sull’AIDS non contiene neppure una fotografia al microscopio elettronico del materiale che si deposita a 1,16 gm/ml, e non c’è nessun modo che ci consenta di sapere se questo materiale “contenga qualcuna di queste particelle (HIV puro)”. Essi sottolineano che in letteratura sono usati termini quali “HIV”, “isolamento dell’HIV”, “particelle pure”, “particelle virali”, e così via, e questi termini hanno una varietà di significati, ma quasi sempre “senza alcuna prova della presenza di una particella virale.”
Ci sono molte “prove” accettate dell’isolamento dell’HIV che in realtà non sono affatto prove. Per esempio, c’è una sostanza chiamata “template primer AndT15” che viene copiata se è incubata col surnatante o col materiale che si deposita a 1,16 gm/ml. Questo fatto viene considerata prova della attività trascriptasi inversa e quindi dell’isolamento dell’HIV. Comunque, la stessa sostanza viene copiata se incubata con parecchi altri tipi di cellule che non sono infettate dall’HIV, inclusi gli spermatozoi normali e non infetti. Essa viene sì copiata dalla trascriptasi inversa (che si trova nei retrovirus), ma viene anche copiata dalla DNA-polimerasi cellulare (che non si trova nei retrovirus).
Certe particelle sono riscontrate nelle colture dell’AIDS e sono considerate, da molti ricercatori, l’HIV stesso. Comunque, ci sono un sacco di situazioni dove le particelle HIV vengono trovate insieme a particelle non-HIV, o insieme a particelle “similvirali”, che sono comunque “un po’ differenti” da quelle che comunemente vengono considerate particelle di HIV, e così via. L’HIV è un retrovirus di tipo C e particelle di tipo C appaiono in cellule di linfoma non infette che sono metabolicamente in difficoltà. “Particelle retrovirali” che hanno proprietà antigeniche simili all’HIV sono state riscontrate in pazienti con sindrome di Sjogren. Particelle virali indistinguibili dall’HIV sono riscontrate in un gran numero di linfoadenopatie non associate all’HIV.
Da qui la conclusione che “la presenza di tali particelle (da sola, non) indica infezione da HIV (7). Sembra essere quasi impossibile isolare l’HIV e sapere per certo che avete esattamente in mano l’HIV e non un’altra delle entità succitate. Ed anche se i ricercatori hanno accettato un’ampia varietà di fenomeni come rappresentativi dell’isolamento dell’HIV, ed hanno compiuto sforzi immani per isolarlo, “non è ancora possibile isolare l’HIV da tutti i pazienti sieropositivi.”(3).
D’altra parte, l’HIV può essere “isolato” da pazienti che non hanno l’AIDS e che sono sieronegativi! Usando la ricerca del p24 come metodo di isolamento dell’HIV, sono stati ottenuti risultati positivi nella grande maggioranza di un gruppo persone “presumibilmente non infette” con test anticorpali indeterminati, ed in tutti i soggetti di un gruppo di donatori di sangue sieronegativi.
Non c’è assolutamente nessuna correlazione fra “l’isolamento dell’HIV” ed un test anticorpale positivo, ed il CDC lo ammette. Il CDC definisce “infezione documentata” un test anticorpale positivo, però dice anche che “il virus non può essere ritrovato in ogni persona con una infezione documentata” (8).
Quindi usare l’isolamento dell’HIV come standard aureo per autenticare la validità dei test anticorpali è per lo meno problematico
 
Un altra possibilità di rintracciare il virus ci è data dalle ricerche genomiche. Lo scopo è quello di riuscire a provare che il paziente affetto da AIDS è stato infettato da un unico retrovirus esogeno. (Esogeno significa che ha origine al di fuori dal corpo, al contrario di endogeno che significa originato dall’interno del corpo). Un genoma è semplicemente l’insieme delle informazioni ereditarie che si trovano nei geni, che sono fatti di DNA e di RNA. Sembra che una volta determinato che un certo retrovirus ha una particolare sequenza genetica, se riuscite a ritrovare questa sequenza genetica possiate affermare di aver trovato il virus. Bene, in realtà non è così semplice.
L’informazione sul genoma è contenuta nel DNA o nell’RNA. Un retrovirus non possiede DNA, ma solo RNA. Il retrovirus infetta una cellula per mezzo della trascriptasi inversa che trasforma il suo RNA in DNA, questo DNA viene poi immesso nella cellula, dove diventa parte integrante del DNA cellulare. Questa “traduzione in DNA” delle informazioni genetiche del retrovirus, può poi essere utilizzata come modello, o schema, per produrre altre copie del virus stesso, che poi vengono espulse dalla cellula. Il genoma retrovirale, quando è integrato nel DNA della cellula, viene chiamato provirus.
Ci sono vari fenomeni che rendono assai difficoltosa ogni analisi genomica dei retrovirus, ma i principali sono i seguenti:
Non ci sono due genomi HIV uguali.
“Non sono mai stati isolati due HIV identici, neppure nella stessa persona” (1,3) in differenti momenti o nello stesso momento. Nello stesso paziente, gli HIV provenienti da diversi tipi di cellule sono differenti. Differenti tipi di cellule utilizzate nelle colture cellulari, producono HIV differenti.
La sequenza dell’HIV non può essere riscontrata in tutti i pazienti affetti da AIDS.
Per quanto si applichino, i ricercatori non trovano mai molti virus nei pazienti affetti da AIDS, ed in molti casi non ne trovano addirittura nessuno! Il test PCR (polymerase chain reaction) fu introdotto per agevolare il ritrovamento dei virus. Si dice che consenta l’equivalente di trovare un ago in un pagliaio, poiché essa può trovare un gene, o un frammento di gene, ed amplificarlo fino al punto in cui sia possibile individuarlo. Questo è il test che vedete in tutti gli annunci pubblicitari e che promette risultati accurati già entro le prime quattro settimane dall’infezione.
 
Anche con questo test, “c’è rarità o apparente assenza di DNA virale in una percentuale di pazienti”(10). La PCR non è in grado di trovare l’HIV nella maggioranza dei campioni di sperma di pazienti affetti da AIDS. Cosa significa questo per la teoria che l’AIDS è una malattia sessualmente trasmessa? Se la PCR non può trovarlo, significa semplicemente che non c’è nulla da trovare.
Comunque, la Eleopulos e colleghi commentano che anche con la PCR, c’è una qualche confusione sul significato dei risultati del test, specialmente quando si tenta di usarla come standard aureo per confermare la reale presenza del virus nell’organismo dei soggetti sieropositivi.
Furono testati dei campioni di sangue usando la PCR ed il test standard Elisa, ed i risultati vennero confrontati. Da un laboratorio all’altro, la corrispondenza fra i due variava dal 40 al 100%, il ché significa che fra lo 0 ed il 60% dei casi, uno o l’altro di questi test ha dato risultati sbagliati. Sono stati osservati falsi positivi e falsi negativi anche con la PCR.
Un risultato di ibridizzazione positivo può non essere specifico per l’HIV.       
 
L’ibridizzazione è una tecnica di laboratorio utile nell’identificare cellule in cui si replica l’HIV. Nei primi studi di Gallo sull’ibridizzazione, egli trovò che le bande erano “deboli” o di “segnale basso”. Egli pensò che questo significasse che non c’erano molti virus ma concesse che il test potesse reagire ad un virus omologo (cioè differente ma molto simile come struttura ed origine). Questa pubblicazione sostiene che sia vera la seconda ipotesi. Sequenze collegate all’HIV sono state riscontrate anche in cellule normali, cosicché molti fenomeni attribuiti all’HIV potrebbero essere di origine cellulare.
La Eleopulos ed i suoi colleghi concludono dicendo, in maniera molto diplomatica, che l’uso dei test anticorpali per diagnosticare l’infezione da HIV, o per effettuare indagini epidemiologiche, “deve essere attentamente riconsiderato”.
Io sarò meno diplomatica e vi dirò che questi test non sono affatto accurati; che sono un pericoloso inganno e che è assai rischioso prendere decisioni di vita o di morte basandosi su di un test risultato positivo. Il farlo può portare solo alla tragedia.
Riferimenti bibliografici 
1).        Henderson, L.E., Sowder, R., Copeland, T.D., et.al. 1987. Direct identification of Class II hysto–compatiblity DR proteins in preparations of Human T–cell lymphotrophic virus type III. J.Virol. 61:629-632.
2).        Zolla–Pazner, S., Gorny, M.K., Honnen, W.J., 1989. Reinterpretation of human immunodefinciency virus Wetsern Blot patterns. New England Journal of Medicine. 320:1280-1281.
 
3).        Papadopulos–Eleopulos, E., Turner, V.F., Papadimitriou, J.M. 1993. Is a positive Western Blot proof of HIV infection? Bio/Tecnology. 11:696-707.
4).        Burke, D.S., Brundage, J.F., Redfield, R.R., et.al. 1988. Measurement of the false positive rate in a screening programa for human immunodeficiency virus infections. New England Journal of Medicine.319:961-964.
5).        S. Weiss, S.H., Goedert, J.J., Sarngadharan, M.G. et.al. 1985. Screening test for HTLV–III (AIDS agent) antibodies. JAMA. 253:221-225.
6).        Biggar, R.J., Gigase, P.L., Melbye, M. et.al. 1985. ELISA HTLV retrovirus antibody reactivity associated with malaria and immune complexes in healthy Africans. Lancet. II:520-523.
7)         O’Hara, C.J., Groopman, J.E., Federman, M. 1988. The ultra structural and immunohistochemical demonstration of viral particles in lymph nodes of human immunodeficiency virus related lymphadenopathy syndromes. Hum.Path. 19:545.
 
8).        Hart, C., Spira, T., Moore, J. et.al. 1988 Direct detection of HIV RNA expression in seropositive subjects. Lancet. II:596-599.
9).        Genetics of RNA tumour viruses. 1973. p656-699. In: The molecular biology of tumour viruses. J. Tooze (Ed.) Cold Spring Harbor Laboratory. Cold Spring Harbor, New York
 
10).      Simmonds, P., Balfe P., Peutherer, J.F. et.al. 1990. Human immunodeficiency virus infected individuals contain provirus in small numbers of peripheral mononuclear cells and at low copy numbers. J.Virol. 64:864-872.
11).      Tu, XM, Litwak, E., Pagano, M. Issues in human immunodeficiency virus (HIV) screening programs. American Journal of Epidemiology, 1992. 136(2):244-55.  
 
lunedì, 29 ottobre 2007

Test hiv e falsi positivi

FATTORI CHE PROVOCANO UNA FALSA DIAGNOSI DI SIEROPOSITIVITA' NEI RISULTATI DEI TEST DI "ANTICORPI CONTRO L'HIV"
http://digilander.libero.it/controinfoaids/Update%2004-06/Fattori%20che%20provocano%20falsa%20diagnosi.htm
 
1)      Anticorpi anti-carboidrati
2)      Anticorpi che si trovano in modo naturale ( Naturally-occurring antibodies)
3)      Immunità passiva: recezione di gamma globulina o immunoglobulina (come profilassi contro infezione che contiene anticorpi)
4)      Lebbra
5)      Tubercolosi
6)      Micobacterium avium
7)      Lupus eritematoso sistemico
8)      Insufficenza renale
9)      Emodialisi/Insufficenza renale
10) Terapia di alfa interferone in pazienti di emodialisi
11) Influenza
12) Vaccino contro l'influenza
13) Erpes semplice I
14) Erpes semplice II
15) Infezione del tratto respiratorio superiore (raffredore o influenza)
16) Infezione virale recente o esposizione a vaccini virali
17) Gravidanza in donne multipare ( che hanno partorito molto)
18) Malaria
19) Alti livelli di complessi immuni circolanti
20) Ipergammaglobulinemia (alti livelli di anticorpi)
21) Falsi sieropositivi in altri test, incluso il test RPR (rapid plasma reagent) per la sifilide
22) Artrite reumatoide
23) Vaccino contro l'epatite B
24) Vaccino contro il tetano
25) Trapianto di organi
26) Trapianto renale
27) Anticorpi anti-linfociti
28) Anticorpi anti-collageni (riscontrati in omosessuali,
29) emofiliaci,
30) africani in tutte e due i sessi,
31) in persone con lebbra
32) Sieropositivi al fattore reumatoide, anticorpi anti-nucleari (entrambi riscontrati nella artrite reumatoide e in altri auto-anticorpi)
33) Malattie autoimmuni -Lupus eritematoso, scleroderma, malattia del tessuto connettivo, dermatomiositi
34) Infezioni virali acute,
35) infezioni virali del DNA
36) Neoplasmi maligni (cancri)
37) Epatite alcolica/malattia epatica alcolica
38) Colangite sclerosante primaria
39) Epatite
40) Sangue "appiccicoso" (negli africani)
41) Anticorpi con un'alta affinità per il polistirene (adoperati nei kit dei test)
42) Trasfusioni sanguinee, trasfusioni sanguinee molteplici
43) Mieloma molteplice
44) Anticorpi HLA (contro antigeni dei leucociti di tipo I e di tipo II)
45) Anticorpi anti-muscoli lisci
46) Anticorpi anti-celle parietali
47) IgM (anticorpi) anti-epatite A
48) IgM anti-Hbc
49) Somministrazione di preparati di immunoglobulina umana raccolti prima di 1985
50) Emofilia
51) Disordini ematologici maligni/linfoma
52) Cirrosi biliare primaria
53) Sindrome di Stevens-Johnson
54) Febbre Q con epatite associata
55) Campioni trattati con calore ( specimens)
56) Siero lipemico (sangue con alti livelli di grassi o lipidi)
57) Siero emolizzato (sangue in cui l'emoglobulina si separa dai globuli rossi)
58) Iperbilirubinemia
59) Globuline prodotte durante gammopatie policlonali (le quali si riscontrano in gruppi a rischio AIDS)
60) Individui sani come risultato di reazioni crociate non capite
61) Ribonucleoproteine umane normali
62) Altri retrovirus
63) Anticorpi anti-mitocondriali
64) Anticorpi anti-nucleari
65) Anticorpi anti-microsomiali
66) Anticorpi dell'antigene di leucociti delle cellule T
67) Proteine nel filtro di carta
68) Virus Epstein-Barr
69) Leishmaniasi viscerale
70) Sesso anale ricettivo 
postato da: dissidio alle ore 10:39 | link | commenti
categorie: hiv , test del hiv
giovedì, 31 maggio 2007

CREDIBILITà DEI TEST PER HIV (traduzione)

Paese che vai, valutazione dell'infezione che trovi.

Variazione generale dei criteri che ritengono positivo un test Western Blot

AFR

ANY 2

AUS

ANY 1

FDA

ANY 1

p32    AND    p24
RCX

ANY 1

ANY1 AND ANY1

CDC 1

p160 p120 AND   p41

 

CDC 2

p160 p120 OR p41 AND p24
CON p160 p120 OR p42 p32 OR p24
GER

ANY 1

A       N     Y    G       A      G     O      R     P        O       L
UK

ANY 1

p32 AND p24
FRA

ALL 3

ANY 1    OR ANY  1

MAC *1

AFR=AFRICA(1)   

AUS=AUSTRALIA (2)

FDA=US FOOD AND DRUG ADMINISTRATION(3)

RCX=US RED CROSS(3)

CDC=US CENTER FOR DISEASE CONTROL(3)

CON=US CONSORTIUM FOR RETRAVIRUS SEROLOGY STANDARDIZATION(3) 

GER=GERMANIA

UK=UNITED KINGDOM

FRA=FRANCIA

MACS=US MULTICENTER AIDS COHORT STUDY 1983-1992 

<:>

HIV WESTERN BLOT STRIP (LE BANDE NON SONO IN ORDINE ELETTROFORETICO)

                                                                                                                         

//////////
p160
////////
p120
/////////
p41
/////////
p68
/////////
p53
/////////
p32
/////////
p55
/////////
p39
////////
p24
///////
p18
///////

hiv Western Blot strip (le bande non sono in ordine elettroforetico)

per trovare il testo da cui sono state estratte le tabelle, digita  AFFIDAVIT  VALENDAR FRANCIS TURNER (inglese)

Traduzione del testo                                                                                                                                           Dichiarazione giurata del Dott. Valendar Turner e la Denuncia Penale

Contro:
 
Abdurrazack (‘Zackie’) Achmat
 
una persona che diffonde in modo scorretto l'AZT in Sud Africa. 
                                                                                                                                                                           
DICHIARAZIONE GIURATA

Io, VALENDAR FRANCIS TURNER di Dalkeith, Australia occidentale, PRESTO GIURAMENTO E
DICO quanto segue:
1. Sono un medico professionista iscritto al collegio dei medici nello stato dell’Australia occidentale.
2. Mi sono laureato in Medicina all’Università di Sidney nel 1969.
3. Mi fu concessa la carica di Fellow del Reale Collegio dei Chirurghi Australiano-asiatico nel 1977.
4. Sono stato nominato Fellow della Fondazione del Collegio Australiano-asiatico per la Medicina di
Emergenza nel 1983.
5. Sono medico di emergenza consulente decano e dal 1978 ho esercitato in tutti gli ospedali
universitari di Perth così come in diversi ospedali della periferia.
6. Le mie attività professionali comprendono incarichi clinici e amministrativi, insegnamento a
studenti di medicina e a personale ospedaliero praticante, conferenze all’Università dell’Australia
Occidentale, nonché Capo del Dipartimento dell’ ospedale Reale di Perth e di quello del Distretto di
Swan e presenza a conferenze ed incontri nazionali ed internazionali.
7. Sono autore e co-autore di svariati studi di riviste scientifiche recensite dai colleghi (Parte 2).
8. Il mio attuale datore di lavoro è il Dipartimento della Sanità, Australia Occidentale, dove sono
co-direttore medico del Centro di Chiamata Sanitario australiano occidentale.
9. Da quando l’AIDS fece la sua comparsa nel 1981, appartengo ad un gruppo di scienziati conosciuto
come “Gruppo di Perth” capeggiato dalla biofisica Eleni Papadopulos-Eleopulos.
10. Durante i passati 25 anni il Gruppo di Perth ha ricercato ampiamente la letteratura scientifica
dell’HIV/AIDS e ha pubblicato diversi studi in riviste scientifiche recensite dai colleghi (incluse nella
Parte 2) così come sulla stampa popolare e su Internet (Parte 3 ed il sito del Perth Group
www.theperthgroup.com ).
11. Sono membro invitato del Comitato Consultivo sull’AIDS Presidenziale del Sudafrica e parlai a
questa conferenza a nome del Gruppo di Perth nel luglio 2000.
12. La mia relazione è allegata (Parte 1).
13. Le opinioni espresse in questa relazione sono le mie proprie e non riflettono quelle dei miei datori
di lavoro precedenti o attuali.
14. Le affermazioni fatte in questa dichiarazione giurata sono la mia opinione basata nello studio della
letteratura scientifica e sono corrette per quanto sappia, mi informi e creda.
GIURATO dal Teste
A Perth
Il giorno del mese 2006
Davanti a me
Giustizia della Pace
Australia Occidentale
PARTE 1 DELLA DICHIARAZIONE GIURATA di VALENDAR FRANCIS TURNER
A. ISOLAMENTO DEL VIRUS
I. Secondo gli esperti dell’HIV/AIDS la teoria dell’HIV dell’AIDS è come segue a continuazione:
Esiste un singolo virus, classificato come retrovirus e che va sotto il nome di virus
dell’immunodeficienza umana (HIV). Questa entità viene trasmessa da una persona all’altra
principalmente attraverso il sangue, il contatto sessuale e dalle madri infette ai loro nascituri. Quando
l’HIV raggiunge il corpo a) infetta e provoca la morte di un sottoinsieme di leucociti del sistema
immunitario chiamati linfociti CD4; b) fa sì che il sistema immunitario rilasci anticorpi che reagiscono
con costituenti biochimici (proteine) della particella di virus. Si adopera il rilevamento di siffatti
anticorpi per diagnosticare individui infetti con l’HIV. Dopo l’infezione e comunemente durante
diversi anni, i numeri delle cellule CD4 diminuiscono gradualmente portando ad una condizione
conosciuta come deficienza immunitaria acquisita (“AID”). L’AID a sua volta è seguito dallo sviluppo
di un numero di diverse malattie (“indicatrici dell’AIDS”) che costituiscono la sindrome dell’AID
clinico (“S”). Perciò un soggetto ha l’AIDS quando lui o lei ha l’HIV e sviluppa una o più di queste
malattie. L’HIV non provoca direttamente le circa 30 diverse malattie indicatrici dell’AIDS ma lo fa
indirettamente a causa del suo effetto sul sistema immunitario.
2. La ricerca condotta dai miei colleghi e da me durante le ultime due decadi mi porta a concludere che
questa teoria non è stata dimostrata.
3. Un virus è una particella microscopica (un piccolo frammento di materia) costituito da una “copia”
genetica di acido nucleico (RNA o DNA) e da alcune proteine. Essendo i virus talmente piccoli
mancano dello spazio necessario per contenere i materiali grezzi dai quali ricavano le sostanze e
l’energia richiesta per la loro replicazione (riproduzione). Perciò, i virus, per replicarsi, diversamente
dai batteri, ad esempio, sono parassiti obbligati delle cellule viventi.
4. Le particelle che hanno le apparenze di un virus non vengono considerate come virus a meno che ci
sia la prova che si replicano in questa maniera. Le particelle che assomigliano ad un virus che
rispettano questo requisito vanno sotto il nome di “particelle infettive” e poi e solo poi siffatte particelle
possono essere considerate come un virus.
5. I retrovirus appartengono ad una famiglia di particelle di virus che hanno in comune il RNA come
copia genetica ed un enzima proteico (un catalizzatore biologico che accelera la velocità delle reazioni
chimiche) chiamato transcriptasi inversa (RT). Il ruolo di questo enzima è quello di copiare il RNA
virale a DNA, un processo conosciuto come transcriptasi inversa. Va sotto il nome di “inversa” perché
scorre in direzione contraria a quel previamente ritenuto “dogma biologico” ma che non è più accettato,
cioè, che nei sistemi biologici l’informazione scorre solo in una direzione. Cioè, dal DNA al RNA.
6. Le particelle di retrovirus hanno una forma sferica ed un diametro di approssimativamente 100nM.
Dieci mila di siffatte particelle potrebbero stare una a fianco dell’altra nella lunghezza di un millimetro.
7. Le particelle retrovirali possono essere visualizzate e si può studiare la loro morfologia solo con
l’uso del microscopio elettronico (EM). Quest’ultimo è uno strumento nel quale un fascio di elettroni,
piuttosto che la luce, viene usato per “illuminare” l’oggetto che si sta studiando. Il vantaggio dell’EM è
la sua capacità di visualizzare e di definire la struttura cristallografica di oggetti e le caratteristiche di
quegli oggetti che non è possibile eseguire col microscopio che adopera la luce. Il potere di risoluzione
dell’EM è di circa 0,2 nanometri, circa la stessa distanza che separa due atomi in un oggetto solido.
Sotto questo aspetto l’EM funziona circa mille volte meglio di un microscopio normale.
8. La morfologia è la branca della biologia che si interessa della forma e della struttura degli
organismi. Per quanto riguarda i retrovirus siffatto studio delucida la grandezza, forma e caratteristiche
generali e peculiari delle particelle virali.
9. I virologi affermano di dimostrare l’esistenza dei virus eseguendo una serie di protocolli di
laboratorio chiamati collettivamente “isolamento dei virus”. Riguardo l’“HIV”, l’interpretazione di
queste informazioni come prova dell’isolamento del virus è altamente problematica. Ciò è dovuto al
fatto che (a) ciascun fenomeno ha altre cause note e accettate oltre quella di un retrovirus. Alcune sono
state scoperte decadi prima dell’era dell’AIDS da alcuni scienziati che adesso sono esperti dell’HIV;
(b) gli esperimenti di “isolamento” non furono accompagnati da controlli corretti o talvolta persino da
nessun esperimento di controllo. Questi ultimi sono esperimenti eseguiti contemporaneamente su
materiale che proviene da pazienti che sono malati con simili anormalità cliniche, biochimiche ed
immunologiche che i pazienti di AIDS ma che non hanno l’AIDS e nemmeno sono nel gruppo a rischio
di AIDS. Gli esperimenti di controllo sono una componente essenziale degli esperimenti di isolamento
dei retrovirus perché potrebbero presentarsi dei “fenomeni retrovirologici”, persino spontaneamente,
nel materiale che si sa che non è infetto da un retrovirus.
10. Si ritiene che il professore Luc Montagnier ed i suoi colleghi siano stati gli scienziati che
isolarono per primi l’HIV e perciò che lo abbiano scoperto. I loro esperimenti furono pubblicati
nell’edizione del 20 maggio del 1983 dello Science ed esemplificano i problemi elencati nel punto (8).
L’articolo di Montagnier è intitolato “Isolamento di un retrovirus linfotropico T [HIV] da un paziente a
rischio di sindrome di immunodeficienza acquisita (AIDS)”. Tuttavia, ciò che Montagnier riferì come
“isolamento” era la scoperta di un’attività enzimatica, cioè, transcriptasi inversa, non la purificazione di
particelle simili a virus che si dimostrarono infettive. Difatti Montagnier non purificò l’“HIV”.
11. Successive ricerche non hanno eseguito esperimenti sostanzialmente diversi da quelli riferiti da
Montagnier e dai suoi colleghi. Perciò, basati sulle risultanze che sono attualmente disponibili non è
possibile affermare che sia stato isolato un singolo retrovirus dai tessuti dei pazienti con l’AIDS.
B. TEST ANTICORPALI
12. Nondimeno, l’isolamento dei virus non è il metodo di routine per diagnosticare l’infezione da HIV
perché è tecnicamente impegnativo, lento, e caro.
13. Dal 1983/84, ossia, dal momento in cui le relazioni sulla scoperta dell’HIV apparirono nella
letteratura scientifica, gli scienziati hanno cercato di adoperare dei test per scoprire anticorpi per
diagnosticare l’infezione da HIV. Siffatti test si resero disponibili generalmente nel 1985 e la loro
diffusa disponibilità e uso attuali dipendono in larga misura dai prodotti forniti dalle aziende di
biotecnologia.
14. Gli individui che soddisfano i criteri che vengono ritenuti tali da un risultato di test positivo, (che
differiscono considerevolmente), vengono considerati come se fossero “positivi all’anticorpo HIV”.
Questo termine è sinonimo di “positivo all’HIV” e nessun termine significa che delle particelle “HIV”
siano state isolate da un soggetto.
15. Gli anticorpi non sono dei virus. Gli anticorpi e perciò un test anticorpale positivo potrebbero
essere la dimostrazione indiretta di un'infezione virale ma se e solo se gli anticorpi dimostrano di essere
specifici. Un test anticorpale che è 100% specifico significa che un virus è l’unica causa di un test
positivo. Nient’altro che il virus è capace di procurare un test positivo. Gli esperti dell’HIV/AIDS
affermano che i loro metodi di test anticorpali siano effettivamente specifici al 100% per l’infezione da
HIV.
16. Gli anticorpi si sviluppano perché il sistema immunitario ha la capacità inerente di distinguere tra
“proprio” e “non proprio”. Cioè, il sistema immunitario può rilevare la presenza di materiale estraneo
come batteri e virus che raggiungono il corpo. Qualsiasi sostanza che causa la formazione di anticorpi è
conosciuta col termine generico di “antigene” (da GENeratore di ANTicorpi). Di conseguenza quando
una persona o un animale viene infettato da una sostanza estranea, come una proteina da un virus, si
può predire che si svilupperanno degli anticorpi. Ad esempio, si formano anticorpi a seguito di
infezioni naturali come il morbillo e la varicella. Lo stesso avviene a seguito di immunizzazioni per i
medesimi virus. Gli anticorpi sono rilevabili nel circolo sanguigno circa dieci giorni dopo un’infezione
e raggiungono la loro concentrazione massima entro circa tre settimane.
17. Di conseguenza dopo pochi giorni da un’infezione naturale o da un’immunizzazione si può
anche predire che se si ricava del siero da un soggetto e lo si mescola con le proteine virali avrà luogo
una reazione.
18. Il siero è il fluido giallastro dove i globuli rossi galleggiano e dove sono in sospensione tutti gli
anticorpi della persona. Il siero forma circa la metà del volume del sangue e viene separato dai globuli
rossi centrifugando il campione del sangue in una centrifuga. A causa del fatto che il siero viene
adoperato per rilevare anticorpi, l’uso di anticorpi per diagnosticare delle infezioni fa parte della
procedura conosciuta come sierologia.
19. Perciò la presenza di anticorpi viene dimostrata dal fatto che reagiscono con l’antigene causale. Lo
scienziato di laboratorio rileva il verificarsi di una reazione perché causa un’alterazione fisica e
rilevabile della miscela di reazione. Comunemente si tratta di un cambiamento di colore che può essere
quantificato adoperando un apparecchio come lo spettrofotometro. In alcuni test anticorpali il
cambiamento di colore viene notato ed interpretato dal tecnico di laboratorio.
20. Due cose vengono richieste per eseguire un test per determinare se ci sono anticorpi che reagiscono
con l’”HIV”: (a) le proteine dell’”HIV”. (b) un campione di siero della persona che viene sottoposta al
test.
21. Per ottenere le proteine dell’HIV prima di tutto è necessario purificare le particelle del virus. Ciò è
dovuto al fatto che i virus si replicano solamente nelle cellule, e le cellule stesse, come i virus e la
materia vivente in generale, sono anche costituite da RNA e proteine. Luc Montagnier, lo scopritore
dell’HIV, è d’accordo con questo requisito di buon senso. Durante un’intervista nel 1997, come
risposta ad una domanda riguardo ciò che era necessario per definire le proteine dell’HIV, rispose
“…l’analisi delle proteine del virus richiede produzione massiccia e purificazione. E’ necessario farlo”.
22. Tuttavia nel loro articolo su Science del 1983, nel quale Montagnier ed i suoi colleghi affermavano
di aver per primi isolato e purificato l’HIV, non pubblicarono nessuna micrografia elettronica a
dimostrazione che il materiale che chiamavano “virus purificato” contenesse particelle che avevano la
morfologia dei retrovirus. O che contenesse qualsiasi particella di qualsiasi tipo, sia retrovirale che non
retrovirale. Nella stessa intervista del 1997, quando gli fu chiesto riguardo questa omissione,
Montagnier rispose che siffatte Ems sono state scattate ma che, nonostante uno “sforzo romano”,
nessuna dimostrò delle particelle “con la morfologia caratteristica dei retrovirus”.
23. Anche nella stessa intervista, Montagnier precisò ripetutamente che non aveva purificato l’HIV. E
secondo la sua opinione nemmeno il gruppo principale di ricerca americano capeggiato dal dott. Robert
Gallo lo aveva fatto quando il suo gruppo riferì il loro isolamento dell’HIV il 4 maggio 1984.
24. Di conseguenza, lo scopritore dell’HIV non aveva nessuna prova dell’isolamento o della
purificazione di un nuovo retrovirus, facendo sì che fosse impossibile, adoperando lo stesso metodo,
che Montagnier o qualsiasi altro riuscisse a caratterizzare speciali proteine come quelle di un retrovirus
che infetta soggetti con l’AIDS.
25. Le ricerche pubblicate da quel momento confermano che le particelle che dichiarano di essere HIV
non sono state purificate.
26. Le ricerche pubblicate da quel momento dimostrano che le proteine ritenute proprie dell’HIV
potrebbero essere trovate nelle cellule “non infette dall’HIV”.
27. Ciò nonostante, gli esperti dell’HIV credono apparentemente che ci siano proteine che
appartengono ad un retrovirus HIV e affermano di adoperarle per trovare “anticorpi HIV” e in questo
modo dimostrare l’infezione da “HIV”.
28. Anche se ci fosse la prova che quelle proteine sono quelle di una particella infettiva e purificata che
dimostrò di essere un retrovirus, il fatto che dei pazienti abbiano anticorpi che reagiscono con quelle
proteine non è prova che gli anticorpi siano causati dall’infezione da HIV. Ciò è dovuto al fatto che gli
anticorpi indotti da uno speciale antigene reagiscono non solo con quell’antigene ma anche potrebbero
reagire con altri antigeni. Questo è un argomento criticamente significativo e che credo che sia stato
trascurato nell’inchiesta per scoprire la causa dell’AIDS. Le implicazioni di questo fatto vengono
spiegate nei seguenti esempi (29, 30, 33).
29. Gli esseri umani che appartengono al gruppo sanguigno A hanno anticorpi che reagiscono con i
globuli rossi di persone che appartengono al gruppo sanguigno B. E viceversa. Se viene trasfuso
involontariamente il sangue di ciascuna persona all’altra, gli anticorpi nel ricettore reagiranno con i
globuli rossi del donante, e perciò provocheranno coaguli intravascolari e chiuderanno la circolazione
del ricettore. Il risultato potrebbe essere funesto. Tuttavia, nessuno scienziato metterebbe in discussione
il fatto che gli anticorpi siano causati dall’”infezione” del sangue di un’altra persona né affermerebbe
che la loro presenza dimostra un’“infezione” del sangue umano. Difatti gli scienziati credono che
siffatti anticorpi si sviluppino appena il neonato lascia i confini sterili dell’utero e viene esposto ad una
ampia gamma di sostanze estranee provenienti dall’ambiente, compresi i germi. Tuttavia, gli anticorpi
prodotti come conseguenza di questi stimoli antigenici rilasciano casualmente anticorpi che reagiscono
con gli antigeni presenti nei globuli rossi di altri esseri umani. Da qui l’assoluto bisogno di analizzare il
sangue prima di iniziare le trasfusioni.
30. Una malattia comune causata dall’infezione col virus Epstein-Barr è la mononucleosi. L’infezione
di questo virus non solo ha come conseguenza anticorpi che reagiscono col virus Epstein-Barr ma
anche anticorpi che reagiscono con i globuli rossi di pecore e cavalli. Difatti, quando ci si confronta
con un paziente la cui storia, sintomi e segni suggeriscono la mononucleosi, i medici clinici ordinano
test per quest’ultimo piuttosto che per gli anticorpi del virus Epstein-Barr. Tuttavia siffatti pazienti non
sono infettati da sangue animale e nemmeno il sangue animale è la causa della malattia.
31. Perciò dobbiamo concludere che non è possibile affermare ipso facto che una reazione tra un
anticorpo ed un antigene dimostri che il soggetto è stato esposto o infettato da questo antigene. O da un
batterio o da un virus che ha quest’antigene.
32. Quando un anticorpo reagisce con un antigene oltre all’antigene che lo aveva indotto, la reazione
viene chiamata “reazione incrociata”. Una caratteristica risaputa di tutte le molecole di anticorpi è la
possibilità di produrre reazioni che sono sconcertanti e perciò fuorvianti. “Reazioni” (desiderate) e
“contro reazioni” (non desiderate) possono essere considerate analoghe alle droghe che hanno “effetti”
(desiderati) e “effetti collaterali” (non desiderati). In entrambi i casi ciò che è “non desiderato” limita la
capacità di raggiungere i risultati desiderati. Questo è il motivo per cui la sierologia è stata descritta
come “qualcosa di simile a determinare le forme esatte delle nubi dalle ombre che proiettano per terra”.
33. Un esempio pertinente è il fatto che il 62% dei pazienti che vengono colpiti da un attacco di
morbillo sviluppano anticorpi che reagiscono con sei delle dieci cosiddette proteine dell’”HIV”. Gli
esperti dell’HIV ammettono che questi non sono anticorpi causati dall' infezione da “HIV". Sono
anticorpi di morbillo che hanno una reazione incrociata con le proteine presenti nei prodotti dei test
anticorpali dell’“HIV”.
34. Gli immunologi credono che gli esseri umani siano capaci di elaborare forse una quantità di un
milione di molecole di anticorpi diverse. Dato questo repertorio e la loro dimostrata tendenza naturale
alle reazioni incrociate, è impossibile concludere, solamente sulla base delle reazioni, che ciò dimostri
l’identità degli anticorpi partecipanti.
35. L’unico mezzo per il quale si può dimostrare che le reazioni degli anticorpi siano specifiche di un
presunto agente, è quello di confrontare le reazioni con quell’agente. Questo è un esercizio puramente
empirico che può essere illustrato meglio da un altro esempio conosciuto.
36. I test di gravidanza sono test di anticorpi. Per dimostrare l’accuratezza di un test del sangue per
rilevare la gravidanza si confrontano dei risultati di test positivi e negativi riguardo la presenza o
assenza di bambini nati. Nel caso di un test preciso al 100%, si potrebbe sperare che tutte le donne che
ebbero bambini diano un risultato positivo al test e che tutte le donne che non ebbero bambini diano un
risultato negativo al test. In altre parole, i parametri dei test, compresa la specificità per rilevare la
gravidanza, vengono dimostrati adoperando il bambino come “gold standard”. Nel caso dell’“HIV”, si
afferma che i test anticorpali dimostrino l’infezione da HIV. Di conseguenza il gold standard per un
siffatto test deve essere l’HIV stesso, come dimostrato dall’isolamento del virus. In questo caso l’HIV è
“il bambino” che stabilisce la validità che le reazioni tra gli anticorpi e le proteine del prodotto del test
siano causate dall’infezione da “HIV”. Questo principio del gold standard viene usato per controllare
dei test in tutta la medicina clinica ma non è stato preso in considerazione dagli esperti HIV/AIDS
riguardo la determinazione di parametri di test anticorpali per l’infezione da HIV. Non c’è alcuna
relazione in tutta la letteratura scientifica di test anticorpali che siano stati verificati indipendentemente
da una reazione anticorpo/antigene riguardo un gold standard d'isolamento di virus.
37. Visto che l’isolamento stesso dell’HIV è problematico, al momento presente questa verifica del
gold standard non può essere fatta.
38. Perciò considero che non ci siano ragioni scientifiche per affermare che un soggetto che è “positivo
all’anticorpo HIV” sia infettato da un retrovirus HIV.
39. Questa conclusione non nega i fatti che (a) gli anticorpi siano presenti; (b) qualsiasi sia la loro
genesi, predicono la presenza o sviluppo di malattia dentro i gruppi di rischio di AIDS.
40. Gli esperti dell’HIV/AIDS sono consapevoli che i soggetti possono avere anticorpi che reagiscono
con una o con svariate proteine “HIV” e tuttavia non essere infetti dall’HIV. Difatti spiegano questi
casi come “falsi positivi biologici” provocati da anticorpi “non HIV” che hanno reazioni incrociate.
41. Gli esperti dell’HIV dichiarano che possono distinguere tra “veri anticorpi” (causati dall’HIV) e
“reazioni incrociate” (non causati dall’HIV) adoperando test anticorpali di seconda, terza e quarta
generazione e sistemandoli in svariati algoritmi di test. Con lo sviluppo di siffatti metodi affermano che
l’infezione da HIV può essere diagnosticata con la massima accuratezza. Rifiuto siffatte affermazioni
perché nessuna quantità di “rattoppo tecnologico” può ovviare alla necessità fondamentale di
controllare tutti i test anticorpali, indipendentemente dai metodi usati e dall’organizzazione con la quale
sono condotti, in confronto con il gold standard dell’isolamento dei virus.
42. Un siffatto algoritmo di analisi, che viene adoperato nella maggioranza dei paesi compresa
l’Australia, comprende un test anticorpale conosciuto come Western blot. Si ritiene che questo test
agisca da test “supplementare” per “confermare” altri test di “screening” di anticorpi positivi che gli
stessi esperti dell’HIV considerano meno che idealmente specifici per diagnosticare l’infezione da
HIV. Nella procedura del Western blot le dieci o più proteine “HIV” vengono imbevute in punti
indipendenti lungo la lunghezza di una striscia di nitrocellulosa. I punti dove ciascuna proteina è
presente vengono identificati da ‘p’ (che sta per proteina) seguita da un numero (che è il peso
molecolare di quella proteina in migliaia). Ad esempio, p18 o p24. Tre delle proteine vengono
etichettate gp’ (che sta per glicoproteina) perché quelle proteine (gp41, gp120, gp160) incorporano
frazioni di zucchero nella loro struttura. Quando si aggiunge del siero ed i nastri hanno sviluppato i
punti per reazioni di anticorpi/proteine, appaiono come bande colorate. Il tecnico di laboratorio
visualizza queste bande e di conseguenza determina quali proteine hanno anticorpi che reagiscono con
loro. Si fa una relazione del test Western blot a seconda del numero e del tipo di banda che appaiono
sulla striscia. Gli esperti dell’HIV affermano che certi risultati di bande del Western blot dimostrano
l’infezione da HIV e che solamente questi risultati vengano riferiti come positivi. In Australia, un
Western blot negativo è quello che non ha bande. Qualsiasi risultato che non è né positivo né negativo
viene riferito come indeterminato. Si ritiene che la maggioranza di questi risultati indeterminati non
siano dovuti ad infezione da HIV.
43. Dovrebbe essere noto che il 40% dei donatori di sangue in buona salute hanno almeno una banda
del Western blot. Gli esperti dell’HIV affermano che queste bande non sono causate da anticorpi HIV
ma da anticorpi “non HIV” che hanno reazioni incrociate. Di conseguenza gli anticorpi che reagiscono
con “le proteine dell’HIV ma che non sono causati dall’”HIV” sono altamente ricorrenti nelle persone
in buona salute che non sono a rischio di sviluppare l'AIDS.
44. Le persone in buona salute hanno relativamente meno anticorpi che i pazienti di AIDS che hanno
comunemente, in generale, elevati livelli di anticorpi. Quanto più è alto il numero di anticorpi,
maggiore è la possibilità di reazioni incrociate. Perciò, uno scienziato dovrebbe aspettarsi che i soggetti
malaticci che comprendono i pazienti con l’AIDS, abbiano una molto più elevata ricorrenza di
anticorpi “non HIV” che reagiscono nei test dell’HIV rispetto ai soggetti in buona salute. Senza
risultanze del gold standard dell’isolamento virale, è impossibile accertare quale proporzione, semmai,
di soggetti “positivi all’HIV” reagiscono a causa di anticorpi HIV piuttosto che a causa di anticorpi
“non HIV”.
45. Anche se accettiamo che le proteine nelle bande del Western blot fossero in origine HIV ci sono
svariati problemi con questo “test di conferma”. Il più significativo è che, come tutti i test anticorpali
adoperati soli o in combinazione, la specificità del Western blot non è stata determinata usando un gold
standard di isolamento di virus.
46. Il Western blot non è standardizzato. Cioè, le combinazioni di bande che “confermano” l’infezione
HIV in un laboratorio, istituzione o paese possono non “confermarlo” in un altro. Ad esempio, i
principi che definiscono i risultati di un test Western blot positivo nella città di New York non sono gli
stessi di quelli usati in Australia o Africa. Per adoperare una analogia, nessun medico accetterebbe
l’esistenza di diversi criteri elettrocardiografici per diagnosticare un attacco al cuore in tutto il mondo.
Un paziente non può avere un “attacco al cuore ECG positivo” nella città di Nuova York che non sia un
“attacco al cuore ECG positivo” a Sydney, Australia (Parte 4).
47. La variazione globale nei criteri per un Western blot positivo fa sì che sia impossibile affermare che
possa persino essere determinata la specificità del siffatto test.
48. Per le ragioni sopra nominate credo che non ci sia un fondamento nei test anticorpali per ritenere
che Parenzee fosse infettato da un retrovirus.
49. Quindi giungo alla conclusione che non ci sia una prova scientifica che Parenzee abbia trasmesso
un retrovirus ai suoi partner sessuali.
C. TEST DI CARICA VIRALE
1. Secondo gli esperti dell’HIV/AIDS l’HIV è un retrovirus con un singolo genoma a RNA. Il termine
genoma viene definito come l’insieme di geni ed il genoma è necessario affinché la particella HIV
riproduca le particelle di virus.
2. Uno scienziato, per identificare il RNA come appartenente ad un retrovirus, deve prima purificare le
particelle virali. Ciò è dovuto al fatto che le cellule nelle quali si replicano i virus hanno anche RNA.
Visto che le particelle che si ritiene siano “HIV” non sono state purificate, non è possibile affermare
che uno speciale RNA sia quello dell’”HIV”.
3. Gli esperti dichiarano che sono capaci di determinare il numero di molecole di RNA in un campione
di sangue adoperando svariati test metodologicamente diversi fondati su una tecnica biochimica
conosciuta come la reazione a catena polimerasica (PCR). La PCR è una tecnica che utilizza un piccolo
frammento del RNA per moltiplicarlo velocemente e rilevare se lo stesso RNA è presente nel materiale
del test. Gli esperti chiamano il numero ricavato dai test PCR la “carica virale dell’HIV” e affermano
che siffatte misurazioni sono essenziali per la gestione clinica di pazienti che sono positivi all’HIV. Si
ritiene che la “carica virale” sia l’indicatore diagnostico più affidabile per gli individui infetti dall’HIV
e si ritiene che guidi anche la scelta e determini l’efficacia della terapia con farmaci “antiretrovirali”.
4. Nel 1996 un esperto dell’HIV di importanza internazionale pubblicò uno studio su Science nel quale
affermava “Nel volume di sangue totale, il numero di virioni può eguagliare 106 [un milione] di
particelle per millimetro, o uno stimato 109 [1 bilione] di particelle HIV per millimetro”.
5. Tuttavia, (a) non sono state pubblicate correlazioni tra la “carica virale” (numero di molecole di
RNA) ed il numero di particelle ritenute “HIV” nel sangue. Ciò è dovuto al fatto che fino a oggi nessun
ricercatore dell’HIV ha pubblicato nemmeno una micrografia elettronica a dimostrazione dell’esistenza
di nemmeno una delle siffatte particelle nel sangue di nemmeno un paziente di AIDS; (b) le molecole
di RNA non sono particelle virali e è necessario che ci siano particelle virali affinché abbia luogo
l’infezione. Perciò il termine “carica virale” è sia infondato che fuorviante.
6. Gli esperti dell’HIV ammettono che ci sono dei problemi per misurare la reale “carica virale”.
Diversi laboratori e diversi test PCR ottengono risultati notoriamente diversi della medesima “carica
virale” su identici campioni (Parte 5 e 6).
7. Queste informazioni sulla “carica virale” confermano, ad esempio, che in un test speciale la “carica
virale” potrebbe essere del 60% inferiore o superiore rispetto al valore medio; (b) se viene adoperato un
altro test sullo stesso campione la media ottenuta viene dimezzata con una variazione del 30% intorno
alla media. Nelle informazioni di un altro test una “carica virale” potrebbe essere 295.000 o meno di
400 (considerata zero) a seconda di quale procedura venga usata per ottenere la misurazione. Questa
gamma (295000/0) è matematicamente infinita.
8. La variabilità esistente tra i laboratori e tra i test viene usata per giustificare le raccomandazioni degli
esperti affinché i pazienti siano testati dallo stesso laboratorio usando la stessa procedura. In altre
parole, agli esperti dell’HIV non interessa il valore reale della “carica virale”. Ciò porta a domandarsi
come sia possibile (a) rilasciare dichiarazioni generali e categoriche riguardo la rilevanza biologica
della “carica virale”; (b) trasporre siffatte affermazioni a pazienti individuali la cui “carica virale” viene
controllata per gli stessi motivi. Cioè, prendere decisioni gestionali riguardo la terapia “antiretrovirale”
e consigliare sulla prognosi. Se l'affidabilità delle misurazioni della chimica dell’organismo fosse tanto
irrilevante quanto la “carica virale”, sarebbe impraticabile la gestione dell’equilibrio liquido ed
elettrolitico. Ad esempio, se un metodo di misurazione del sodio del siero producesse un risultato che
fosse la metà di quello di un altro, l’ultimo non avrebbe alcun senso perché sarebbe incompatibile con
la vita.
9. Roche, il produttore della procedura Amplicor HIV-1, che è uno dei test di “carica virale” di RNA
più comunemente usati , ha ritirato il proprio test dal commercio.
10. Per essere in grado di contare molecole di RNA uno scienziato deve avere un test capace di
distinguere tra RNA dell’“HIV” ed altri RNA. Per usare una analogia, se si desidera contare il numero
di mele in un frutteto dove crescono tutti i tipi di frutta, si deve per prima essere capaci di riconoscere
una mela.
11. Se, come affermano gli esperti dell’HIV, la carica virale misura il RNA dell’“HIV”, allora questo
test dovrebbe essere capace di distinguere tra l'RNA dell’”HIV” ed altri RNA. Cioè, per il fatto di
riconoscere RNA dell’”HIV”, per quel fatto stesso il test dimostra l’infezione da HIV. Tuttavia,
secondo i Centri Americani per il Controllo delle Malattie (CDC), i test di acidi nucleici di RNA
virale di plasma invece dei test di screening dell'HIV autorizzati (ad esempio, l'immuno enzimatico
ripetutamente reattivo” (sottolineato nell’originale) NON dovrebbero essere adoperati negli adulti,
adolescenti, e bambini infettati da altri fattori oltre l’esposizione perinatale. (I "test di screening
autorizzati” e l’“immuno enzimatico” sono test anticorpali).
12. Tuttavia, secondo gli esperti dell’HIV, il ruolo della “carica virale” è limitato alla misurazione della
“quantità di virus” nei pazienti la cui infezione da “HIV” è stata prima dimostrata dai test anticorpali.
13. Un gruppo di esperti dell’HIV afferma che “I test di carica [RNA] virale del plasma non sono stati
né sviluppati né valutati per la diagnosi dell’infezione da HIV”.
14. Roche, l’azienda che produsse e vendette il test MONITOR RNA HIV-1 AMPLICOR incluse la
seguente dichiarazione nel foglietto illustrativo della confezione del test: “Il test v1.5 MONITOR
HIV-1 AMPLICOR COBAS non intende essere adoperato come test di screening per il sangue o
prodotti del sangue per la presenza dell’HIV-1 o come un test diagnostico per confermare la presenza
dell’infezione HIV-1”.
15. Così, il test che gli esperti dell’HIV affermano che sia capace di contare molecole di RNA
specifiche dell’”HIV” non viene ritenuto capace di diagnosticare l’infezione da “HIV”.
16. Giungo alla conclusione che questi test non abbiano senso nei termini della loro capacità per
identificare il RNA come appartenente all“HIV”, tanto meno per misurare la “carica virale”.
D. IMMUNODEFICIENZA ACQUISITA (BASSO NUMERO DI CELLULE CD4)
1. I medici clinici che trattano i soggetti positivi all'HIV e i pazienti di AIDS controllano il numero di
cellule CD4 nel sangue periferico. Una diminuzione del loro numero è interpretata come prova del fatto
che le cellule sono distrutte in conseguenza della infezione da HIV.
2. Il fatto che le cellule CD4 sono in diminuzione nel circolo sanguigno non prova che sia in atto un
processo distruttivo delle stesse. La loro scomparsa non prova la loro morte più di quanto la scomparsa
di quote di popolazione dalle città a Pasqua provi che i loro cittadini siano morti.
3. Le cellule CD4 sono conteggiate per mezzo di anticorpi che si legano ad una molecola posta sulla
superficie della cellula e conosciuta come ‘recettore’ della cellula CD4. I dati pubblicati da esperti dell'
HIV mostrano che la diminuzione registrata nei conteggi di cellule CD4 può non essere dovuta alla loro
distruzione selettiva, ma alla perdita dei loro recettori di superficie che non sono più disponibili per
legarsi alle molecole degli anticorpi.
4. In colture di cellule CD4 alcuni agenti chimici inducono cambiamenti simili senza uccidere le
cellule.
5. L’esperimento in vitro (ossia nella vaschetta di laboratorio, non un esperimento in vivo) eseguito
per dimostrare che l’HIV uccide le cellule CD4 risente del fatto che non è possibile aggiungere HIV
puro alle colture cellulari di CD4. Ciò per via del fatto che ad oggi nessun ricercatore ha isolato l’HIV.
In tal modo siffatti esperimenti, anche se hanno mostrato un numero in calo di cellule poste in coltura,
non sono in grado di distinguere tra l’”HIV” come causa effettiva e le molte altre sostanze che
contaminano l’”HIV”.
6. I dati mostrano che anche se si aggiunge “HIV non puro” alle colture, l’”HIV” non produce una
diminuzione più significativa del numero di cellule CD4 rispetto a quella osservata in colture di
controllo alle quali sono state aggiunte sostanze prive di “HIV”.
7. Secondo alcuni dati nei gruppi a rischio AIDS, ad esempio consumatori di droga ed emofiliaci, i
soggetti possono avere bassi numeri di CD4 ancor prima di diventare positivi all'HIV. In altre parole, la
presunta causa (HIV) segue l’effetto (ridotto numero di cellule CD4).
8. Montagnier ha affermato:”Questa sindrome [AIDS] si presenta in una minoranza di soggetti infetti
che hanno generalmente in comune un passato di stimolazione antigenica e di immunodepressione
prima dell’infezione da LAV [HIV]” (la sottolineatura è mia).
E. TRASMISSIONE SESSUALE
1. Le malattie infettive sono causate da microbi trasmessi da persona a persona. Quindi una persona
infetta con un particolare microbo trasmette il microbo ad un’altra persona non infetta, che a sua volta
lo trasmette ad altre persone.
2. Ciò che distingue le infezioni trasmesse sessualmente dalle altre infezioni, è che i microbi che le
causano, sono presenti nel liquido seminale e in quello cervico-vaginale.
3. Non c’è in nessun paese del mondo un solo studio concernente la trasmissione sessuale di HIV
fondato su qualche evidenza della presenza di HIV nelle secrezioni genitali.
4. L’unica evidenza portata per dimostrare la trasmissione eterosessuale è quella epidemiologica, ossia
l’esame della relazione che intercorre tra un test anticorpale positivo e il comportamento sessuale. Tali
studi poggiano su deduzioni tratte da associazioni statistiche tra gruppi di osservazioni.
5. In tutti gli studi pubblicati sulla trasmissione sessuale relativi ad individui omosessuali, così come a
casi eterosessuali, i partners sessuali non sono collegati da contatti sessuali reciproci conosciuti (traccia
di contatto) oppure da contatti sessuali con individui di cui è noto lo stato anticorpale, positivo o
negativo.
6. La maggior parte degli studi che proverebbero la trasmissione eterosessuale sono a sezione
incrociata. Ciò è a dire, se ambedue i partners sessuali risultano essere positivi all’HIV e
l'epidemiologo ritiene che non ci sia altra ragione che spieghi l’esito positivo del test, si assume che un
partner abbia trasmesso il virus HIV all’altro per mezzo di un contatto sessuale. La direzione della
trasmissione (da maschio a femmina o da femmina a maschio) è assegnata in modo arbitrario.
7. Ci sono alcuni studi su partners sessuali di cui uno è positivo all'HIV e l’altro no. Le coppie sono
state seguite per un certo tempo al fine di accertare quel che accade allo stato anticorpale del partner
negativo all'HIV. Questi studi sono conosciuti come studi longitudinali o prospettici.
8. La Prof.ssa Nancy Padian del Dipartimento UCSF di Ostetricia, Ginecologia e Scienze della
Riproduzione ha condotto i migliori studi disponibili e più prolungati sulla trasmissione eterosessuale
dell'HIV. Dalla sezione incrociata del suo studio durato 10 anni Padian ha calcolato che “l’infezione
dovuta alla trasmissione per contatto da maschio a femmina è bassa, circa 0,0009” e che “essa è circa
otto volte maggiore di quella da femmina a maschio”. In altre parole, la probabilità della trasmissione
per contatto da maschio a femmina è pari ad 1 su 1111 e quella da femmina a maschio è pari ad 1su
8888. Questi rischi per contatto sessuale sono in marcato contrasto con il caso della gonorrea ad
esempio, dove il rischio per contatto è pari a ½ nella trasmissione da maschio a femmina e a ¼ nella
trasmissione da femmina a maschio. Da notare che il tasso di probabilità della trasmissione da femmina
a maschio era basato su due soli casi, la cui validità era messa in dubbio dalla stessa Padian. In realtà
ella ha sottolineato i limiti degli studi a sezione incrociata e ciò fu il motivo per cui iniziò uno studio
prospettico.
9. Da notare altresì che Padian accetta un test anticorpale positivo come prova sufficiente
dell’infezione da HIV e quindi dell’avvenuta trasmissione. Tuttavia i criteri che ella e i suoi colleghi
accettano per concludere che un test Western Blot e’ positivo e per la 'conferma' dell’infezione da HIV,
non sono considerati sufficienti nella maggioranza dei paesi, istituzioni e laboratori, ivi inclusi quelli
australiani.
10. La seguente tabella confronta le probabilità di una donna di contrarre l’infezione dal suo partner
maschio infetto sia per l’ HIV, sia per la gonorrea dopo un dato numero di rapporti sessuali.
Probabilità cumulativa di infettarsi
Numero
di contatti
Probabilità di Infezione
Gonorrea ‘HIV’
0 0% 0%
1 50% 0.09%
2 75% 0.18%
3 88% 0.27%
4 94% 0.36%
5 98% 0.45%
777 50%
3333 95%
La seguente tabella confronta la probabilità di una donna di non contrarre l’infezione sia per la
gonorrea, sia per l’”HIV”
Probabilità cumulativa di non infettarsi
Numero
di contatti
Probabilità di nessuna infezione
Gonorrea ‘HIV’
0 100% 100%
1 50% 99.9%
2 25% 99.8%
3 13% 99.7%
4 6% 99.6%
5 2% 99.6%
777 50%
3333 5%
In media per avere una probabilità del 50% di infezione da “HIV” una donna dovrebbe avere 777
rapporti sessuali con il partner maschio. Per avere una probabilità del 95% occorrerebbero 3333
rapporti. Supponendo che i due partner siano capaci di avere un rapporto ogni tre giorni per un tempo
indeterminato, occorrerebbero rispettivamente 6,3 e 27,4 anni perché l’infezione da HIV sia trasmessa
ad una donna. Per quanto riguarda la trasmissione da donna ad uomo (che la Padian calcola essere otto
volte inferiore) in media occorrerebbero rispettivamente 6.200 e 27.000 rapporti e un periodo di 51 e di
222 anni perché un uomo sia infettato dalla sua partner donna.
11. La parte prospettica dello studio di Padian ha registrato il risultato riferito a coppie di cui un partner
era negativo al HIV e l’altro già positivo. Questa parte dello studio è durata sei anni durante i quali i
partecipanti sono stati intrattenuti in sedute regolari ed intensive sul tema dei loro rapporti sessuali
sicuri. Ciò nonostante anche dopo sei anni il 25% delle coppie ancora non usavano praticamente il
condom. E tuttavia nessuno di essi ha trasmesso o e’ stato contagiato dall’HIV.
12. L’uso regolare del condom non significa assenza di esposizione a secrezioni genitali. Secondo il
Centro di Controllo delle Malattie (CDC) il normale tasso di mancata prevenzione di indesiderata
gravidanza con condom maschili è stato del 15% nel primo anno di uso, mentre utenti più ‘assidui’ del
condom maschile hanno un tasso di errore del 2%. Per quanto riguarda il condom femminile, “Il tasso
stimato di errore in ordine alla prevenzione della gravidanza è stato su 147 donne pari al 26% nell’arco
di 12 mesi. Per le 86 donne che usarono questo condom regolarmente e correttamente, il tasso di errore
stimato è stato dell'11% sempre nell’arco di 12 mesi.
13. In Africa, dove si ritiene che il principale canale di trasmissione dell'HIV è il rapporto
eterosessuale, uno studio retrospettivo ha concluso che “La probabilità di trasmissione dell'HIV per
rapporto sessuale nell’Uganda è della stessa percentuale registrabile presso altri popoli”.
14. Gli esperti dell’infezione da HIV asseriscono che la presenza di patologie “non-HIV” trasmesse per
via sessuale facilita la trasmissione del virus “HIV”. E tuttavia in uno studio a largo raggio, ben
progettato ed eseguito sull’effetto del comportamento sessuale sulla trasmissione del virus “HIV” in
Uganda, gli autori hanno riferito di una ridotta incidenza del virus herpes simplex del tipo 2 (“HSV2-
una misura indiretta di contatto sessuale non protetto”), e così pure di una significativa riduzione nel
gruppo d’intervento dei casi di sifilide acuta, di gonorrea, di sesso casuale non protetto. Né c’era alcun
effetto sull’incidenza dell'HIV nonostante il fatto che un “intervento apparentemente appropriato “che
riducesse significativamente altri STD fosse stato implementato su larga scala con grande cura ed
impegno”.
15. Questi dati pongono la questione della trasmissione eterosessuale dell'HIV. In altre parole non v’è
prova che l'HIV si trasmetta per via sessuale.
16. Questi dati epidemiologici sono compatibili col fatto di non costituire alcuna prova dell’ipotesi che
un retrovirus sia stato isolato da pazienti affetti da AIDS.
PARTE 2 DELL’AFFIDAVIT DI VALENDAR FRANCIS TURNER
Pubblicazioni di opere scientifiche del Gruppo di Perth
 
PARTE 3 DELL’AFFIDAVIT DI VALENDAR FRANCIS TURNER
Pubblicazioni su periodici, stampa divulgativa e online del Gruppo di Perth
PARTE 4 DELL’AFFIDAVIT DI VALENDAR FRANCIS TURNER
Variazione generale dei criteri che ritengono positivo un test Western blot
*Le bande non sono in ordine elettroforetico
NOTE:
I. “L’Associazione dei Laboratori della Sanità Pubblica raccomandano ora di dire ai pazienti che
hanno risultati appena positivi al test Western blot, ad esempio soltanto p24 e gp160, oppure soltanto
gp41 e gp160, che tali risultati sono stati riscontrati in soggetti non infetti con l'HIV e che è necessaria
un’ulteriore serie di test per determinare la reale situazione infettiva”.4
II. Nel febbraio 1993 la Food and Drug Administration degli Stati Uniti allargò i suoi criteri al fine
di “ridurre il numero delle interpretazioni del test Western blot ad esito sieroindeterminato”, ossia per
aumentare il numero degli individui positivi all'HIV.5
Note: Ogni banda orizzontale sulla striscia del Western blot (la parte più a sinistra della tabella)
rappresenta una proteina dell'HIV. Si aggiunge siero di un paziente e quando le strisce sono sviluppate,
appaiono bande colorate sui punti in cui gli anticorpi hanno reagito con le singole proteine dell'HIV. Il
numero e la posizione delle bande che determinano la risposta positiva o meno di un test variano
secondo i laboratori, le istituzioni mediche, ed i paesi. Nemmeno oggi esistono criteri internazionali
condivisi su ciò che costituisce un riscontro positivo al test Western blot. Di qui la circostanza che,
per fare un esempio, un soggetto positivo a New York sulla base dei criteri del Center of Disease
Control, può non essere considerato positivo a Sydney in Australia. Oppure un australiano positivo con
bande p41, p32, p24 e p18 può non ritenersi positivo in Africa. Oppure ancora un africano positivo con
banda p41 e p120 può non risultare positivo in Australia, o in varie parti degli Stati Uniti o dell’Europa.
Una certa confusione circa la reattività agli anticorpi è confermata dai manuali diagnostici dei
laboratori. Il manuale d’istruzioni per l’esame del Western blot Genelabs Diagnostic HIV BLOT 2.2
avverte: ”Linee guida specifiche per l’interpretazione dei risultati possono differire secondo le politiche
locali; Genelabs raccomanda di seguire l’indirizzo corrente per uniformarsi alle disposizioni locali”.
Tale raccomandazione è seguita da sette differenti criteri per ritenere positivo un Western blot emessi
da “differenti corpi normativi internazionali”. Genelab aggiunge: ”Raccomandiamo le seguenti linee
guida per l’interpretazione del Genelabs Diagnostic HIV BLOT 2.2” ed elenca un ottavo gruppo di
criteri per l’individuazione di un Western blot positivo. Ciò significa che a determinare gli esiti di
reattività agli anticorpi ritenuti sufficienti a provare l'infezione retrovirale non sono i presunti elementi
patogeni presenti, ma “i differenti corpi normativi internazionali” o “politiche locali”. Il produttore
Bio-Rad avverte: ”Ogni laboratorio che esegue un test col Western blot dovrebbe sviluppare i suoi
propri criteri per l’interpretazione delle bande. In alternativa la detta interpretazione può essere lasciata
ai clinici” (Manuale del Laboratorio Bio-Rad del 1993).
Tabella simile alla precedente basata sul foglietto informativo della Genelabs
Variazione generale dei criteri che ritengono positivo un test Western blot
Fonte: Foglietto illustrativo del test Western blot HIV Blot 2.2 della Genelabs Singapore e della Genelabs Diagnostics.
PARTE 5 DELL’AFFIDAVIT DI VALENDAR FRANCIS TURNER
Misurazioni della ‘Carica virale’ dell'‘HIV’
Le tre procedure usate più di frequente per quantificare la ‘carica virale’ sono la reazione a catena
polimerasica a transcriptasi inversa (RT-PCR), l’amplificazione basata sulla sequenza dell’acido
nucleico (NASBA) e il DNA a catena ramificata (bDNA). Per giudicare l’impatto dei test usati e della
“quantificazione della variabilità genetica nel RNA dell'HIV-1”, i ricercatori francesi “hanno valutato
tre prodotti commerciali usando una lista di parti di HIV-1 rappresentanti elementi da A a H … Queste
parti sono state incrementate in colture. Il virus è stato raccolto a mezzo di centrifugazione e di nuovo
sospeso in un plasma sieronegativo all'HIV. Per ridurre a misure standard le quantità di virus di ogni
preparato, è stato individuato l’antigene p24 e il volume regolato in modo che ogni campione
contenesse approssimativamente 10pg di antigene p24 per ml”. Le “copie di RNA dell'HIV-1” ottenute
per ogni ml di plasma sono le seguenti (sotto a 400 il RNA è considerato pari a zero):
Se il detto test misura una sola cosa e sempre la stessa, ossia la quantità di RNA dell'”HIV” presente
nel plasma di un paziente, allora tutti i numeri delle tre colonne di destra dovrebbero essere dello stesso
ordine di cifra. E la loro vistosa variabilità non dovrebbe essere giustificata dal fatto che “la
quantificazione del RNA dell'HIV-1 è fortemente influenzata dal ceppo di HIV-1” o dal tipo di
prodotto usato. Sarebbe incomprensibile che si usino test per quantificare esattamente qualunque cosa
ma che non abbiano la stessa affidabilità per un microbo considerato letale. Se un test di gravidanza o
un test degli enzimi cardiaci conseguenti ad un infarto fosse dello stesso genere di quello che accerta la
‘carica virale’, i clinici non saprebbero che farne.
PARTE 6 DELL’AFFIDAVIT DI VALENDAR FRANCIS TURNER
Test su campioni di RNA dell'‘HIV’ registrati dal National Reference Laboratory di Victoria
NUMERO DI COPIE DI RNA DELL'HIV X 1000
Questi risultati sono le medie dei campioni di “HIV” usati come controllo della qualità (QC) misurate
da parecchi laboratori in Australia. Ogni campione QC contiene la stessa quantità di RNA dell'HIV e i
dati forniti non contengono “esiti invalidi”.
All’interno di tali esami la variazione dei valori medi ottenuti va da 16 a 86,9%.
In un solo esperimento (dati non registrati) quasi un terzo dei laboratori non è riuscito ad ottenere un
valore compreso in deviazioni standard dal valore medio di due misure.
Considerando ad esempio i dati riferiti per QC101 e QC106 una ‘carica virale’ media di 40,8 oppure
421,9x1000 copie si è ridotta di circa la metà o di due terzi rispettivamente misurando lo stesso
campione con due differenti tipi di test. E per i dati riferiti per QC108P cambiando tipo di test la ‘carica
virale’ media si è ridotta di quasi 7 volte. Questi dati possono essere compresi solo usando la metafora
che essi rappresentino gli introiti giornalieri di un supermercato depositati in due diverse banche che
usano differenti metodi di contabilizzazione del contante. Ma così facendo rimane un mistero quale sia l’introito effettivo.
 
postato da: dissidio alle ore 10:43 | link | commenti
categorie: aids, aids in africa, test del hiv
martedì, 23 gennaio 2007

L'incredibile AIDS

Quello che i media non dicono
sulla "peste del nuovo millennio"
di Gian Paolo Vallati
1. Introduzione   2. Perchè il virus  3. Esiste davvero il retrovirus Hiv?  4. Quanto sono affidabili i test di sieropositività?   5. Assenza di correlazione tra sieropositività e malattia    6. Cos’è davvero l’AIDS    7. L’infettività e la trasmissione sessuale    8. Previsioni catastrofiche e statistiche fasulle   9. Catastrofe africana?  10. Terapie che uccidono  11. Il bavaglio all’informazione  12. Il grande affare della cattiva scienza  Bibliografia
1. INTRODUZIONE
Questa è la storia vera ed incredibile di una epidemia inventata. Questa è la storia di un colossale affare in cui multinazionali, ricercatori, associazioni e istituti sanitari senza scrupoli hanno utilizzato il terrorismo sanitario al servizio del loro enorme business. E la storia di come, purtroppo, molti esseri umani inconsapevoli siano finiti nella macina, uccisi dalle stesse "terapie" che dovevano curarli. "Tutti sono pronti a credere che la CIA menta, che il governo menta, che l'FBI menta, che la Casa Bianca menta. Ma che menta l'Istituto di Sanità no, non è possibile, la Sanità è sacra, tutto ciò che esce dagli Istituti Nazionali di Sanità è parola di Dio. Niente fa differenza, nemmeno la storia di come Gallo scoprì il virus, nemmeno il fatto che sia uno scienziato screditato e condannato per truffa. La strategia dell'establishment è sempre la stessa: ignorare. Meglio non rispondere, vuoi vedere che ci si accorge che c'è qualcosa di strano?" Harvey Bialy, microbiologo. 1
2. PERCHÉ IL VIRUS
Le malattie infettive costituiscono oggi soltanto l'1% di tutte le cause di morte nel mondo occidentale e ormai le grandi epidemie sono per lo più scomparse. Il merito di questa situazione, che spesso viene attribuito alla medicina, è in realtà dovuto al miglioramento delle condizioni igieniche e alimentari. Ci sono numerosi studi a livello statistico ed epidemiologico che dimostrano come molte malattie (tubercolosi, difterite, polmonite, ecc.) cominciarono a declinare ben prima dell'introduzione di cure efficaci. 2
È cosa ben nota, anche ai non addetti ai lavori, che gli esseri umani e gli animali, sani o malati che siano, convivono da sempre con migliaia di microbi, virus e batteri, in gran parte assolutamente innocui. Alcuni sono addirittura utili, come l'escherichia coli, che colonizza l'intestino e aiuta la digestione. Perfino microbi patogeni provocano malattie gravi solo in individui con il sistema immunitario indebolito. Eppure gli scienziati sono sempre ossessivamente alla ricerca di nuovi virus e batteri, nella speranza di attribuire loro la causa di malattie che ritengono altrimenti inspiegabili. Le conseguenze di questa unica direzione di ricerca spesso sono rovinose perchè ritardano la comprensione della vera causa e determinano la morte di molte persone. In passato lo scorbuto, la pellagra e il beriberi (solo per citare esempi eclatanti) sono state per lungo tempo attribuite a batteri, benché già allora alcuni ricercatori avessero dimostrato che erano dovute a carenze alimentari. Robert William, scienziato a cui si deve la scoperta della vitamina B1, così ha commentato questo atteggiamento dei cacciatori di microbi: "...la batteriologia era arrivata ad essere la pietra angolare dell'istruzione medica. A tutti i giovani medici era stata talmente istillata l'idea che le malattie erano causate da un'infezione, che ben presto venne accettato come assiomatico il concetto che non poteva esserci altra causa".3
Ma nonostante tutto questo, la memoria di passate epidemie continua a suscitare angoscia e terrore. Poiché il virus è sempre un ottimo mezzo per creare panico, ci sono motivi molto poco nobili per cui ad ogni ipotetica nuova patologia si attribuisce sempre più spesso una genesi virale. Attraverso la paura infatti si possono convogliare immense somme di denaro e indottrinare la popolazione verso le terapie e i comportamenti voluti. Così, allo stesso modo, comincia l'incredibile storia dell'Aids.
3. ESISTE DAVVERO IL RETROVIRUS HIV?
Non esiste un documento scientifico ufficiale che provi che il cosiddetto HIV, ammesso che esista, provochi l'Aids. A dispetto di ciò che viene costantemente propagandato, il virus della immunodeficienza umana HIV non è stato mai isolato e fotografato. Le recenti scoperte derivate dal Progetto Genoma Umano hanno peraltro messo in grave crisi il concetto stesso di retrovirus.
COME NASCE IL PROBLEMA HIV
Nell'aprile del 1984 il dottor Robert Gallo annunciò in una conferenza alla stampa internazionale di aver scoperto un nuovo retrovirus che aveva chiamato HTLV-III (oggi conosciuto come HIV), e questo era "la probabile causa dell'AIDS". Lo stesso giorno Gallo presentò il brevetto per un test di anticorpi, ora generalmente riportato come "il test dell'AIDS". L'annuncio prese di sorpresa persino gli scienziati presenti tra il pubblico. Gallo aveva scavalcato una parte essenziale del processo scientifico: non aveva pubblicato i risultati delle sue ricerche in nessuna pubblicazione medica o scientifica, né li aveva sottoposti al normale processo di revisione tra colleghi prima di essere annunciati al pubblico. Quando alla fine la "prova di Gallo" fu pubblicata settimane più tardi, vennero fuori numerosi problemi. Le procedure di laboratorio che Gallo e i suoi collaboratori utilizzavano per provare l'isolamento vennero osservate soltanto nel 36% dei suoi pazienti di Aids, e soltanto 88% era positivo al test "degli anticorpi HIV". Inoltre, per assicurare che soltanto i pazienti in AIDS e non l'intero gruppo di controllo risultasse positivo al test degli anticorpi, egli aveva diluito il sangue 500 volte. A diluizioni minori troppi soggetti sani del gruppo di controllo risultavano positivi al test. Questi fatti dovrebbero essere sufficienti a gettare seri dubbi sulle affermazioni di Gallo che egli avrebbe scoperto un nuovo retrovirus come "probabile causa dell'AIDS". Grazie a questa "scoperta", Gallo oggi percepisce l'1% dei proventi mondiali derivati dai test HIV. Tutta la carriera di Gallo è costellata di episodi che di scientifico hanno molto poco. Un eccellente elenco di quanto corrotta, ingannevole (e probabilmente perfino criminale) è stata la sua ricerca, può essere trovato nel libro "Science Fiction", di John Crewdson, un giornalista scientifico del Chicago Tribune. In realtà, tutto quello che aveva scoperto Gallo era una attività enzimatica che lui attribuiva al presunto retrovirus, e le fotografie che mostrò erano di particelle simil-virali senza nessuna prova che fossero virus.4
A tutt'oggi il vero virus non ancora stato isolato, e le foto che vengono spesso mostrate sulle copertine dei giornali sono sempre e soltanto realizzazioni grafiche di fantasia. Eppure, grazie a quella famosa conferenza stampa, da quel momento tutto il mondo ha cominciato a credere che l'Aids fosse dovuto ad un virus. Così è nato il problema HIV e così dal 1984 ad oggi sono stati pubblicati più di 10.000 studi sull'HIV, ma nessuno di questi ha potuto dimostrare in maniera plausibile o provare in modo concreto che l'HIV causi l'AIDS. A tutt'oggi non esiste un documento scientifico ufficiale che fornisca una prova definitiva.
KARY MULLIS
Il premio Nobel Kary Mullis, inventore della PCR (Polymerase Chain Reaction), ha cercato invano per anni questo fondamentale documento. Di conseguenza ad ogni occasione, congresso scientifico, conferenza, seminario o incontro ha interpellato svariati virologi ed epidemiologi su dove trovare il riferimento bibliografico che spiegasse come l'HIV provochi l'AIDS. Ma nessuno dei colleghi è mai stato in grado di precisarlo. E neanche Montagnier e Gallo (considerati i massimi esperti mondiali di Aids) sono stati in grado di fornirglielo. Perché non esiste.5
LA "PROVA" FORNITA DAL NIAID
Per mettere una toppa a questa grave carenza, nel 1994 l'Ufficio di Comunicazione del NIAID/NIH, National Institute of Allergy and Infectious Diseases /National Institute of Health, realizzò un documento intitolato : " La Prova che l'HIV è causa dell'Aids". È il documento più completo che si conosca che tenta di rispondere all'affermazione che l'HIV non è la causa dell'Aids. Ma questo elaborato, che viene spesso citato come prova definitiva, di fatto non è documento scientifico, come hanno dimostrato in una puntuale confutazione alcuni ricercatori internazionali.6 Oltre ad essere un documento anonimo, è infatti seriamente screditato dal mancato rispetto degli standard scientifici e fallisce nel fornire una prova credibile a sostegno del suo assunto fondamentale. Si tratta quindi soltanto dell'ennesimo strumento di propaganda.
UNO SCIENZIATO CONTRO: PETER DUESBERG
Peter Duesberg, membro della prestigiosa National Academy of Science, è docente di biologia molecolare e cellulare presso la University of California a Berkeley, oltre ad essere un pioniere nella ricerca dei retrovirus e il primo scienziato ad aver isolato un gene del cancro. È uno dei pionieri più prestigiosi tra i dissidenti della ricerca. Gli ingenti finanziamenti di cui disponeva come ricercatore di fama mondiale gli sono stati drasticamente ridotti quando ha cominciato a mettere in dubbio il dogma Hiv- Aids e la teoria della trasmissione sessuale del morbo. Il primo marzo 1987 sulla prestigiosa rivista Cancer Research comparve un suo articolo in cui affermava che non vi erano prove convincenti del fatto che un retrovirus come l'HIV sia in grado di causare l'AIDS. Da allora Peter Duesberg è uno degli uomini più discussi d'America. Le sue ipotesi e le sue affermazioni sono state di volta in volta definite 'irresponsabili', 'pericolose', 'immorali', 'dannose' e perfino 'criminali'. Per alcuni Duesberg è una 'minaccia pubblica', per altri invece un 'novello Galileo' in lotta contro l'ottusità dominante. Secondo il direttore dell'autorevole periodico medico The Lancet, Duesberg è "probabilmente lo scienziato vivente più diffamato in assoluto", per altri addirittura "il Nelson Mandela dell'AIDS, colui che guida la lotta contro l'Apartheid dell'HIV". Nonostante le sue previsioni trovino sempre più conferme a livello epidemiologico, oggi è stato emarginato da una comunità scientifica che ha tutto l'interesse a perseguire una strada ricchissima di finanziamenti. Le sue tesi non sono ancora state confutate, mentre alle sue domande ed obiezioni si è risposto che: "...dovrebbe essergli impedito di parlare in televisione. Sì, una linea auspicabile sarebbe quella di impedire i confronti televisivi con Duesberg" (Nature, 1993)
INNOCUITA' DEI RETROVIRUS
Dal 1970, anno in cui si ipotizzò l'esistenza dei retrovirus, ne sono stati individuati ed isolati circa 200, tutti assolutamente innocui. Tutti meno quello HIV, che oltre ad essere assolutamente terribile è anche l'unico mai realmente isolato.
PROGETTO GENOMA E RETROVIRUS
Ma sin dal 2001, anno in cui sono arrivati i risultati del Progetto per la mappatura del Genoma Umano è stato chiaro che stava per essere irrimediabilmente buttato a mare il concetto stesso di "retrovirus". Per comprendere a fondo la questione è necessaria una breve digressione di storia della biologia. La visone accettata sin dagli anni '50 era che il DNA trascrive le informazioni al RNA, (e mai il processo inverso) attraverso una relazione gerarchica rappresentata dal flusso unidirezionale DNA -> RNA -> proteine. Il RNA (acido ribonucleico), era quindi considerato l'umile messaggero del DNA (acido desossiribonucleico), che governava invece la cellula. Questo era il dato fondante del cosiddetto "Dogma Centrale della Genetica Molecolare", su cui si è basata tutta la biologia dagli anni cinquanta in poi. Il concetto di "retrovirus" prese forma quando nel 1970 fu scoperto, in estratti di certe cellule, un enzima (denominato poi "transcriptasi inversa") capace di convertire la molecola di RNA in DNA. I ricercatori, insomma, verificarono che alcuni RNA trascrivevano se stessi "all'inverso" al DNA. Ma (in ossequio al Dogma Centrale) si dissero che qualsiasi cosa causa la trascrizione dal RNA al DNA è da considerarsi eccezionale e deve essere una sorta di contaminazione virale (da cui il termine "retrovirus"). Dunque, negli anni '70, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo la attività transcriptasica inversa venisse rivelata si riteneva che i retrovirus fossero presenti. Questo si dimostrò un grave errore, poiché era già noto agli inizi degli anni '80 che la medesima attività enzimatica era presente in tutta la materia vivente provando così che la transcriptasi inversa non aveva niente a che fare con i retrovirus per sé. 7
La questione è stata ben sintetizzata nel 1998 dal virologo Stephen Lanka: "...studiando la biologia evolutiva trovai che ognuno dei nostri genomi, e quelli delle maggiori piante e animali, è il prodotto della cosiddetta trascrizione inversa: RNA che si trascrive nel DNA. [...] L'intero gruppo di virus cui l'HIV apparterrebbe, i retrovirus [...] nei fatti non esiste per nulla". 8
Ciò nonostante molti scienziati non tennero conto di questa evidenza e continuarono a lavorare alacremente sull'ipotesi oramai falsificata. Ma gli ultimi sviluppi del Progetto Genoma Umano dimostrano ormai inequivocabilmente che il passaggio da RNA a DNA non è affatto una aberrazione, piuttosto è ciò che potrebbe spiegare la complessità umana. Il DNA sarebbe allora come una sorta di libreria dove il RNA va a prendere le informazioni che gli servono per governare la cellula. Il Dogma Centrale è soltanto una costruzione teorica che non ha retto alla prova dei fatti. Queste recenti scoperte segnano la fine del paradigma HIV/AIDS, e spiegano perché la scienza ha fallito la cura della malattia a dispetto di almeno venti anni di sforzi. Perché se l' HIV è un retrovirus, la teoria virale dell'Aids è priva di fondamento.
4. QUANTO SONO AFFIDABILI I TEST SULLA SIEROPOSITIVITÀ?
I test dell'Aids (Elisa e Westernblot) non sono attendibili perché, oltre a non essere precisi, esistono più di sessanta fattori diversi che possono dare dei falsi positivi. I test non sono standardizzati, i risultati variano da laboratorio a laboratorio, le linee guida per la loro interpretazione variano da paese a paese. Inoltre si può risultare positivi al Westernblot e negativi all'Elisa, o viceversa. Due sono le analisi fondamentali per stabilire la sieropositività in una persona: l'Elisa e il Western Blot. Nell'Elisa una miscela di proteine dell'Hiv reagisce con anticorpi nel siero prelevato dal paziente, provocando una variazione di colore nel preparato. Il test Elisa produce fino al 90% di errore in una sola direzione (i negativi li fa diventare positivi, i positivi rimangono tali e quali). Nel WB, le proteine dell'Hiv vengono separate su una striscia di nitrocellulosa. Questo consente una reazione individuale delle singole proteine, che vengono visualizzate con una serie di bande di colore più scuro. L'esame WB viene utilizzato di solito a conferma di un test Elisa positivo, ma risulta altamente impreciso anch'esso.
NON ESISTONO CRITERI STANDARD
Prima del 1987 una sola banda Hiv specifica era considerata come prova di un avvenuto contagio, in seguito si venne a scoprire che il 25% degli individui sani - e non a rischio - presentano bande Hiv specifiche e quindi fu urgente ridefinire un WB positivo aggiungendo bande extra e selezionandone di particolari. Ma anche in tal modo i problemi sono sempre presenti: su 89.547 campioni di sangue analizzati, prelevati da degenti non a rischio ed in maniera anonima in 26 ospedali americani, una percentuale del 21,7% dei maschi e il 7,8% delle femmine risultò positiva al test WB. Quindi la correlazione tra anticorpi Hiv e Aids, comunemente accettata dagli esperti, sembra un'invenzione dell'uomo. L'artificiosità di tale relazione è evidente nel dato di fatto che istituti e nazioni differenti stabiliscono come test di sieropositività serie di bande WB diverse. Questo comporta che in Australia un test richiede quattro bande per essere positivo, mentre negli USA ne sono sufficienti due o tre, che siano o meno le stesse bande richieste in Australia. In Africa, addirittura, basta una sola banda. A conti fatti, una persona esaminata ipoteticamente lo stesso giorno nei tre differenti luoghi, può risultare sieropositiva in un paese e sieronegativa in altri. Il sistema di valutazione varia addirittura da laboratorio a laboratorio di uno stesso stato e, nella medesima sede di analisi, anche da un giorno all'altro si possono riscontrare risultati differenti! Uno documentario che la Meditel Produzioni ha realizzato a Londra per la BBC nell'ottobre 1996 mostrò che un campione di sangue fornito da un volontario fu valutato tre volte positivo e due volte negativo nello spazio di un mese.
I FALSI POSITIVI
A rendere la tragicommedia una vera tragedia è la possibilità che ad una o più bande si possa verificare una falsa reattività. La reazione al test, evidentemente instabile, è spesso associata ad un aumento aspecifico delle immunoglobuline, il che si verifica in molte situazioni, come nel corso di malattie autoimmuni, di infezioni croniche, di malaria, di parassitosi, talvolta anche per motivi banali come una vaccinazione antinfluenzale. Sono stati contati circa 60 fattori estranei all'HIV che possono determinare un test positivo. Secondo gli esperti queste reattività vengono innescate da anticorpi non Hiv (che tutti noi possediamo) reagenti alle proteine Hiv. In parole povere, un anticorpo che reagisce ad una determinata proteina non è necessariamente un anticorpo prodotto dal sistema immunitario come risposta specifica a quella certa proteina. E quindi le popolazioni povere dell'Africa, il continente con il maggior numero di casi di sieropositività, esposte ad una miriade di infezioni e che producono moltitudini di anticorpi, avranno una falsa reattività ai test molto più alta che in altri paesi.
IN DEFINITIVA: NESSUN VALORE AI TEST
La positività ai test ha un valore sostanzialmente nullo perchè: o essa è correlata in modo comunque incompleto a molte malattie, sia immunodepressive che non, anche estranee all'AIDS; o essa è però correlata anche ad un ottimo stato di salute, come dimostrano i milioni di sieropositivi, sanissimi da molto tempo; o essa, sicuramente, non dimostra la presenza dell'HIV o di qualsiasi altro virus; o essa, contrariamente a quanto si è voluto dare a credere, non equivale affatto ad una sentenza di morte: anche le disparate sindromi patologiche definite AIDS possono regredire quando l'organismo del paziente non è molto compromesso. Mentre l'utilità dei test è nulla, il loro danno può essere immenso perchè: o la comunicazione al paziente del risultato positivo al suo test dell'AIDS provoca quasi sempre un grave trauma psichico e può sconvolgere l'intera vita familiare, lavorativa, affettiva e sociale; qualcuno in passati si è anche suicidato. o non di rado la diagnosi di AIDS basata su questi test spinge i medici e il paziente ad intraprendere una terapia con AZT o altri "anti-retrovirali", che sono pesantemente tossici e producono effetti molto pericolosi.
5. ASSENZA DI CORRELAZIONE TRA SIEROPOSITIVITÀ E MALATTIA
La grandissima parte dei sieropositivi può vivere una vita assolutamente normale per decine di anni senza riscontrare alcun sintomo di malattia. Alla fine degli anni '80 venne creato un clima di terrore sostenendo che i sieropositivi fossero dei condannati a morte, destinati a morire nel giro di 18 mesi. Si dava per scontata la corrispondenza tra sieropositività e malattia conclamata, e che lo sviluppo dell'AIDS per i sieropositivi fosse inevitabile e solo una questione di tempo. In seguito si è riscontrato che soltanto una percentuale molto ridotta di sieropositivi sviluppa la malattia, mentre la gran parte dei cosiddetti "infetti" vive bene e a lungo senza mai riscontrare problemi. Eppure si continuarono a definire "malati asintomatici" le persone sieropositive. Da molti anni ricercatori indipendenti (tra cui il prestigioso Gruppo di Perth, in Australia) sostengono che, poiché non è mai stata scientificamente provata la correlazione tra HIV e AIDS e la reale validità dei test, la cosiddetta sieropositività non significhi assolutamente nulla. HIV:
UNO STRANO TIPO DI VIRUS
Un grosso problema della teoria dell'AIDS è che i ricercatori non sono stati mai in grado di scoprire nelle persone sieropositive una quantità di virus tale da compromettere la salute. Ed un altro fatto clamoroso è che l'HIV non è citotossico; questo significa che quando il virus si moltiplica non distrugge le cellule presenti, come fanno invece altri virus che distruggono le cellule che infettano. L'eminente virologo Peter Duesberg così commenta questo fatto: "il virus infiltra o infetta un numero molto basso di cellule, appena una su 100mila. Per essere nocivo, per uccidere (...) un microbo deve pur fare qualcosa. Altrimenti è come tentare di conquistare la Cina uccidendo tre soldati al giorno"9 Secondo Duesberg l'HIV si comporta come uno dei numerosissimi innocui microbi di transito sempre presenti nel corpo umano. Ed è esso stesso innocuo. Il fatto che milioni di persone abbiano contratto l'Hiv alla nascita eppure siano adulti sani è l'argomento più significativo, secondo Duesberg, contro l'ipotesi Hiv-Aids, perché dimostra che l'Hiv non può essere un agente patogeno letale.
VENTI ANNI DI INCUBAZIONE?
Per giustificare questo comportamento innocuo del HIV si è trovato l'espediente di definirlo un "lentovirus", cioè un virus che agirebbe sui tempi lunghi. Tutte le malattie infettive virali, salvo rare eccezioni, hanno una incubazione breve, di pochi giorni o settimane. Invece l'incubazione del virus dell'AIDS è stata calcolata inizialmente attorno ai 18 mesi, per aumentare poi di anno in anno, fino a raggiungere nel 1992, i 10/14 anni. Oggi addirittura si sostiene che l'incubazione arrivi a più di 20 anni (cioè si può tranquillamente convivere con l'Hiv per tale periodo senza avere nessun sintomo di malattia).
HIV, IL VIRUS CHE NON C'È
La letteratura medica ha registrato finora più di 5000 casi di AIDS sieronegativi (cioè presentano i sintomi ma non vi è presenza di HIV). Ma una peculiarità delle malattie infettive virali è che hanno una causa unica (il virus), e ovviamente non possono verificarsi in sua assenza. Così non c'è varicella senza il virus della varicella, non c'è morbillo senza il virus del morbillo e così via. Di conseguenza in teoria non può esistere Aids senza la presenza del cosiddetto retrovirus HIV. Eppure...
6. COSA È DAVVERO L'AIDS
L'Aids, più che una malattia specifica, è una definizione che comprende un alto numero di malattie già conosciute. Queste malattie non sono affatto associate sempre ad immunodeficienza, sono definite AIDS solo se associate ad un test positivo.
L'AIDS È UNA CATEGORIA, NON UNA MALATTIA
Nessuna delle diverse malattie che attualmente definiscono l'AIDS è recente e nessuna si manifesta esclusivamente in persone sieropositive. Di fatto AIDS è il nuovo nome che i CDC (Centers for Disease Control)10 americani hanno dato ad un insieme di affezioni comuni più o meno gravi, tra cui micosi, herpes, diarrea, alcune polmoniti, salmonella, tubercolosi. Se una persona ha la tubercolosi e risulta positiva al test allora "ha l'AIDS". Se invece ha la tubercolosi ed il test è negativo, allora ha "soltanto la tubercolosi". È addirittura possibile che venga definito malato di Aids, ( sindrome da immunodeficienza acquisita), chi non ha nemmeno presenza di immunodepressione!
LA MALATTIA SI ADATTA ALLA DEFINIZIONE
La definizione di AIDS ha subito varie modificazioni, nel 1986, nel 1987 e nel 1993 e ad ogni revisione il numero delle condizioni patologiche ritenuto correlato all'AIDS viene aumentato: attualmente esse sono ben 29, e tutte già conosciute prima dell'AIDS. Esemplare è il caso dell'ultima revisione: Il 1° gennaio 1993 i CDC decisero di includere nella definizione di AIDS non una malattia, ma una condizione. Chi aveva un numero di linfociti T inferiore a 200 (anche se perfettamente sano) veniva incluso tra i malati di AIDS. Questo ha fatto sì che il numero di casi di AIDS negli Stati Uniti raddoppiasse artificiosamente nel giro di una notte. Questa ricorrente variazione ha portato ad una continua dilatazione del numero dei soggetti definiti "malati di AIDS": se, ad esempio, negli Stati Uniti con la definizione del 1986 potevano essere definiti malati di AIDS mille pazienti, con quella del 1987 sarebbero diventati 1.300 e con quella del 1993 avrebbero raggiunto il numero di 2.275.11
Di recente è stata inclusa nell'elenco una nuova patologia tipicamente femminile, il cancro della cervice. Come ha svelato P. Duesberg: "...la ragione di questa aggiunta è solo politica: è stata dichiaratamente inserita per aumentare il numero delle femmine malate di AIDS, creando così l'illusione che la sindrome si stia diffondendo tra gli eterosessuali".12
L'AIDS NON È UGUALE IN TUTTO IL MONDO
Anche qui, come per i test di sieropositività, non esiste un criterio universalmente riconosciuto per la definizione della sindrome. La regola per stabilire cosa sia l'AIDS varia da nazione a nazione: la definizione di AIDS negli Stati Uniti è diversa da quella europea che a sua volta è diversa dalla definizione africana. La WHO, ( World Health Organization)13 in Africa utilizza per definire l'AIDS due definizioni nettamente diverse, nessuna delle quali corrisponde ai criteri utilizzati negli USA o nella UE. Generalmente in Africa non si richiede il test HIV, ma è sufficiente che un paziente presenti tre dei principali sintomi clinici (perdita di peso, febbre e tosse) più un sintomo minore (è sufficiente un prurito generalizzato) per poterlo dichiarare affetto da AIDS. E questo, come si vedrà più avanti, spiega la reale consistenza della presunta "catastrofe africana" .
7. L'INFETTIVITA' E LA TRASMISSIONE SESSUALE
Il virologo Peter Duesberg è assolutamente convinto che l'Hiv non sia infettivo. Nel suo libro " Inventing the Aids virus" (1996), tra l'altro afferma: " Negli ultimi 14 anni oltre 500.000 pazienti di Aids sono stati curati da un sistema sanitario che comprende cinque milioni di medici, infermieri e ricercatori nessuno dei quali è stato vaccinato contro l'HIV. (...) quattordici anni dopo non c'è neanche un caso nella letteratura scientifica di un operatore sanitario che abbia presumibilmente contratto l'AIDS da un malato. Proviamo ad immaginare come sarebbe la situazione se 500.000 malati di colera, epatite, sifilide, influenza o rabbia fossero stati curati per 14 anni da personale medico e paramedico privo di vaccini e farmaci adeguati... migliaia avrebbero contratto quelle malattie." A distanza di quasi dieci anni dall'uscita del libro le cose non sono affatto cambiate. Questo, secondo Duesberg, significa una sola cosa: "l'AIDS non è infettivo".
LA TRASMISSIONE SESSUALE
"Basta un solo rapporto!". Per anni questo è stato il terribile ammonimento che tutti i mezzi di comunicazione hanno continuamente diffuso. Ed invece la trasmissione sessuale, che secondo gli "esperti" sarebbe il veicolo principale della diffusione del virus, si è dimostrata essere estremamente inefficace, dipendendo anche da più mille rapporti sessuali a soggetto per una reale possibilità di contagio. Nel 1997 un gruppo di studiosi statunitensi14 ha pubblicato i risultati di dieci anni di studi sulla trasmissibilità dell'Hiv tra eterosessuali nel nord della California. Lo studio ha stabilito che la trasmissione da maschio a femmina è estremamente bassa, approssimativamente lo 0.0009 per contatto sessuale, e approssimativamente otto volte minore è la trasmissione da femmina a maschio. Questo significa che una femmina dovrebbe avere almeno 3330 rapporti sessuali per raggiungere il 95% di probabilità di infezione.
Quindi, con la frequenza ipotetica di un rapporto sessuale al giorno, ci vorrebbero 2 anni e due mesi per avere il 50% di possibilità di infezione, e 9 anni per raggiungere il 95%. Nel caso inverso, da femmina sieropositiva a maschio, la trasmissione dell'Hiv richiederebbe almeno 27.000 rapporti sessuali per arrivare al 95% di probabilità di trasmissione (cioè 74 anni di rapporti sessuali giornalieri!). Se davvero la diffusione del virus fosse dovuta al sesso, l'Hiv sarebbe scomparso da tempo. Ed infatti, nonostante l'allarmismo, l'AIDS è rimasto confinato a gruppi in cui sono presenti fattori di rischio ben precisi: a) tossicodipendenti: (circa il 32% dei malati in USA e il 60% in Italia) si tratta di individui che oltre a subire gli effetti negativi dell'eroina, della cocaina, dell'alcool, delle anfetamine e di altre sostanze psicotrope (molte droghe hanno effetto depressivo sul sistema immunitario), si alimentano in maniera scorretta ed insufficiente e sono colpiti in modo più o meno continuo da infezioni multiple. In queste condizioni di vita l'immunodepressione è garantita. b) omosessuali maschi: (circa il 62% in USA e il 48% in Europa) il problema riguarda sopratutto gli utilizzatori sistematici di droghe multiple, cocaina, extasy, alcool, poppers e nitriti assunti per via inalatoria a forti dosi (i nitriti sono sostanze molto reattive, causano immunodepressione, e vengono utilizzati per il loro effetto afrodisiaco e rilassante per la muscolatura sfinterica). c) emofiliaci e politrasfusi (circa l'1% in USA e il 3% in Europa). I carichi di proteine estranee sono essi stessi immunodepressivi sia in emofiliaci sieropositivi che sieronegativi.15
8. PREVISIONI CATASTROFICHE E STATISTICHE FASULLE
"Entro il 1996, dai 3 ai 5 milioni di statunitensi risulteranno positivi all'HIV e un milione morirà di AIDS" (Antony Fauci, direttore del NIAID - New York Times 14.1.86) "Entro il 1990 un eterosessuale su cinque sarà morto di AIDS" (Oprah Winfrey, The myth of hetherosexual AIDS, 1987) Da anni ormai l'Aids è in costante decremento ed è rimasta una malattia marginale, a dispetto di tutte le previsioni catastrofiche diffuse negli anni scorsi. Come mai allora tutti i mezzi di informazione continuano a diffondere statistiche sempre più allarmanti? È possibile solo a costo di barare sui dati reali, con alcuni piccoli ma efficaci trucchi. Il primo è quello di presentare i dati cumulativi invece che suddividerli correttamente anno per anno. È evidente che se si sommano i dati di venti anni di rilevazioni il numero dei malati conclamati e dei sieropositivi sembra essere sempre in costante aumento. Il secondo è quello di ampliare (arbitrariamente) di quando in quando il numero delle patologie che vengono correlate alla sindrome. Così dal 1° gennaio 1993 chi ha un numero di linfociti T inferiore a 200 (anche se perfettamente sano) viene incluso tra i malati di AIDS. Questo ha fatto sì che il numero di casi di AIDS negli Stati Uniti raddoppiasse artificiosamente nel giro di una notte. Il terzo trucco, il più puerile ma il più utilizzato, è quello di presentare le "stime degli esperti" al posto dei dati effettivamente riscontrati. Le stime, oltre ad essere assolutamente opinabili, sono sempre al servizio del terrorismo mediatico: secondo le stime che venivano presentate dieci anni fa (con previsioni di aumento esponenziale anno per anno) oggi la metà della popolazione italiana avrebbe dovuto essere sieropositiva! La realtà è molto diversa: nel 2004 i sieropositivi in totale sono circa 130.000, che rappresentano meno dello 0,003% della popolazione italiana, mentre i casi di Aids conclamato totali dal 1982 ad oggi sono stati complessivamente 53.686.16
LE STATISTICHE AFRICANE
Ma la situazione più inverosimile riguarda l'Africa ed il Terzo Mondo: da molti anni vengono diffuse cifre catastrofiche da parte dell'UNAIDS, l'organizzazione del WHO che si occupa di Aids, che dimostrerebbero una crescita impressionante dell'epidemia. Alla fine del 2004, nel documento denominato "AIDS Epidemic Update 2004" si è arrivati alla ragguardevole cifra di "39,4 milioni di persone che vivono con l'Hiv - ( ma che potrebbero variare da 35,9 milioni a 44,3 milioni - sic) con un numero di morti di pari 3,1 milioni (ma che potrebbe variare da 2,8 a 3,5 milioni - sic ). Quando si analizza con attenzione questo documento dell'UNAIDS ci si accorge che si tratta soltanto di "...stime basate sulle migliori informazioni ottenibili" (sic). Molte pagine del documento si diffondono su temi come la difesa delle donne dall'Aids (e perché non degli uomini?) o sulla presunta diffusione del morbo in Asia, ma nulla di più su come si arrivi a queste cifre. Null'altro viene detto sul metodo di indagine utilizzato per stabilire i dati (peraltro così incerti). Eppure si tratta del documento ufficiale della massima organizzazione mondiale sull'Aids e su di esso si basa tutta l'informazione che viene diffusa dai media. Nel 1998 la pluripremiata giornalista inglese Joan Shenton, realizzando vari programmi tv sul tema, aveva esaminato criticamente questo sistema di calcolo: "Nei primi anni '90, il Programma Globale sull'AIDS del WHO (che più tardi venne sostituito dall'UNAIDS) dava impiego fino a 3.000 persone. Essi fornivano continuamente dati molto gonfiati alla stampa, e i rappresentanti ufficiali cominciarono a riportare questi casi stimati di Aids negli incontri pubblici per battere cassa coi finanziamenti, facendo sparire silenziosamente i dati realmente riportati. Mettemmo alla prova questi dati in un meeting alla London School of Hygiene and Tropical Medicine nel 1993, e ci fu una imbarazzata ammissione che quello che loro presentavano come dato di fatto, altro non era che un lavoro di supposizione" (...) "In altre parole, gli africani possono tranquillamente andare a dormire con la consapevolezza che i presunti milioni di conterranei, donne e bambini ammalati di Hiv-Aids sono semplici "calcoli" fatti da un "programma al microcomputer" che usa un "modello di database" preparato dallo screditato e ormai defunto Programma Globale sull'AIDS del WHO. Per fortuna la realtà sul territorio non conferma nemmeno lontanamente l'immagine dell'epidemia"17. Infatti il WHO, attraverso il W.E.R. Weekly Epidemilogical Report, un bollettino settimanale poco pubblicizzato, fino al 2002 diffondeva anche il numero dei casi effettivamente registrati. Così si può verificare che nel 1995, a fronte dei 4,5 milioni di sieropositivi stimati, quelli realmente accertati erano invece 422.735, meno del 10%! Mentre, ad esempio, i casi di AIDS effettivamente registrati in Africa nei dodici mesi dal 1999 al 2000 sono 81.565.18 Davvero poca cosa se si pensa che in Africa vivono 800 milioni di persone e ne muoiono più di 10 milioni all'anno, di cui un milione per malaria. Che abbia ragione il prof. Lugi De Marchi, psicologo clinico e sociale, quando afferma che queste stime vengano ottenute "con quel particolare metodo di calcolo chiamato dati in libertà"?19
Dal 2003 però il WHO diffonde solo le stime, senza fare più menzione dei casi realmente accertati. Viene il sospetto che la discrepanza tra casi veri e stimati sia talmente alta anche oggi che non sia più conveniente pubblicizzare i dati reali per chi ha fatto della lotta all'Aids il proprio business.
9. CATASTROFE AFRICANA?
L'ultimo dato sui casi realmente accertati di AIDS in Africa è stato diffuso dal WHO nel 2002: corrisponde a 1.111.663 casi totali cumulativi (dall'inizio dell'epidemia ad oggi).20 Ben lontana dalle stime fornite, questa cifra rappresenta comunque un numero consistente di esseri umani. Ci sarebbe da preoccuparsi, se non sapessimo come si arriva in realtà ad ottenere la cifra suddetta.
COME SI DIVENTA CASI DI AIDS IN AFRICA
Come già riferito, l'Aids in Africa non è quasi mai diagnosticata con il test dell'HIV (troppo costosi e non sempre disponibili) ma in base a sintomi clinici. È sufficiente che un paziente presenti tre principali sintomi clinici (perdita di peso, febbre e tosse) più un sintomo minore (anche un prurito generalizzato) per poterlo dichiarare affetto da AIDS. Questo in pratica significa che gli africani che soffrono di malattie da sempre presenti in quelle zone ora sono classificati come vittime dell'AIDS. Così in Africa le statistiche sull'Aids possono essere gonfiate artificiosamente da una definizione capace di raggruppare sotto il suo largo ombrello malattie antiche (come febbre, diarrea, tubercolosi o malaria) cambiandone il nome. Ma le cause di malattia in Africa continuano ad essere la crescente povertà, la malnutrizione, l'inquinamento dell'acqua, la mancanza di igiene. Nei paesi del Terzo mondo si continua, purtroppo, a morire per gli stessi tragici motivi per cui si muore da sempre. Soltanto che ora la maggior parte di questi decessi sono rubricati come AIDS. Per questi problemi storici non viene invocato nessun massiccio aiuto internazionale, preferendo spingere quei programmi "umanitari" che mirano ad assoggettare quante più persone possibile ai farmaci e ai test delle multinazionali occidentali.
IL RAPPORTO KRYNEN
Due leader d'un gigantesco programma francese di volontariato sull'AIDS, i coniugi Krynen, dopo cinque anni di permanenza nel presunto epicentro dell'epidemia africana con un'equipe di 150 medici e paramedici europei, hanno smontato totalmente i dati della finta epidemia: "In Africa, politici, operatori sanitari e utenti dei servizi hanno tutto l'interesse a gonfiare i dati della malattia per il semplice fatto che, per chi si occupa di Aids, sono disponibili enormi fondi internazionali". E continuavano, con un pizzico di humor nero: "Se in Africa sei un semplice affamato, nessuno si occupa di te, ma se sei un malato di Aids 750 organizzazioni assistenziali occidentali e le Nazioni Unite sono pronte a coprirti di cibo e pacchi-dono (...) Il giorno in cui non ci sarà più l'Aids se ne andrà il benessere"21.
HARVEY BIALY
Il microbiologo Harvey Bialy ha trascorso otto anni nel continente africano per compiere ricerche scientifiche. In una intervista intitolata significativamente "L'epidemia di AIDS in Africa: un mito tragico" sostiene che non vi è assolutamente nessuna prova convincente che L'Africa si trova nel mezzo di una nuova epidemia di immunodeficienza infettiva, e che sono stai gli ingenti fondi internazionali disponibili per la ricerca AIDS/Hiv ad incentivare medici e politici a riclassificare come Aids malattie tradizionalmente presenti nel continente22.
ENORMI RISORSE A DISPOSIZIONE
Per lo studio e la prevenzione dell'AIDS in Africa sono già stanziate risorse enormi rispetto a quelle destinate ad altre malattie veramente pericolose, come la malaria, che nell'Africa sub-sahariana uccide più di un milione di persone all'anno. Il Governo dell'Uganda, che ha potuto investire nel 1993 solo 57.000 dollari nella prevenzione e nel trattamento della malaria, ha ricevuto invece ben 6 milioni di dollari per la lotta contro l'AIDS. Così la presunta "catastrofe" diventa il grande business del secolo ed oggi esistono migliaia di organizzazioni non governative che operano in Africa nel campo dell'Aids: soltanto in Uganda se ne contano più di 700.
MADRI AFRICANE SIEROPOSITIVE
I progetti più recenti delle numerose associazioni che prosperano con la lotta all'AIDS in Africa si stanno ponendo l'obiettivo di sottoporre al test Hiv quante più persone possibile. Ma, come già abbiamo avuto modo di chiarire, particolari malattie da sempre presenti nel continente africano possono causare frequentemente una falsa reazione di positività al test Hiv. E perfino la condizione di gravidanza è tra le prime cause (anche in occidente) di falsa positività. A cosa serva allora questo screening di massa, oltre che ad incrementare a dismisura gli introiti delle multinazionali farmaceutiche produttrici del kit, è difficile comprenderlo. Questo non ha scoraggiato le cosiddette "associazioni umanitarie" dall'utilizzare il terrorismo mediatico per reclamare fondi. Una recente, massiccia (e costosa) campagna pubblicitaria della italiana CESVI invitava a donare soldi affermando che "...in Africa una madre su tre è sieropositiva".
IL CASO DEL PRESIDENTE SUDAFRICANO MBEKI
Nel 2000 cinque multinazionali farmaceutiche, sotto l'apparente veste di un progetto umanitario, proposero di abbassare i prezzi dell'AZT e di farmaci analoghi per utilizzarli massicciamente su donne incinte e neonati nei paesi del terzo mondo, per la cura e la profilassi della "infezione da HIV". Nello stesso anno, alla vigilia del Congresso mondiale sull'AIDS, il presidente sudafricano Mbeki, preoccupato della manovra delle multinazionali, convocò una conferenza di specialisti internazionali per un dibattito aperto sugli effetti tossici dell'AZT e sulle alternative terapeutiche di trattamento dell'AIDS. Tanto bastò a scatenare nei giorni successivi il linciaggio da parte della stampa internazionale. Mbeki venne definito un "pazzo" e un "criminale". Venne accusato di oscurantismo e superstizione e perfino di attentare alla vita delle popolazioni africane. The Observer, tra gli altri, arrivò a scrivere: "Mbeki lascia morire nel dolore i bambini malati di AIDS". Eppure tra gli scienziati che aveva invitato alla conferenza c'erano premi Nobel, membri di Accademie delle Scienze, professori emeriti delle diverse discipline scientifiche. Quello che il presidente Mbeki proponeva era soltanto un libero dibattito, un confronto su dati reali, la verifica dell'efficacia di tali farmaci e sulla ben nota gravità degli effetti collaterali. Non accettando supinamente che la popolazione sudafricana venisse sottoposta a dei trattamenti di scarsissima efficacia e di altissima tossicità23, la sua colpa, in sostanza, era quella di aver sfidato il potere dell'uomo bianco e di non essersi piegato agli interessi delle multinazionali farmaceutiche. Per pagare queste cosiddette "cure e profilassi" si prospettava tra l'altro un indebitamento del Sudafrica di un miliardo di dollari verso la Banca Mondiale. La conferenza fu, come temuto dagli "ortodossi", un momento di reale informazione, che permise a tutti gli scienziati dissidenti di esporre le loro tesi e mettere in grave crisi il dogma Hiv-Aids. E di fermare l'utilizzo dell'AZT nei paesi africani. Ma ancora oggi, nonostante le sue resistenze si siano rivelate oltremodo sagge e ragionevoli, il linciaggio mediatico nei confronti di Mbeki continua.
10. TERAPIE CHE UCCIDONO
Grazie al terrore creato intorno alla malattia sin dal suo apparire, è stato possibile far accettare la somministrazione di farmaci altamente tossici, che hanno portato benefici solo alle multinazionali che li producono. Nessuno dei sieropositivi rimasti sani per molti anni ha assunto questi farmaci (se non per sospenderli presto), mentre chi li ha presi per lunghi periodi sta male o è morto. Il famoso cestista Magic Johnson, e molti altri come lui che hanno rifiutato di curarsi con l'AZT e i farmaci retrovirali, sta benone, nonostante sia stato dato per spacciato vari anni fa.
L'AZT
Sintetizzato sin dal 1964 come farmaco antitumorale, l'AZT rimase accantonato per 20 anni poiché si constatò sperimentalmente che le cavie leucemiche trattate morivano in numero maggiore di quelle non trattate. Data la sua elevatissima tossicità è impiegato come base per il veleno per topi! Ma nel 1984 la Wellcome, società che lo produce, lo tirò fuori di nuovo e, grazie al terrore ormai dilagante, riuscì a farlo approvare in gran fretta come farmaco anti-HIV. Molti scienziati del gruppo dei "dissidenti" sin dall'inizio della "epidemia" hanno lanciato l'allarme contro il suo uso, che è molto più pericoloso della sindrome stessa. Ben sei studi indipendenti hanno provato una tossicità del farmaco 1000 volte superiore a quella dichiarata dalla Wellcome. Il più grande studio mai effettuato sul farmaco, per numero di pazienti e durata, fu il "Concorde Trial", i cui risultati nel 1994 dimostrarono inequivocabilmente che tra i pazienti trattati non si verificava nessun beneficio, ed anzi si constatava un numero maggiore di decessi rispetto ai pazienti non trattati.24 Tra le conseguenza della somministrazione di AZT ci sono: distruzione del sistema immunitario, distruzione del midollo osseo, distruzione dei tessuti e della flora batterica intestinale, linfoma, atrofia dei muscoli, danni al fegato, al pancreas, alla pelle e al sistema nervoso. Se una persona sana venisse sottoposta ad un trattamento continuativo con AZT in pochi mesi subirebbe effetti devastanti, simili a quelli dell'AIDS conclamato, fino ad arrivare ad un tasso di mortalità prossimo al 100%. Eppure, grazie alla strategia del terrore, questo farmaco così tossico, cancerogeno e privo di effetti benefici continua ad essere somministrato. Così la Wellcome (casa farmaceutica produttrice) ne ha venduto 0.9 tonnellate nel 1987, è passata a 44.7 tonnellate nel 1992, ed il suo profitto lordo cresce in maniera esponenziale di anno in anno.
GLI INIBITORI DELLA PROTEASI
Definiti miracolosi dai media, in realtà i benefici clinici di questi farmaci non sono a tutt'oggi ancora stati provati. Mentre la lista degli effetti collaterali aumenta progressivamente, insieme al numero di insuccessi - che vanno dalle deformità fisiche alle morti improvvise - testimoniando una realtà completamente diversa. E lo stesso scienziato che li ha ideati, il dott. David Rasnik, sostiene che ci sono forti dubbi sull'efficacia clinica di tali farmaci25.
IL COCKTAIL HAART
Per evitare questi effetti devastanti, in tempi più recenti si è suggerito di utilizzare l'azione combinata di più farmaci a dosaggi più bassi (il cocktail HAART). Questo ha portato ad ampliare in maniera considerevole il numero dei pazienti, o dei cosiddetti "malati asintomatici" che possono essere a lungo sottoposti a tali "terapie". Con vantaggi evidenti per le case farmaceutiche che invece di farsi concorrenza possono spartirsi una torta ancora più grande, coinvolgendo nella cura anche persone che stanno benissimo.
11. IL BAVAGLIO ALL'INFORMAZIONE
Tutte queste cose, benché sconosciute al grande pubblico, sono ben note nell'ambito degli addetti ai lavori. Ma una cortina di ferro è stata messa a protezione del castello per non farle conoscere alle masse, che devono continuare ad essere indottrinate verso il dogma ufficiale. Così, quei pochi e valorosi giornalisti che hanno provato a dare voce agli scienziati del dissenso ben presto hanno dovuto fare i conti con una censura feroce, che ha pochi eguali nel mondo contemporaneo. Celia Faber, giornalista statunitense, è stata tra le prime ad affrontare l'AIDS dal punto di vista "eretico". In un'intervista a Massimiano Bucchi ha dichiarato di avere incontrato "...difficoltà pazzesche. (...) hanno cercato di farmi fuori in tutti i modi. La mia carriera giornalistica è stata duramente segnata da questa storia. Ho avuto minacce da Act Up 26 , ci sono stati articoli terribilmente offensivi nei miei confronti da parte del "Native" 27 . Fin dall'inizio i boss dei NIH28 mi hanno detto chiaramente che mi avrebbero impedito di intervistare i loro ricercatori per via di quello che avevo scritto"29. Neville Hodgkinson è giornalista del Times ed esperto scientifico del Sunday Times. Dopo i primi articoli in cui fu sostenitore della teoria dominante, enfatizzando i rischi della diffusione del virus, si rese conto che le statistiche reali mostravano "...che non c'era traccia dell'esplosione dell'Aids che era stata annunciata". Così cominciò a considerare il punto di vista di Duesberg e dei vari dissidenti. Scrisse un lungo articolo che riportava le ipotesi di questo gruppo di scienziati: " riuscimmo ad inserire un richiamo in prima pagina e di nuovo le reazioni furono isteriche (...) nessun argomento scientifico, solo cose del tipo «perché infastidite i vostri lettori con teorie non dimostrate quando c'è una grande emergenza in corso per la salute pubblica» - ma nulla che rispondesse alle osservazioni dettagliate che Duesberg e gli altri facevano". Sulla base delle successive esperienze di censura e attacchi personali oggi Hodgkinson dichiara: " Non credevo che si potesse essere così odiati solo per aver scritto delle cose o aver riportato le opinioni di scienziati che fino al giorno prima tutti ritenevano dei luminari. (...) Ad un convegno dove la mia casa editrice aveva chiesto l'autorizzazione per presentare il libro, uno scienziato si è fermato al nostro tavolo e ha detto ad un collega che lo accompagnava « se vedi in giro copie di questo libro in libreria o altrove, prendilo in mano e sputaci dentro in modo che nessun altro possa acquistarlo o leggerlo ». Non pensavo che degli scienziati, delle persone che dovrebbero essere aperte al confronto e alla libera espressione, potessero arrivare a tanto".30
John Maddox, direttore di "Nature", rivista scientifica custode dell'ortodossia, nel 1991 fece intravedere piccoli spiragli di apertura verso il gruppo dei dissidenti riunito sotto l'etichetta "Rethinking Aids", pubblicando un articolo intitolato "La ricerca sull'aids messa sottosopra"31, in cui si facevano piccole concessioni alle ragioni degli "eretici". Le reazioni degli scienziati ortodossi furono durissime, e benché nessuno portasse argomenti scientifici ma solo i consueti anatemi terroristici e invettive personali, Maddox si trovò costretto, nei mesi successivi, a rimangiarsi tutto, fino ad affermare che non bisognava più dare spazio alle opinioni di Duesberg (principale esponente del gruppo "Rethinking Aids"). Sulla questione due sedicenti scienziati italiani scrissero un articolo sulla stessa rivista sostenendo che: "...dovrebbe essergli impedito di parlare in televisione. Sì, una linea auspicabile sarebbe quella di impedire i confronti televisivi con Duesberg" .32
Da quel momento è scattata la censura sulle riviste scientifiche per ogni punto di vista alternativo (pur se documentatissimo e difficilmente confutabile). Semplicemente ogni ipotesi alternativa non doveva esistere. Oggi, anche se le previsioni dei dissidenti sono sempre più confermate, quasi tutta la stampa sembra essere allineata al dogma dominante. Ai pochi giornali e giornalisti che accettano le teorie alternative sull'Aids, l'unica possibilità rimasta è quella del silenzio, e non fungere da cassa di risonanza per le ormai screditate tesi dell'establishment medico dominante.
12. IL GRANDE AFFARE DELLA CATTIVA SCIENZA
La vicenda dell'AIDS è davvero speciale perchè mai nella storia della medicina così tanto denaro è stato riversato su una singola malattia. Di anno in anno le somme raccolte per la lotta all'AIDS si moltiplicano, fino ad arrivare alla cifra di 6,1 miliardi di dollari solo nel 2004. 33 Con 100 miliardi di dollari già spesi nei soli Stati Uniti, è la più grossa impresa industriale, vicina a quella del dipartimento della Difesa. La vendita dei test HIV è diventata una fonte di immensi guadagni. Molti scienziati coinvolti nella ricerca sull'AIDS possiedono società che vendono test e hanno milioni di dollari in partecipazioni societarie. L'AIDS per questi individui è un affare estremamente remunerativo. I ricercatori e i medici che hanno carriere e stipendi legati al virus sono circa 100.000, in buona parte americani. I bilanci delle multinazionali del farmaco si accrescono di alcuni miliardi di dollari all'anno con la vendita dei farmaci antiretrovirali e dei test HIV. Organismi come USAID (U.S. Agency International Development), UNAIDS (United Nations AIDS program), WHO, ricevono stanziamenti annuali di centinaia e centinaia di milioni di dollari per combattere l'AIDS. Più di 1000 organizzazioni umanitarie raccolgono in totale centinaia di milioni di dollari all'anno per aiutare i malati di AIDS. Il problema non è quindi la crescita dell'AIDS, ma, per quanto paradossale e grottesco possa apparire, l'esatto contrario, la sua eventuale scomparsa. Sono ormai così imponenti gli interessi economici politici e burocratici legati al virus HIV che la sua morte prematura potrebbe sconvolgere parecchi equilibri. Così è una tragica ironia che proprio David Rasnik, scienziato che ha ideato gli inibitori della proteasi usati per la cura dell'AIDS, abbia dichiarato nel 1997: "Come scienziato che ha studiato l'AIDS per 16 anni, ho stabilito che l'AIDS ha poco a che fare con la scienza e che, fondamentalmente, non è nemmeno una questione medica. L'AIDS è un fenomeno sociologico tenuto in vita dalla paura, creato da una sorta di "maccartismo medico" che ha violato e mandato in rovina tutte le regole della scienza e che ha imposto a quella fascia di pubblico più vulnerabile una miscela di credenze e pseudoscienza" E la giornalista Joan Shenton ne ha spiegato i motivi : " Quello che ho imparato in questi anni è che la comunità scientifica non è più libera. Oggi la scienza può essere comprata e le voci individuali di dissenso facilmente ridotte al silenzio a causa delle enormi somme di denaro convogliate nel proteggere l'ipotesi prevalente, per quanto sbagliata possa essere. La politica, il potere e il denaro dominano il campo della ricerca scientifica cosi estesamente che non è più possibile sottoporre a verifica una ipotesi divenuta dogma." Su questo aspetto della cattiva scienza dell'AIDS malata di denaro, ci piace chiudere col sarcastico commento del premio Nobel Kary Mullis : "Un altro segmento della nostra società così pluralista - chiamiamoli medici/scienziati reduci dalla guerra perduta contro il cancro, o semplicemente sciacalli professionisti - ha scoperto che funzionava. Funzionava per loro. Stanno ancora pagandosi le loro BMW nuove con i nostri soldi"34.

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L'Autore desidera ringraziare tutti i ricercatori che hanno messo a disposizione il frutto del loro lavoro, (in particolar modo il virologo triestino Fabio Franchi) e che spesso hanno visto le loro carriere troncate dalle loro affermazioni.
vedi "biblio e note"
tratto da: http://luogocomune.net/site/modules/sections/index.php?op=viewarticle&artid=89
 
 
    
postato da: dissidio alle ore 09:57 | link | commenti
categorie: dissidenti, farmaci assassini, test del hiv